Trentino Alto Adige/Suedtirol

Bolzano, emozioni e fragilità in classe: «Il dolore non è un tabù» – Bolzano



BOLZANO. Nominare le emozioni e non sfuggire al dolore e all’infelicità, che hanno un ruolo importante nella vita di tutti. Ciò che rimane alle ragazze e ai ragazzi del liceo Carducci dopo l’incontro con lo scrittore Matteo Bussola dello scorso 18 marzo è la consapevolezza di non essere soli. Lo hanno capito gli studenti che si sono esposti raccontando le loro esperienze – il ricovero in neuropsichiatria, il suicidio del fratello, l’incomunicabilità con la madre – e i quattrocento loro compagni che li hanno ascoltati in silenzio, con un nodo alla gola. Ma lo hanno capito anche tanti genitori che, dopo quest’esperienza, chiedono alla scuola di non fermarsi qui, ma di aiutarli a fare rete per affrontare, come adulti, la sofferenza dei loro figli. Consapevoli di non poterli tenere lontani dalle emozioni, ma aiutandoli a manifestarle.

«Nella nostra scuola abbiamo a che fare quasi ogni giorno con attacchi d’ansia e di panico – spiega la bibliotecaria Larissa Liuni – Confrontandomi con i ragazzi ho capito quanto sia necessario parlarne. Per questo, dopo la lettura collettiva del libro “La neve in fondo al mare”, che racconta le storie di cinque adolescenti ricoverati in neuropsichiatria, abbiamo deciso di organizzare questo momento di confronto». Così, nell’era dei social come strumento per ostentare la felicità, un gruppo di adolescenti ha avuto il coraggio di raccontare cosa nella vita li ha resi infelici e come hanno affrontato un dolore più grande di loro. Vite vere, oltre ai tabù.

«Spesso la mia generazione si trova iper protetta – racconta P., 18 anni – Ci tengono sotto una campana di vetro, credendo che non parlando di certe cose queste non esistano. Mio fratello si è suicidato nel 2020, è un dolore che fa parte della mia vita, riguarda me e la mia crescita. Parlarne non è stato un peso, ma un sollievo. Ho pensato che magari qualcuno si sarebbe sentito compreso, che se un dolore viene condiviso se ne può trarre qualcosa. A scuola si ha paura di questi temi, si teme l’emulazione, ma cosa succede se i giovani non capiscono che esiste anche il pensiero di farla finita, che non sono da soli? Se la mia storia ha aiutato anche solo un ragazzo a chiedere aiuto, allora sono felice di averla condivisa».

Le mamme
«Ascoltando le storie dei miei compagni ho capito che va bene avere dei momenti brutti, che per quanta paura e incertezza abbiamo del futuro e di quello che ci aspetta si può trovare sempre un modo», racconta una studentessa al primo anno. Vicino a lei c’è la madre, che l’ha accompagnata a scuola insieme ad altre due mamme per ringraziare la bibliotecaria Larissa Liuni e la dirigente Francesca Maganzi per avere permesso l’incontro. «In casa c’è stata una grande risonanza – racconta una mamma – Questa esperienza ha dato modo a mia figlia di esprimere quello che aveva vissuto, e a noi di renderci conto quanto questi temi siano importanti da affrontare apertamente, a scuola come in famiglia». Non è l’unica ad avere avuto questa sensazione. «Mia figlia è una lettrice accanita – sorride una mamma – Quando è tornata a casa con il libro Bussola, lo ha appoggiato sul mio comodino dicendomi: “Ti consiglio di leggerlo”. Ho sentito quell’invito come un impegno, ma anche come un modo per aprire una porta sulla sua interiorità, quasi a dirmi: “Anch’io mi sento così”. Ho percepito che si è sentita abbastanza sicura da raccontare qualcosa di importante, senza timori né filtri. È stata la prima volta che l’ho vista e sentita così. Da lì si è aperta una modalità nuova, almeno in parte: più impegnativa, certo, perché ha coinvolto anche me, chiamandomi a mettermi in gioco. Da madre, sapere che la scuola può offrire momenti di crescita di questo tipo è rassicurante».

Il patto educativo
La speranza ora è che non si tratti di un evento isolato, ma si trasformi in un percorso continuativo. «Questo incontro è stato un esempio, anche se forse piccolo, di quello che la scuola dovrebbe essere: un motore di alleanza educativa per andare a incontrare i ragazzi, là dove sono – le parole della dirigente Maganzi – Ognuno partendo non da un ruolo, ma da un compito. Un dover essere verso l’altro. Noi che siamo adulti dobbiamo porci in quanto tali, perché i ragazzi hanno bisogno di adulti che dialogano con loro, non di adulti che fanno i ragazzi per fingersi più vicini a loro». Essere un riferimento. «L’adulto non è uno che ha tutte le risposte – sospira – ma è uno che c’è». I luoghi di crescita devono diventare spazi sicuri dove poter esprimere anche ciò che può fare paura. «I progetti sulla salute mentale a scuola dovrebbero partire prima – il pensiero di una madre – I ragazzini di adesso, già alle medie, su molte cose sono molto più svegli, più precoci. Potersi confrontare su queste tematiche presto li aiuti ad affrontare la vita». «L’apprendimento passa attraverso il benessere – aggiunge un’altra mamma – quindi ha un grande senso che all’interno di una scuola ci si dedichi anche alle emozioni dei ragazzi. Da genitori non ci aspettiamo che insegnanti e dirigente siano psicologi, ma mi aspetto che chi sta con i nostri ragazzi sviluppi almeno la capacità di nominare queste emozioni, di parlarne senza filtri che possono fare sentire i ragazzi sbagliati».




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