Politica

>>>ANSA/ L’Ue valuta di congelare il price cap sul petrolio di Putin – Altre news

(di Fabio Fantozzi)
Bloccare il price cap dinamico
sul prezzo del petrolio russo ai livelli attuali, scongiurando
il prossimo aumento di luglio. Una mossa a doppio taglio che, da
un lato, si traduce in un inasprimento della scure su Mosca e,
dall’altro, contribuirebbe a sterilizzare gli effetti della
crisi di Hormuz.

   
E’ la proposta che l’Ue starebbe valutando nell’ambito del
21° pacchetto di sanzioni contro Mosca. Secondo Bloomberg, che
cita diverse fonti europee, Bruxelles vorrebbe introdurre un
congelamento temporaneo del tetto massimo sul prezzo del greggio
russo prima del rialzo previsto in estate, bloccando la
quotazione dell’oro nero russo intorno ai 44 dollari attuali,
contro i previsti 65 che scatterebbero a luglio.

   
Lo scorso anno, nel quadro del G7, Bruxelles ha approvato un
meccanismo dinamico che fissava il tetto al 15% sotto il prezzo
medio di mercato del greggio Urals, dopo aver constatato che il
price cap fisso da 60 dollari al barile, adottato dai Sette nel
2022, era diventato meno efficace con il calo delle quotazioni.

   
Ora che il prezzo del petrolio ha però sfiorato ad aprile i 95
dollari al barile, anche le entrate nelle casse del Cremlino
sono tornate a salire. Il centro di ricerca Crea rileva che ad
aprile 2026, i ricavi dalle esportazioni di combustibili fossili
della Russia sono aumentati del 4% rispetto al mese precedente,
raggiungendo i 733 milioni di euro al giorno, i ricavi più alti
in due anni e mezzo, nonostante un calo del 7% nei volumi di
esportazione.

   
Se l’ipotesi trovasse conferma, resterebbe in vigore
l’attuale prezzo, ovvero 44,10 dollari al barile, oltre 20
dollari in meno ai 65 dollari che dovrebbero scattare in estate
superiori persino al primo cap originario di 60 dollari. Mosca
resta alla finestra e l’unica dichiarazione arriva dal
consigliere presidenziale russo Kirill Dmitriev che un un post
su X si limita a rilanciare l’indiscrezione di Bloomberg
commentando: “Come previsto, la crisi energetica sta
costringendo l’Ue a essere più realistica e a iniziare a
correggere gli errori del passato. L’Europa ha bisogno della
Russia per sopravvivere”.

   
Una dipendenza in realtà sempre più limitata, visto che la
quota del petrolio russo nelle importazioni europee è scesa al
2,2% nel 2025, contro oltre il 24% del totale prima
dell’invasione dell’Ucraina. Tra l’altro le forniture residue
riguardano principalmente l’eccezione accordata a Ungheria e
Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, mentre in Italia le
importazioni dirette di greggio russo risultano ormai marginali.

   
Restano allo studio anche gli altri provvedimenti nel
pacchetto sanzioni, tra cui, riporta Bloomberg, le nuove
restrizioni contro banche, trader petroliferi, raffinerie e
operatori di criptovalute di Paesi terzi accusati di aiutare
Mosca. Improbabile invece l’introduzione di un divieto totale
dei servizi marittimi.

   
La Commissione europea, come per ogni misura in preparazione
nei pacchetti di sanzioni, non commenta l’indiscrezione, mentre
è alle prese con le risposte da dare alla crisi energetica
legata alla situazione in Iran. Mercoledì potrebbe arrivare
l’attesa risposta della presidente Ursula von der Leyen alla
premier Giorgia Meloni, che chiedeva di scorporare dal calcolo
del deficit le spese per affrontare la crisi, al pari di quelle
per la difesa. I margini di manovra sono stretti. Il commissario
all’Economia Valdis Dombrovskis, la stessa von der Leyen e molte
fonti europee hanno più volte sottolineato che non c’è grande
spazio né consenso tra gli altri Stati per accordare una
clausola di salvaguardia nazionale per l’energia, tantomeno se
le spese sono destinate ai sussidi come il taglio delle accise,
una misura non considerata mirata. Bruxelles punta soprattutto
sull’utilizzo dei fondi già disponibili. La lettera del
vicepresidente dell’Esecutivo Ue Raffaele Fitto ai 27 per
invitarli a usare e riprogrammare i fondi della coesione sulle
misure energetiche è certamente una prima risposta. Von der
Leyen ha richiamato i circa 95 miliardi ancora disponibili tra
politica di coesione e fondi del Next Generation Eu, che
potrebbero essere usati per gli investimenti nella transizione,
soprattutto nell’elettrificazione, come chiede la Spagna. Questo
però non va incontro alle richieste dell’Italia, che vedrebbe di
nuovo aumentare il suo deficit.

   

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