Per indifferenza e redenzione in Umbria da 1022 anni si ripete una delle feste più antiche d’Europa

di Vincenzo Diocleziano Di Natale
Non è folklore da cartolina. È un rito antico e vivo che tiene insieme una comunità, le sue radici e la sua identità. Si è conclusa il 30 aprile la Festa del Maggio di San Pellegrino, frazione di Gualdo Tadino, giunta quest’anno alla sua 1022esima edizione: una celebrazione ininterrotta dal 1004. Tra applausi e fuochi d’artificio, si è svolta l’alzata dei pioppi, evento che fa parte di una delle feste più antiche d’Europa, a celebrare una tradizione che si tramanda da secoli.
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La leggenda Si narra che fosse proprio il 1004 quando un pellegrino, accompagnato da un giovane, giunse alle porte di un piccolo borgo allora chiamato Castro Contranense. Veniva dalla Provenza e aveva come meta Montecassino. Sul far della sera, mentre stava per sopraggiungere un forte temporale, bussò alle porte delle case cercando riparo, ma nessuno gli aprì. Senza rancore, riprese il cammino con l’intenzione di raggiungere l’abbazia di San Benedetto, a Gualdo, prima del buio. Quando si trovava poco lontano dall’abitato, nei pressi di un fossato lungo la Flaminia, arrivò il temporale: lampi, tuoni e pioggia torrenziale lo costrinsero a trovare riparo sotto un piccolo ponte. Lì, insieme al ragazzo, si raccolse in preghiera e, stremato, si addormentò. Nella notte il nubifragio si trasformò in alluvione. Il pellegrino non si svegliò mai più.
Il bastone fiorito Quella morte, frutto di un’indifferenza che divenne rimorso collettivo, non cadde nel silenzio. Gli abitanti, dopo un sogno rivelatore, ne cercarono i resti e trovarono il suo bastone miracolosamente fiorito. Un funerale con tutti gli onori venne allestito e da allora, dal XII secolo, il paese cambiò nome e iniziò a ricordare ogni anno questo avvenimento, abbattendo e poi innalzando nella piazza del paese un gigantesco pioppo. È da quel gesto, il bastone che fiorisce, la comunità che torna sui propri passi, che nasce la Festa del Maggio: una celebrazione che trasforma un atto di rifiuto in memoria condivisa, e la memoria in identità. Da oltre mille anni, senza mai interrompersi.
I “lupi” e il rito dell’alzata Ogni anno gli abitanti scelgono il pioppo più alto della zona, lo scortecciano e lo innalzano nella piazza del paese in onore del santo. Protagonisti sono i “maggiaioli”, chiamati affettuosamente “lupi”: giovani di ogni età che portano a mano l’albero dal bosco fino al centro del paese, in un corteo lento e solenne che è già, di per sé, la festa. Un gesto che richiede forza e coordinazione, ma soprattutto quello spirito di comunità che, dal 1004, non si è mai spento.
Una memoria viva che il tempo non cancella Ciò che colpisce, osservando questa festa da vicino, è la sua capacità di resistere alla modernità senza negarla. Non è una rievocazione museale: è un evento vissuto, sentito, partecipato da generazioni diverse che si ritrovano ogni anno attorno allo stesso albero e alla stessa storia. La leggenda di San Pellegrino, il viandante respinto, la morte ingiusta, il bastone che fiorisce, parla un linguaggio universale: quello della colpa, del rimorso, della redenzione. Ogni anno, innalzando il pioppo nella piazza, la comunità di San Pellegrino non celebra soltanto un santo. Rinnova una promessa: quella di non voltarsi dall’altra parte. Dal 1004, puntualmente, quella promessa viene mantenuta.
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