Dopo la “paratina” Putin apre: “Il conflitto? Va verso la fine”
Nel giro di poche ore Vladimir Putin ha mostrato due volti diversi, quasi opposti. Al mattino, sulla Piazza Rossa, il presidente russo ha celebrato la Giornata della Vittoria con toni da mobilitazione nazionale permanente, evocando lo scontro con l’Occidente e rivendicando la capacità della Russia di “sopportare qualsiasi cosa”. In serata, invece, secondo quanto riportato da Ria Novosti e dalla Tass, il leader del Cremlino ha cambiato totalmente registro: “Il conflitto ucraino sta volgendo al termine”, ha dichiarato, aggiungendo che Mosca “non ha mai rifiutato” negoziati con l’Unione europea.
Due messaggi apparentemente incompatibili, ma in realtà complementari nella strategia politica e comunicativa del Cremlino. Da una parte la necessità di mostrare forza, compattezza e resilienza davanti all’opinione pubblica interna; dall’altra l’esigenza di accreditarsi come interlocutore disponibile a una soluzione diplomatica, soprattutto in una fase in cui la guerra entra nel suo quinto anno e il peso economico e umano del conflitto diventa sempre più evidente.
La parata del 9 maggio ha raccontato molto di più delle parole pronunciate da Putin. La celebrazione dell’81° anniversario della vittoria sovietica sul nazismo è apparsa infatti in tono minore rispetto ai fasti del passato. Appena 46 minuti di cerimonia, un discorso presidenziale ridotto a poco più di otto minuti e, soprattutto, l’assenza dei tradizionali carri armati e dell’artiglieria pesante dalla Piazza Rossa. Una scelta che il Cremlino non può liquidare come puramente simbolica: il rischio di attacchi ucraini e la necessità di preservare mezzi e risorse hanno imposto prudenza anche nel cuore di Mosca. La potenza militare russa, più che sfilare, è stata proiettata sui maxischermi. Video di combattimenti, immagini di missili, Marina e difesa contraerea hanno sostituito ciò che non si è voluto, o potuto, esibire dal vivo.
Nel suo intervento Putin ha saldato la memoria della Seconda guerra mondiale all’invasione dell’Ucraina, insistendo sulla narrativa consolidata del Cremlino: non un conflitto limitato contro Kiev, ma uno scontro diretto con l’intero blocco occidentale, sostenendo che Mosca starebbe resistendo “a una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco Nato”. Il richiamo alla mobilitazione collettiva del Paese è stato altrettanto significativo. Putin ha evocato combattenti, operai, medici, insegnanti, imprenditori, volontari e clero come parti di un unico sforzo nazionale. Un linguaggio da economia di guerra che tradisce quanto il conflitto abbia trasformato la Russia, costringendo il sistema produttivo a una conversione militare sempre più marcata.
Eppure, poche ore dopo, il tono è cambiato radicalmente. Putin ha parlato di un conflitto “che volge al termine” e si è detto pronto a discutere con l’Europa. Ha persino ironizzato sul possibile ruolo di mediatori, indicando l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroder come interlocutore gradito: “Altrimenti scelgano loro un leader di cui si fidano”. E poi ha dichiarato che la Russia non ha ricevuto alcuna proposta dall’Ucraina in merito a un ampio scambio di prigionieri annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La verità è che Mosca sa benissimo che il tempo della guerra infinita rischia di diventare insostenibile per la Russia stessa.
Le perdite umane (oltre 500mila soldati morti), il peso delle sanzioni, la militarizzazione dell’economia e l’isolamento internazionale impongono al Cremlino di preparare il terreno politico di un eventuale negoziato. Ma il doppio messaggio di Putin rivela soprattutto che la Russia vuole trattare senza apparire debole.
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