«Il made in Italy e l’approccio sartoriale rendono unici i nostri alberghi»
Dopo una visita alla Cappella Sistina, nel 1990 il dottor Frank Lynn Meshberger del St. John’s Medical Center di Anderson, Indiana, pubblicò sul« Journal of the American Medical Association» un articolo che suscitò scalpore, nel mondo della medicina come in quello dell’arte: osservando l’affresco del Giudizio Universale di Michelangelo, ravvisò nel mantello purpureo che avvolgeva Dio e i suoi angeli la sezione di un cervello umano, con ogni sua componente. Teorizzò che Michelangelo avesse così voluto rappresentare il dono più prezioso fatto da Dio alla sua più sofisticata creatura: la mente, con i suoi meccanismi e i suoi misteri. «Si dipinge con il cervello, et non con le mani», notò d’altra parte lo stesso Michelangelo.
Saltando di secoli e luoghi, e arrivando nella New York dei primi anni 90, l’atto di osservare accese una cruciale scintilla creativa in una giovane imprenditrice italiana in trasferta: «Avevo detto a mio padre che era ora di espandersi all’estero e di acquistare un albergo lì. Mi prese un po’ per matta, ma alla fine mi diede fiducia. Avevamo rilevato una struttura fino a quel momento gestita da imprenditori cinesi, che l’avevano arredata con gusto diciamo poco memorabile. Decisi di rinnovarlo con un approccio più italiano, e lo battezzammo The Michelangelo»: quello che porta a New York è uno dei ricordi più belli di Elisabetta Fabri, presidente e ad di Starhotels, il gruppo alberghiero fondato a Firenze dal padre Ferruccio nel 1980, di cui lei è alla guida dal 2000, che in questi anni ha portato all’estero e fatto diventare il primo in Italia per fatturato degli indipendenti del settore, con 315 milioni nel 2024, 34 hotel e 4.500 stanze. Ed è lì, in quell’hotel che parlava subito di italianità, che Fabri ebbe la sua visione del futuro: «Quando gli statunitensi si accorgevano che vivevo fra New York e Firenze mi dicevano “what a life!”, un commento che mi faceva capire quando amassero l’Italia, e che mi aprì gli occhi: avevo realizzato per la prima volta il privilegio di essere italiana – racconta –. Da lì, ho capito che c’era un incredibile potenziale nel valorizzare la nostra visione, il legame con le nostre città, la nostra arte, la nostra personalità. E da allora ogni hotel l’ho approcciato così, dando peraltro spazio alla mia originaria passione per l’architettura. Ho iniziato con il Tuscany, rilevando l’ex albergo Monginevro che la Lancia aveva aperto vicino al suo stabilimento nella periferia di Firenze. Era terribile. Abbiamo inserito elementi autenticamente toscani, i vasi di terracotta, la paglia, la pelle, una palette di verde salvia e rame. Dopo 21 anni è ancora molto fresco, molto contemporaneo».
Così Elisabetta Fabri dava la sua interpretazione all’intuizione del padre, che voleva creare un sistema quasi industriale, molto codificato, di ospitalità. Lo stesso nome “Starhotels”, infatti, evoca una precisa lista di “standard”: «Sul fronte tutto rispetta e interpreta il genius loci di un luogo, ma dietro si muovono processi industriali molto precisi. E tutto funziona talmente bene che il cliente non se ne accorge. Abbiamo una grande sede, nel nostro ufficio centrale a Firenze ci sono 150 persone, ma il nostro approccio è sempre sartoriale. Il taglia e incolla è facile, ma non funziona. Si guardi intorno».
Siamo nella penthouse suite che occupa l’ultimo piano dell’Hotel d’Inghilterra, indirizzo simbolo di Roma da quando vi aprì, nel 1845, tra via Condotti e via Borgognona. Starhotels lo ha acquistato, ripensato e ristrutturato, sempre secondo i suoi standard sartoriali. Ci sono il camino originale del XIX secolo, i bassorilievi di Felice Calchi, le lampade delle Vetrerie Empoli, i tessuti creati da Rubelli elaborando motivi che ricorrono nell’albergo. «Questo luogo è sempre stato una sorta di casa, con una lunga storia, una precisa anima. Abbiamo rispettato lo spirito artistico della città, lavorando con i battiloro del centro storico, chiamato come consulente Paolo Antonacci, erede di una delle più antiche famiglie romane di antiquari. Vede queste porte dipinte? Le abbiamo recuperate, ci avevano suggerito di liberarcene. In realtà non buttiamo via nulla, anzi: in un magazzino di 2mila mq conserviamo gli arredi o gli elementi che non ci servono, ma magari recupereremo più avanti».
La valorizzazione e il racconto dell’alto artigianato italiano passa anche da un altro standard dell’azienda, codificato dall’ennesima intuizione, nata dall’osservazione, di Fabri: «Vivendo a Firenze mi sono resa conto di quanto l’artigianato fosse trascurato. Oggi è un tema molto seguito, un mondo visto e protetto, ma fino a qualche anno fa le botteghe chiudevano una dopo l’altra. Nel 2019 ho deciso di dare il mio contributo, con il progetto “La Grande Bellezza”, insieme alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e a Gruppo Editoriale, per portare le creazioni di questo saper fare nelle nostre strutture in tutto il mondo, diventandone ambasciatori. Per i nostri alberghi cerchiamo di comprare il più possibile prodotti made in Italy, di aziende anche piccole e per oggetti minori: per gli ombrelli ricordo che è stato complicatissimo trovare chi ancora sapesse confezionarli. Organizziamo anche un concorso biennale riservato agli artigiani italiani, ai quali proponiamo un tema, quest’anno è “la bellezza dell’utile”. Sono arrivate molte proposte, al vincitore daremo la possibilità di esporre le sue creazioni, le acquisteremo e lo premieremo anche con 10mila euro, per contribuire ai suoi futuri progetti».
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