Veneto

La più piccola, scoperta dell’omosessualità

Tratto dal romanzo autobiografico di Fatima Daas, il terzo film di Herzi, nota come attrice per il film “Cous Cous” di Kechiche, è un film di formazione di una giovane di origine algerina residenti a Clichy-sur-Bois in cui emerge il contrasto caratteriale col resto della classe delle superiori così come con le sorelle di una famiglia al 90% fatta di donne, l’interesse sempre più crescente per la letteratura e la filosofia, sino al fulcro del film: la scoperta della propria omosessualità, dapprima negata e poi rivelata sino a provare varie esperienze e poi trovare l’amore.

“La più piccola”, in concorso al 75mo festival di Cannes, ha riscosso ampi consensi e ha visto la protagonista vincere il Cesàr per la migliore promessa cinematografica. È tutta vera gloria? Personalmente propendo per il no, nonostante abbia rilevato interessante l’interpretazione della Melliti. “La più piccola” è girato secondo il classico stile “neorealista” francese che impera in racconti come questo, luci naturali, ambienti reali, racconto in cui avviene una sorta di pedinamento (per dirla con Zavattini) del personaggio e della sua evoluzione, controluce a iosa. E il paragone, inclemente, va verso il classico di Kechiche, “Vita di Adele”.

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Trovo innegabile che la regista abbia attinto sia da questo film come da quello da lei interpretato per Kechiche. Ma appare tutto in chiave minore, se non addirittura superficiale. Lì dove la messinscena della scoperta dell’erotismo lesbico e dell’amore tra Adele e Emma si svolgeva in un melò autorale fiammeggiante e in cui le scene esplicite di sesso erano fuoco nel fuoco, sembra che la Herzi pur rifacendosi ai modelli precedenti, ne offra una versione raffreddata se non a tratti involontariamente divertente. Una scena tra tutte: la partecipazione al Gay Pride, ripresa pari pari dal film di Kechiche e ovviamente senza lo stesso impatto che poteva avere nel 2013, anno di uscita di “Adèle”.

Uno dei problemi è lo scarso appeal del personaggio principale; non che i film debbano avere protagonisti per forza simpatici ma non scatta l’empatia con Fatima; forse perché il film in fondo è un racconto tiepido su una vita tutto sommato tiepida, dove i traumi sono poco interessanti, se di traumi si tratta. E la Melliti ha costantemente un’aria di superiorità che poco ci attrae e ci fa identificare, a prescindere dai gusti sessuali. Perché in fondo questa giovane donna, che si veste come un bodyguard, che dopo tentennamenti o incapacità di confessare le sue tendenze una volta apprese, tutto sommato fila via liscia, tra una passione per un’infermiera asiatica un po’ psicolabile e dei threesome con altre due donne, in cui peraltro nelle scene erotiche, Fatima resta comunque vestita col berrettino e gli eterni abiti neri.

Non succede granché e quando succede manca un po’ il coraggio di andare in fondo, sia nel dramma come anche nella gioia e nella sfrenatezza dell’essersi finalmente trovate. E anche le scene della famiglia, con un accenno fuggevole al patriarcato, dove il padre, vecchietto gentile e sorridente, non si schioda dal divano e guarda le donne di casa cucinare senza tregua (siamo in “Cous Cous”) sono perlomeno solite.

Comunque tutto potrebbe andarci bene se la strada perseguita fosse stata quella del non detto, del sottilmente taciuto e perciò risaltante al massimo del vigore con la forza del contrasto. Peccato che si sia nella maniera di ciò, sfibrata e accarezzata al massimo con un linguaggio che non offre nessuna novità. E anche con la chiusa finale, che non rivelo ma che in fondo non sconcerta, si pecca di scarsa profondità.


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Fatima non diventa mai un simulacro per tutte le persone che si scoprono “diverse” (e mi chiedo oggi come oggi “Diverse da chi?”). “La più piccola” è stato oggetto di grosse polemiche per via di un vero o presunto intervento “censorio”; a quanto pare il divieto i 14 anni non è stato frutto di una scure di una censura che non esiste più da cinque anni in Italia, ma di valutazioni, discutibili o meno, della classica commissione di esperti, che non ha assolutamente impedito al film di uscire.

In conclusione, un film che ho trovato penalizzato oltretutto da una vena di egocentrismo e che meritava una storia e una messinscena più forte. Ma tanto ce l’abbiamo già questa storia: basta recuperare “La vita di Adele” per restare mesmerizzati dalle infiammate immagini e dalle meravigliose interpreti.

LA PIU’ PICCOLA
(La petite dernière)
Francia, 2025
Regia: Hafsia Herzi
Con: Nadia Melliti, Park Ji-min


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