scelte politiche con costi umani
di Sara Gandini e Sergio Porta
Solo pochi giorni fa l’Unione Europea ha varato il ventesimo, dicasi ventesimo, “pacchetto” di sanzioni contro la Federazione Russa dal febbraio 2022, inizio del conflitto in Ucraina. C’è anche la guerra in Iran, e ogni tanto ci viene detto che l’Iran è da tempo sotto rigide sanzioni economiche da parte degli Usa. Da oltre 45 anni, infatti. Appena qualche mese fa era il turno del Venezuela, il quale pure era, e rimane, sotto sanzioni Usa, anche se in forma attenuata dopo il rapimento democratico e umanitario del suo presidente eletto. E se guardiamo avanti, vediamo che Cuba a quanto pare sarà il prossimo obiettivo militare degli Usa e… sì: è da tempo soggetta a un radicale regime di sanzioni unilaterali. Ne detiene, anzi, il record mondiale: oltre 60 anni!
Ormai è pura routine, non ci facciamo nemmeno caso. Eppure, val la pena ricordare una cosa: le sanzioni distruggono vite. Hanno effetti talmente importanti sulla salute pubblica che il numero di morti è simile a quello delle guerre. Un importante studio pubblicato su The Lancet l’ha confermato analizzando le sanzioni inflitte da ONU, UE e USA nel periodo 1971–2021, e ha stimato il loro impatto sulla mortalità in 152 Paesi sanzionati. Il risultato? Le sanzioni più letali sono quelle “unilaterali ed economiche, in particolare quelle imposte dagli USA” e i più colpiti sono i bambini sotto i 5 anni. Dal 2010 al 2022 il 25% dei Paesi del mondo è stato colpito da qualche forma di sanzione.
In sostanza: le sanzioni di ONU, UE e USA hanno causato in 50 anni oltre 28 milioni di morti.
Elaborando i dati offerti nell’articolo e nella sua cospicua appendice (oltre 60 pagine), gli USA da soli risultano responsabili di circa 26 di quei 28 milioni di morti, cioè il 93%, di cui circa 4,6 milioni sono bambini sotto i 5 anni.
La salute pubblica è un sistema complesso e fragile, che vive di sottili equilibri e ramificazioni infinite. Le politiche che colpiscono l’economia uccidono le persone, soprattutto le più discriminate e deboli. Non diversamente, i sacerdoti del rischio zero che imposero le misure di lockdown durante la pandemia, trascurarono tutti questi aspetti. “Prima la vita!”, ci insegnarono, come se tra quei costi non ci fosse proprio la morte delle persone.
Thomas Fazi e Toby Green hanno mostrato chiaramente come le misure restrittive abbiano avuto effetti particolarmente devastanti nei Paesi in via di sviluppo. Secondo gli autori del libro “The Covid consensus”, più che il virus in sé, sono state le politiche adottate, lockdown generalizzati, interruzione delle economie informali, chiusura dei mercati e delle scuole, a produrre un aumento massiccio della povertà, dell’insicurezza alimentare e delle disuguaglianze. Il volume evidenzia come milioni di persone nel Sud globale, prive di reti di protezione sociale, abbiano subito un crollo immediato dei redditi e dell’accesso ai servizi essenziali, con effetti indiretti su salute, nutrizione e istruzione.
Le sanzioni economiche riducono l’accesso a beni essenziali, medicine e cibo, aggravando le condizioni sanitarie. Allo stesso modo, le restrizioni pandemiche – lockdown, chiusure delle scuole, limitazioni ai movimenti – hanno inciso sulla salute pubblica. Il blocco delle attività economiche ha ridotto le entrate pubbliche, con meno risorse per ospedali e assistenza, e un aumento della mortalità indiretta, dovuta anche a diagnosi e cure mancate. In questo senso, restrizioni pandemiche e sanzioni economiche condividono una stessa logica: decisioni politiche prese in nome di obiettivi superiori che finiscono per scaricare i costi umani sulle popolazioni più fragili, lontane dai centri di potere che le determinano.
Il parallelo mostra che, quando la politica ignora la dimensione sociale ed economica delle proprie scelte, il prezzo lo pagano sempre i più vulnerabili, e la moneta è la loro vita. E anche questo non è ideologia: “it’s the economy, stupid” .
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