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La Cina manda 100 navi attorno a Taiwan: il segnale a Trump che spaventa il Pacifico

A poche ore dalla fine della visita ufficiale in Cina del presidente della Federazione russa Vladimir Putin, e a pochi giorni dal termine del vertice Trump Xi Jinping a Pechino, la Repubblica Popolare Cinese avvia una serie di manovre navali che vedono la presenza di più di 100 navi da guerra.

L’area geografica interessata dalla presenza navale cinese, la più massiccia di sempre, è molto vasta: dal Mar Giallo sino al Mar Cinese Meridionale, passando per il Mar Cinese Orientale e acque limitrofe. Le unità coinvolte appartengono sia alla Guardia costiera di Pechino sia alla marina militare, accompagnate anche da alcune navi da ricerca e rilevamento marittimo, e sono particolarmente attive nelle acque intorno a Taiwan, dove lo schieramento è iniziato prima dell’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping per poi andare progressivamente aumentando numericamente, e allargandosi ai mari circostanti.

Aumenta la pressione su Taiwan, e non solo cinese

In un post su X, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale di Taiwan, Joseph Wu, ha condiviso una mappa datata 23 maggio che mostra lo “schieramento marittimo cinese” dislocate dal Mar Giallo, al largo della penisola coreana, fino al Mar Cinese Meridionale e al Pacifico occidentale. “In questa parte del mondo, la Cina è l’unico problema che sta distruggendo lo status quo e minacciando la pace e la stabilità regionale”, ha affermato Wu nel post.

Quasi nelle stesse ore dell’avvio di questa dimostrazione di forza navale cinese, la Casa Bianca ha ufficialmente sospeso l’invio di armamenti a Taiwan per un valore di 14 miliardi di dollari giustificando la scelta per via delle necessità belliche in Medio Oriente, con l’operazione Epic Fury contro l’Iran. La stessa motivazione che ha rinviato anche la spedizione di missili da crociera “Tomahawk” al Giappone, successiva a precedenti accordi di vendita tra Tokyo e Washington.

Interrogato durante un’audizione al Congresso in merito alla sospensione della vendita di armi a Taiwan, il segretario ad interim della marina statunitense Hung Cao ha dichiarato che “al momento stiamo facendo una pausa per assicurarci di avere le munizioni necessarie per il programma Epic Fury, di cui disponiamo in abbondanza” precisando però che “tuttavia, ci stiamo solo assicurando di avere tutto il necessario, dopodiché le vendite militari all’estero riprenderanno quando l’amministrazione lo riterrà opportuno”.

Una moneta da non scambiare

Resta comunque da considerare che il presidente Trump non si è ancora ufficialmente impegnato a portare a termine la vendita, sollevando preoccupazioni sul suo sostegno a Taiwan, e ha invece definito il pacchetto di armamenti una “moneta di scambio” con la Cina, facendo presagire che possa decidere effettivamente per la cancellazione della vendita venendo così incontro ai desiderata della Repubblica Popolare, che da tempo chiede agli Stati Uniti di cessare il sostegno militare a Tawian.

Sebbene non si conosca la composizione esatta della flotta cinese in mare – la presenza di portaerei e unità da assalto anfibio implicherebbe una manovra militare complessa – la quantità e la mescolanza tra unità della marina e della Guardia costiera insieme alla vasta area marittima in cui si trovano fanno pensare a un importante segnale politico di pressione su Taipei e su altri alleati regionali come il Giappone e le Filippine, entrambi Paesi che hanno più o meno direttamente avvisato che una crisi per Taiwan implicherebbe una necessaria reazione di qualche tipo in quanto metterebbe in pericolo la loro sicurezza nazionale.

Manovre “ibride”

La Cina non è nuova a questo tipo di dimostrazioni di forza e all’utilizzo della sua flotta – anche non militare – per mettere pressione su altri Paesi della regione con azioni nel campo della guerra ibrida: proprio le Filippine, da un paio d’anni, stanno vivendo un costante aumento delle azioni aggressive cinesi all’interno della propria Zona Economica Esclusiva senza mai arrivare a uno scontro diretto.

Azioni che servono a logorare l’avversario e ad avanzare le proprie pretese in un’ottica temporale lunga, mettendo così la comunità internazionale davanti a un dato di fatto.

Sempre meno fiducia nell’impegno Usa

La giravolta di Trump sugli armamenti a Taiwan non ha solo turbato Taipei, ma ha velocizzato la spirale di sfiducia nei confronti di Washington che nutrono alcuni suoi alleati principali, come il Giappone, che ha intrapreso passi storici verso una maggiore autonomia nel settore degli armamenti, e sta cambiando radicalmente la sua postura in merito alla gestione degli stessi, anche aprendo alle esportazioni in una mossa inaudita per Tokyo.

Nonostante una gestione del dossier cinese un po’ troppo azzardata, e troppo fondata su immediati risultati commerciali, gli Stati Uniti però non cessano di rinforzarsi nel vitale settore del Pacifico occidentale, dove Pechino ora sta cercando di scalzare Washington anche in qualità di provider di sicurezza proprio grazie alla nuova politica Usa.

Le forze statunitensi si stanno riorganizzando lungo la Prima e Seconda Catena di Isole (dal Giappone alle Filippine, dalle Marianne a Palau) nel tentativo di rafforzare la propria capacità di deterrenza davanti a una Cina che sta cercando di diventare potenza globale, e che per farlo deve necessariamente rompere “l’accerchiamento” statunitense nei mari del

Pacifico occidentale.

L’orologio della storia si è ancora una volta messo in moto, e non da oggi, ma proprio recentemente, grazie alla poca lungimiranza di questa nuova amministrazione Trump, il tempo scorre più velocemente.


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