Umbria, due brutti segnali: giovani qualificati se ne vanno sempre più. Chi no rimane in famiglia

I nuovi dati del Rapporto annuale 2026 dell’Istat aggiungono altri elementi che, letti dal punto di vista umbro, delineano un quadro particolarmente delicato: denatalità, impoverimento demografico, giovani che restano più a lungo in famiglia e aumento dell’emigrazione qualificata sono fenomeni che in Umbria assumono un’intensità superiore alla media nazionale in diversi indicatori.
Sul fronte demografico l’Umbria è tra le regioni italiane più colpite dall’invecchiamento e dalla riduzione delle nascite. La popolazione regionale continua a diminuire da anni e il saldo naturale resta negativo stabilmente: i decessi superano di molto le nascite. Secondo gli ultimi dati demografici Istat disponibili, l’Umbria è sotto gli 850 mila residenti e registra uno degli indici di vecchiaia più elevati del Paese.
Il dato nazionale richiamato dall’Istat — 370 mila nascite nel 2024 e tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna — trova una corrispondenza molto netta nella realtà umbra. In diversi comuni interni e montani le scuole perdono iscritti anno dopo anno, mentre cresce il numero di anziani che vivono soli. La trasformazione della struttura familiare è già molto avanzata: aumentano le famiglie monopersonali e diminuiscono i nuclei con figli.
Questo aspetto si collega direttamente anche al blocco dell’ascensore sociale descritto nel Rapporto. In Umbria il prolungamento della permanenza dei giovani in famiglia è favorito da almeno tre fattori strutturali: salari bassi, precarietà occupazionale e mercato immobiliare meno costoso rispetto alle grandi città ma comunque difficile da sostenere con lavori discontinui o part time. Il dato nazionale secondo cui due giovani su tre tra 18 e 34 anni vivono ancora con i genitori assume qui una dimensione particolarmente evidente soprattutto nei piccoli centri, dove l’autonomia economica arriva più tardi rispetto al passato.
C’è poi il tema della povertà assoluta, che il Rapporto Istat indica all’8,4% delle famiglie italiane. In Umbria i numeri storicamente sono leggermente inferiori rispetto al Mezzogiorno, ma negli ultimi anni il deterioramento del potere d’acquisto e la crescita dei lavoratori poveri hanno inciso anche sul ceto medio regionale. Un elemento importante riguarda la qualità dell’occupazione: avere un lavoro non protegge più automaticamente dal rischio di vulnerabilità economica.
È uno dei motivi per cui la mobilità sociale si è inceppata. Fino agli anni Sessanta e Settanta il passaggio da famiglie operaie o agricole a occupazioni impiegatizie o professionali era relativamente diffuso anche in Umbria, accompagnato dall’espansione industriale e del pubblico impiego. Oggi invece una quota crescente di giovani laureati si trova in occupazioni meno stabili e meno retribuite rispetto alle aspettative e, in alcuni casi, rispetto alla condizione economica delle famiglie di origine.
Il punto forse più critico per l’Umbria riguarda però la fuga dei giovani qualificati. L’Istat segnala che nel 2023 hanno lasciato l’Italia 21 mila laureati tra 25 e 34 anni, record storico, mentre in dieci anni il saldo netto è negativo per 97 mila giovani. Per una regione piccola come l’Umbria l’impatto relativo può essere ancora più pesante: basta la perdita di poche migliaia di laureati per impoverire sensibilmente il tessuto produttivo e professionale locale.
L’Umbria continua infatti a formare giovani con livelli di istruzione medio-alti grazie soprattutto all’università di Perugia, ma fatica a offrire sbocchi professionali adeguati nei settori ad alta qualificazione. Questo produce un meccanismo circolare: meno giovani restano, meno si sviluppano attività innovative e lavori qualificati; meno opportunità si creano, più aumenta la spinta a partire.
Il Rapporto Istat sembra quindi fotografare un fenomeno che in Umbria è già visibile da tempo: non soltanto il rallentamento dell’ascensore sociale, ma il rischio di un progressivo svuotamento generazionale della regione. Un territorio dove diminuiscono i giovani, aumentano gli anziani e una parte crescente dei laureati costruisce altrove il proprio futuro rischia infatti di vedere ridursi non solo la popolazione, ma anche la capacità di innovazione economica e sociale nei prossimi decenni.
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