Società

Carmen Diodato: «La mia sordità non è mai stata una condanna. Al contrario, mi ha insegnato a danzare»

Carmen Diodato si definisce «calabrese, forte, testarda». La scelta di queste parole mi colpisce subito. È un modo concreto di raccontarsi, che somiglia molto al modo in cui parla della danza: una forma d’arte fatta di disciplina, rispetto e responsabilità.

Per quanto oggi si sappia, Carmen Diodato è l’unica danzatrice classica sorda inserita nel corpo di ballo di un teatro lirico nel panorama artistico internazionale. Dal 2013 danza per la Fondazione Arena di Verona, dal 2016 anche per la Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Per danzare si orienta nelle vibrazioni, nel ritmo, nei passaggi musicali da riconoscere e memorizzare.

Ma lei stessa mi chiede di non fermarmi alla biografia, alle tappe, ai traguardi. «Non importano a nessuno, tantomeno a me», mi dice. Le interessa che il racconto tenga dentro la verità delle cose, non soltanto la parte luminosa; che non diventi una celebrazione di successi, ma qualcosa capace di parlare anche a chi legge, soprattutto ai più giovani, con o senza disabilità. Il punto è un altro: in fondo, che cosa resta di una storia personale se non diventa anche una possibilità per chi arriva dopo?

Negli ultimi anni ha scelto di affiancare al lavoro artistico anche una dimensione pubblica e mediatica. Non per raccontarsi come eccezione, ma per fare della propria esperienza una possibilità di confronto. Lo ha fatto parlando di precarietà nel mondo dello spettacolo, partecipando alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, esponendosi anche quando sarebbe più semplice limitarsi al palcoscenico.

Il 15 maggio danza all’Arena di Verona per la XXXI edizione de La Grande Sfida International, all’interno del progetto Incontrarti, in una serata con i Pooh, Francesco Renga, il cast ufficiale di Notre Dame e altri artisti. Interpreta un passo a due sulle note de Il tempo delle cattedrali, eseguita da Matteo Setti.

L’intervista a Carmen Diodato

Come nasce il suo percorso nella danza?
«Il mio percorso artistico è nato per caso, grazie a un’intuizione straordinaria della mia logopedista Adriana. Adriana per me non è stata soltanto una logopedista, io l’ho sempre considerata una seconda mamma. È stato fondamentale quello che lei ha fatto per me, perché non si è fermata semplicemente al suo ruolo da professionista ma ha fatto qualcosa in più, mi ha dato una possibilità concreta».

Che cosa aveva notato, secondo lei, prima degli altri?
«È stata una donna lungimirante perché ha visto qualcosa che nessun altro poteva vedere. Dopo aver visto il film Figli di un Dio minore, pensò che la musica e la danza potessero aiutarmi a sviluppare l’udito e decise di iscrivermi a una scuola di danza. Io ammiro molto le persone che non si limitano al proprio ruolo, ma tentano quel salto di qualità necessario per poter fare la differenza. A volte la lungimiranza di alcune persone può cambiare completamente il destino di una vita e io credo molto in questo. Oggi Adriana non c’è più, ma continua a vivere nei miei ricordi, e in qualche modo anche in ogni passo che faccio. Devo tutto a lei. Sarebbe così orgogliosa di me, dell’artista ma soprattutto della donna che sono diventata».


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