Quello che tutti dobbiamo a Matteo Berrettini
È andata come forse già sapete. Nel torneo che gli è più caro, Matteo Berrettini esce di scena al primo turno per mano di Alexei Popyrin, 27 anni, australiano, numero 60 del mondo. Il punteggio — 6-2 6-3 in un’ora e mezza — non lascia spazio a interpretazioni. Prestazione opaca, due break subiti nel primo set e uno nel secondo, il pubblico amico che non riesce a motivarlo. Per il romano è il secondo esordio negativo consecutivo in un Masters 1000 dopo quello a Madrid contro il croato Dino Prizmic.
L’immediata conseguenza è lo scivolamento oltre quota 100 nel ranking mondiale. Poi c’è lo scoramento. Dirà nella conferenza stampa del dopo-partita: “Sono deluso, questo è uno sport che ha bisogno di continuità, i troppi alti e bassi non pagano”. Comprensibile. Credo quindi che proprio ora dobbiamo a Matteo un riconoscimento sul suo ruolo cruciale nella creazione del sistema tennistico italiano attuale: insomma, proviamo a contestualizzare il finalista di Wimbledon 2021 e l’eroe di tante battaglie epiche su ogni superficie guardandolo da una distanza maggiore, in un ambito meno contingente ed emotivo.

Il tennis vive di innovazioni e interpretazioni. La tassonomia funziona perché coglie una dialettica fondamentale: ci sono giocatori che spostano il limite e giocatori che lo abitano. Innovatori sono stati i Quattro Moschettieri francesi e i giganti americani degli anni Venti e Trenta, Bill Tilden sopra tutti: non si sono limitati a vincere, hanno riscritto il vocabolario del gioco. Altrettanto innovatori sono risultati Bjorn Borg e John McEnroe negli anni Settanta. Al contrario, formidabili interpreti di quelle due ere (nel senso che hanno applicato al meglio le innovazioni altrui) vanno considerati campioni come Gottfried von Cramm e Fred Perry oppure Jimmy Connors e Arthur Ashe.
La storia italiana del tennis è un caso di scuola, forse più nitido che altrove perché i suoi momenti di grandezza sono stati pochi e quindi più riconoscibili. Nicola Pietrangeli è stato l’innovatore archetipico, e non per i Roland Garros del 1959 e del 1960: erano il risultato, non la causa. La sua vera invenzione è stata mentale: per la prima volta un azzurro si è seduto al tavolo dei grandi senza chiedere permesso, senza il complesso provinciale che fino a quel momento aveva caratterizzato i nostri fenomeni da circolo dopolavoristico o altoborghese. Tutto ciò che è venuto dopo, ha preso le mosse da quella nuova consapevolezza.
Adriano Panatta ha innovato in modo diverso: ha imposto la fisicità, la potenza, una certa idea di tennis-spettacolo che la nostra tradizione, ancora figlia del gioco di tocco sui campi in terra rossa, non conosceva. La sua stagione 1976 è il suo manifesto: il gioco poteva essere muscolare, plastico, perfino arrogante. E il quartetto di Davis con Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli è stato il primo italofono ad aver pensato di poter battere chiunque. Un quarto di secolo dopo, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta hanno innovato sul versante femminile, dove il divario con le giocatrici straniere appariva abissale. Vincendo il Roland Garros 2010 la milanese ha mostrato che una italiana poteva sostenere due settimane di Slam fino in fondo, con la ferocia che avevamo visto solo nelle americane, nelle russe, nelle belghe. La brindisina ha completato l’opera agli Us Open 2015: finale tutta italiana con Vinci, vittoria, addio al tennis nello stesso istante.
