Salute

Cos’è la nuova sindrome cardio-reno-metabolica che preoccupa i medici: “Parte dal grasso addominale e può colpire cuore, reni e arterie”

Per anni obesità, diabete, insufficienza renale e malattie cardiovascolari sono state considerate patologie distinte, affidate a specialisti diversi e spesso affrontate con percorsi di cura poco comunicanti. Oggi la medicina propone invece una chiave di lettura completamente diversa. Si chiama sindrome cardio-reno-metabolica, o CKM (Cardio-Kidney-Metabolic syndrome), e descrive il legame biologico che unisce metabolismo, cuore e reni. Quando uno di questi sistemi si altera, infatti, finisce per compromettere anche gli altri, alimentando un circolo vizioso in cui obesità viscerale, diabete di tipo 2, ipertensione, infiammazione cronica e malattia renale si rafforzano reciprocamente. Si tratta di una condizione che può evolvere per anni in modo silenzioso, fino a manifestarsi con eventi cardiovascolari o con un progressivo deterioramento della funzione renale.

Secondo i dati dell’Osservatorio sulla Sindrome Cardio-Renale-Metabolica della Fondazione Charta, in Italia convivono con la sindrome CKM circa 11,6 milioni di persone. Di queste, 4,7 milioni presentano contemporaneamente almeno 2,5 fattori di rischio: il 79,6% è iperteso, il 67% ha il diabete di tipo 2, il 44,4% soffre di ipercolesterolemia e il 40% presenta insufficienza renale. Inoltre, la maggior parte dei pazienti non raggiunge gli obiettivi terapeutici raccomandati per pressione arteriosa, glicemia e colesterolo.

Le nuove linee guida internazionali propongono quindi un cambio di paradigma: non più la cura del singolo organo, ma della persona nel suo insieme. In questo scenario anche i farmaci antiobesità, dagli agonisti del GLP-1, come la semaglutide, ai più recenti doppi agonisti incretinici, sembrano destinati ad assumere un ruolo molto più ampio della semplice perdita di peso.

Con la sindrome CKM siamo davvero di fronte a un cambio di paradigma? “Sì, anche se personalmente la definirei quasi una sindrome metabolico-cardio-renale, perché tutto parte dal metabolismo – spiega al FattoQuotidiano.it la professoressa Anna Maria Colao, endocrinologa, già presidente Sie (Società italiana di endocrinologia), docente ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, Università Federico II di Napoli -. Il punto di origine è l’obesità viscerale, cioè l’accumulo di grasso all’interno dell’addome e negli organi come fegato, cuore e reni. Questo tessuto adiposo produce uno stato di infiammazione cronica di basso grado che, nel tempo, rende più vulnerabili gli organi. All’inizio cuore e reni funzionano normalmente, ma la persistenza dell’infiammazione finisce per comprometterli, anche in assenza di diabete. È proprio questo il concetto nuovo: non esistono più malattie separate, ma un unico processo patologico che coinvolge contemporaneamente più organi”.

Cosa sappiamo sui nuovi farmaci antiobesità

Quanto è ormai consolidato il ruolo dei nuovi farmaci antiobesità?

“Gli agonisti del GLP-1, come la semaglutide, e i doppi agonisti GLP-1/GIP, come la tirzepatide, hanno dimostrato una notevole efficacia nel ridurre la massa adiposa, soprattutto quella viscerale. Ma il loro effetto non si limita al dimagrimento. Agiscono anche sulla neuroregolazione dell’appetito, riducono il desiderio di alimenti ricchi di zuccheri semplici e attenuano lo stato infiammatorio che alimenta la sindrome. Disponiamo già di solide evidenze sulla riduzione degli eventi cardiovascolari, mentre sul versante renale gli studi sono molto promettenti, soprattutto nei pazienti con diabete. Per la sindrome CKM nel suo complesso serviranno ulteriori conferme, ma il razionale biologico è molto forte: riducendo l’infiammazione migliorano anche la funzione cardiaca e quella renale”.

Sviluppare più centri multidisciplinari

Le linee guida puntano molto sull’approccio multidisciplinare. È un modello realmente praticabile nel nostro Servizio sanitario?

“Il lavoro in équipe rappresenta certamente l’obiettivo ideale, ma sarebbe difficile immaginare tre specialisti dedicati a ogni paziente con obesità. I costi lieviterebbero notevolmente. Il modello più realistico è quello di Centri in grado di valutare fin dall’inizio il rischio cardiovascolare e renale delle persone con obesità viscerale. Solo chi presenta già segni di compromissione dovrebbe essere inviato al team multidisciplinare. In questo senso sarà fondamentale utilizzare sempre di più le carte di rischio e gli strumenti digitali di stratificazione: oggi non tutti i medici li impiegano sistematicamente, ma saranno indispensabili per individuare i pazienti che hanno davvero bisogno di una presa in carico specialistica”.

Oltre ai farmaci, quanto pesa lo stile di vita?

“Lo stile di vita resta il fondamento di tutto. La predisposizione genetica esiste, ma possiamo modificarne l’impatto attraverso alimentazione, attività fisica, qualità del sonno, gestione dello stress e abolizione del fumo. I farmaci rappresentano un aiuto prezioso quando il problema è già clinicamente rilevante, ma da soli non bastano. Dobbiamo imparare a considerare il peso come una bussola: quando aumenta il grasso addominale e ci accorgiamo perfino di dover allargare la cintura, significa che è arrivato il momento di intervenire. Prima si agisce, maggiori sono le possibilità di riportare l’organismo verso una condizione di salute”.

Prospettive: agire già sugli adolescenti

Come immagina l’evoluzione di queste terapie nei prossimi anni?

“Credo che andremo verso una medicina sempre più personalizzata dell’obesità. Sono in arrivo nuove combinazioni di agonisti degli ormoni intestinali, più efficaci e con minori effetti collaterali, che permetteranno di trattare anche quei pazienti che oggi rispondono meno bene alle terapie disponibili. L’aumento dell’offerta contribuirà probabilmente anche a ridurre i costi. Se riusciremo a intervenire precocemente, già negli adolescenti e nei giovani adulti con obesità, potremo cambiare l’epidemiologia delle malattie cardiovascolari e dell’insufficienza renale nei prossimi decenni. Vedo un futuro in cui l’obesità potrà diventare una condizione sempre più prevenibile e sempre più curabile”.


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