Trentino Alto Adige/Suedtirol

Bolzano, vestiti usati nel termovalorizzatore

A Bolzano basta toccare il tema degli abiti usati per accendere immediatamente l’attenzione dei cittadini. Non è un dettaglio e non è una percezione casuale. Da quando il Comune e Seab hanno eliminato i bidoni gialli dalle strade, obbligando chi vuole disfarsi dei vestiti a portarli direttamente al centro di riciclaggio, il tema è diventato inevitabilmente più sensibile. Perché se riduci drasticamente i punti di conferimento, ogni intoppo del sistema pesa di più. Anzi, pesa in modo totale. È esattamente quello che è accaduto nei giorni scorsi.

La vicenda parte dalla segnalazione di una lettrice a BZ News 24. La cittadina racconta di essersi recata al centro di riciclaggio di Bolzano con due abbondanti sacchi di vestiti usati, convinta di conferirli in un circuito di recupero separato. Una volta arrivata, però, si sarebbe trovata davanti a una situazione diversa da quella attesa: gli abiti sarebbero stati indirizzati verso una pressa dove risultavano già in compattazione un materasso sporco e altri materiali apparentemente destinati allo smaltimento. Una scena che inevitabilmente ha acceso interrogativi. La donna avrebbe chiesto spiegazioni al personale, ricevendo come risposta che il sistema normalmente dedicato a questa raccolta risultava guasto e lo sarebbe stato per almeno una settimana.

Abbiamo quindi chiesto chiarimenti ufficiali direttamente a Seab e, in conoscenza, al sindaco Claudio Corrarati e all’assessore competente Marco Caruso. La risposta conferma il problema, ma ridimensiona durata e impatto del disservizio. “Si è verificata la rottura della cassa in cui vengono depositati gli indumenti prima del loro trasferimento nel container principale” spiega Seab. “In attesa del ripristino, per un paio di giorni, i conferimenti sono stati temporaneamente dirottati verso la pressa dei materiali destinati al termovalorizzatore”. Tradotto: gli abiti conferiti in quel periodo non sono stati recuperati come materiale tessile ma avviati al recupero energetico (bruciati, detto in modo molto prosaico e imperfetto). Secondo Seab il problema sarebbe però già stato risolto e il servizio sarebbe tornato regolare.

Quanto materiale è finito in questo circuito alternativo? Qui una risposta precisa non c’è. “Non essendoci un tracciamento puntuale in ingresso per questa specifica frazione di materiali, non è possibile stimare il numero esatto di conferimenti coinvolti. In base alle medie storiche di raccolta, si tratta comunque di un quantitativo minimo”. Minimo ma comunque, per logica, pari a tutti i vestiti buttati in modo corretto dalla città per due giorni.  Nessuna comunicazione pubblica ai cittadini è stata fatta, invece, perché (sempre secondo Seab) “si è trattato di un guasto improvviso e risolto rapidamente”.

C’è poi un chiarimento importante, che forse alcuni cittadini ignorano. Seab precisa infatti che “gli indumenti conferiti al centro di riciclaggio non vengono destinati al riuso diretto come abiti per altre persone, ma al riciclo tessile, quindi alla trasformazione in materiale come pezzame industriale”. Che è comunque qualcosa meglio di finire al termovalorizzatore.

Questa vicenda, come detto, arriva in un momento in cui il sistema di raccolta degli abiti usati a Bolzano è già sotto osservazione. L’eliminazione dei bidoni gialli dalle strade era stata presentata come una scelta per migliorare efficienza e decoro urbano, riducendo degrado, conferimenti impropri e abbandoni. I numeri raccontano però una faccia della medaglia un po’ meno rosea. Secondo i dati forniti nelle scorse settimane da Seab a BZ News 24la raccolta degli indumenti è crollata del -42% in un solo anno: dalle 502 tonnellate del 2024 alle 289 tonnellate del 2025. Il 2026 appare ancora più critico: nei primi tre mesi dell’anno erano state raccolte appena 15,8 tonnellate contro le 102 dello stesso periodo dell’anno precedente.

Una frenata enorme.

Il dato positivo è che il materiale conferito oggi risulta qualitativamente più pulito, senza impurità e rifiuti estranei che spesso finivano nei vecchi contenitori stradali. A patto, chiaramente, che venga avviato al riciclo e non al termovalorizzatore. Il dato problematico, semmai, è un altro: se decine e decine di tonnellate di vestiti non arrivano più nel circuito ufficiale, dove finiscono?

Una parte potrebbe essere semplicemente trattenuta in casa. Un’altra, più realisticamente, potrebbe finire nell’indifferenziata. È qui che un episodio come quello del guasto assume un peso simbolico più forte dei semplici “due giorni”. Quando ai cittadini viene chiesto uno sforzo aggiuntivo (caricare i sacchi in auto, raggiungere il centro di riciclaggio, rispettare un percorso più complesso rispetto al semplice bidone sotto casa) la fiducia nel sistema diventa essenziale. Rendere lo sforzo sostanzialmente vano senza alcuna comunicazione preventiva (anche se per un guasto minimo) non è certamente un rinforzo psicologico virtuoso.  Anche piccoli cortocircuiti rischiano di incrinare quella fiducia. Il messaggio percepito può diventare molto semplice: fare più fatica per ottenere comunque lo stesso risultato del cassonetto normale. Per un sistema che già registra un tracollo dei conferimenti, non esattamente un dettaglio.

✍️ Alan Conti 







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