In questo schema – per capirci – Fognini è un conservatore, seppure nel senso migliore del termine: talento da vendere — quel rovescio lungolinea e quel polso rotativo che è già nella memoria collettiva — ma una traiettoria di brillantezza intermittente. Ha vinto Montecarlo nel 2019, ha avuto giornate da fuoriclasse assoluto. Non ha però trasformato il sistema: lo ha decorato. Per i primi tre lustri del terzo millennio è stato l’unico vero protagonista del tennis maschile italiano, e questo la dice lunga sulla traversata nel deserto dell’intero movimento nazionale.
Ed è qui che alla fine degli anni Dieci entra in scena Berrettini, la lepre che ha fatto accelerare la qualità del nostro sport. La sua innovazione è stata duplice. La prima è tecnica: ha fatto proprio il big game — servizio micidiale, dritto perforante, aggressione sulla seconda dell’avversario — che era considerato un patrimonio quasi esclusivo degli americani e degli europei dell’Est. Vittorie al Queen’s, finale a Wimbledon: eventi senza precedenti sull’erba che per decenni abbiamo solo accarezzato. La seconda dimensione, più importante, ricalca la rivoluzione di Pietrangeli: Berrettini ci ha fatto assaporare la vertigine di chi sta sull’Olimpo. Quando ha giocato la finale dei Championships contro Djokovic, perdendo dignitosamente in quattro set dopo aver vinto il primo, ha mostrato a una generazione di compagni e ragazzini che uno Slam si poteva contendere a chiunque, alla pari, fino in fondo. Non un sogno, ma un’ipotesi concreta.

Sinner è il beneficiario più visibile del cambio di scenario, anche se gioca in modo assai diverso: il punto è che Jannik è cresciuto in un’Italia che aveva già accettato l’idea di un tennis fisico, potente, atletico oltre i nostri standard tradizionali. Lorenzo Musetti, in apparenza il più “italiano” — rovescio a una mano, fantasia, gioco da terra che ricorda Panatta — ha potuto permettersi di restare se stesso proprio perché il varco era già aperto. Flavio Cobolli arriva sull’onda e con lui diventa palpabile la sensazione che si tratti di un sistema più che di una serie episodi isolati. Le Davis vinte negli ultimi anni lo confermano: non più l’epica solitaria della “squadra” del ’76, ma una continuità che si avvale di contributi diversi e sinergici.
In questa cornice la sconfitta di oggi agli Internazionali pesa il giusto. Berrettini occupa il posto che agli innovatori tocca spesso: mentre cerca la forma definitiva per un un finale di carriera alla grande, si vede superare dalla generazione che ha contribuito a far emergere. La giornata del Foro è amara, ma la traccia che Matteo ha lasciato non si misura nella sua classifica live di questa settimana.
Vi devo un breve sequel di quanto forse avete letto su Monday’s Net ieri, con il racconto delle avventure e delle speranze romane di Tyra Grant e Federico Cinà. C’è un’altra sorpresa: Noemi Basiletti, toscana di San Vincenzo, classe 2006, 20 anni, che ha firmato il primo grande exploit della carriera battendo Ajla Tomljanovic in due set (7-5 6-4) dopo oltre due ore di battaglia distribuite su due giornate a causa dell’interruzione per pioggia. Numero 427 del mondo, partita dalle pre-qualificazioni del Foro Italico, Basiletti ha giocato cinque match per arrivare al main draw. Al secondo turno la attende Elina Svitolina. Comunque, alla fine del torneo scalerà oltre 100 posizioni nel ranking WTA avvicinandosi a quota 300.
Il diciannovenne palermitano Cinà ha invece lottato a lungo alla pari contro l’annunciato futuro Top Ten Alexander Blockx (4-6 6-1 6-3). L’azzurro, in tabellone grazie a una wild card, ha conquistato il primo set mettendo spesso alle corde il recente semifinalista del Mutua Madrid Open, salvo poi crollare nella seconda frazione e cedere nel set decisivo. La sconfitta non deve abbattere il figlio del coach storico di Roberta Vinci: il suo percorso è solo iniziato, e sarà lungo.
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