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con la polarizzazione politica, torna il rischio di violenze

La Colombia entra nella fase decisiva delle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio in uno scenario che combina una forte polarizzazione politica con un preoccupante ritorno della violenza. Nelle ultime 48 ore, il paese ha registrato almeno 26 attentati: una escalation con decine di morti e feriti che riapre rimette al centro i gruppi armati che operano nel paese e ridefinisce il clima elettorale. In parallelo, i sondaggi consolidano un dato chiave: il senatore di sinistra Iván Cepeda guida con chiarezza le intenzioni di voto, ma la corsa per l’accesso al ballottaggio resta completamente aperta.

Secondo l’ultima rilevazione di Invamer, Cepeda raggiunge il 44,3%, seguito da Abelardo de la Espriella con il 21,5% e da Paloma Valencia con il 19,8%. Questa fotografia elettorale delinea uno scenario con tre protagonisti: un candidato che sfiora la possibilità di vincere al primo turno — superando la soglia del 50% — e due aspiranti che competono intensamente per il secondo posto e, con esso, per l’accesso al possibile ballottaggio previsto per giugno. Al di là dei numeri, ciò che emerge è una disputa strutturale tra progetti di paese. Non si tratta di una competizione “normale”, ma di un confronto tra visioni profondamente diverse dello Stato, della pace e dell’organizzazione territoriale.

Da un lato, la formula guidata da Cepeda insieme a Aída Quilcué incarna una proposta che articola memoria, diritti umani e territorialità. Cepeda ha costruito la sua traiettoria politica nella denuncia del paramilitarismo e nella difesa della giustizia transizionale, configurandosi come uno dei principali antagonisti dell’uribismo (movimento sociale e politico che fa capo all’ex presidente Alvaro Uribe Velez). La sua leadership si radica in una politica della memoria che non si limita alla verità e alla riparazione, ma punta a una ridefinizione del potere a partire dalle vittime. La presenza di Quilcué, leader indigena del Cauca, rafforza questa narrativa in una dimensione territoriale e comunitaria.

Non si tratta soltanto di ampliare la base elettorale in regioni storicamente marginalizzate, ma di proporre un’altra idea di Stato: costruito dai territori, dalle periferie, da soggetti politici storicamente esclusi. In questo senso, la formula Cepeda-Quilcué si inserisce in processi più ampi in America Latina, dove popoli indigeni e afrodiscendenti rivendicano non solo riconoscimento, ma anche capacità decisionale.

Sul fronte opposto, lo spazio è più frammentato. Valencia, insieme a Daniel Oviedo, rappresenta una continuità con la tradizione politica legata all’uribismo, combinata con una componente tecnocratica che cerca di ampliarne la legittimità. Il suo discorso insiste su sicurezza, ordine e revisione critica degli accordi di pace. Ma questo blocco non è compatto. De la Espriella disputa lo stesso elettorato con una retorica più diretta e conflittuale, capitalizzando il malcontento verso il sistema politico tradizionale e proponendo una linea più dura e radicale in materia di sicurezza (in linea con la bukelizzazione della regione). Ne deriva una frammentazione del voto conservatore che, per ora, favorisce Cepeda, ma mantiene aperta la competizione per il secondo posto.

Questo scenario introduce una variabile decisiva: la possibilità reale che Cepeda vinca al primo turno. Con il 44,3%, si trova relativamente vicino alla soglia necessaria. Tuttavia, il risultato non è garantito. Dipenderà dalla sua capacità di ampliare il consenso oltre i settori già convinti, di intercettare il centro politico e dall’evoluzione del contesto di sicurezza nelle prossime settimane. Ed è proprio qui che il ritorno della violenza assume un peso determinante.

Gli attentati recenti non solo evidenziano la persistenza di attori armati e economie illegali, ma ridefiniscono l’agenda pubblica. La sicurezza torna al centro del dibattito, spostando altre questioni e attivando una narrativa della paura che storicamente ha influenzato il comportamento elettorale in Colombia. In contesti di forte insicurezza, i discorsi securitari tendono a guadagnare terreno. Questo potrebbe avvantaggiare sia Valencia sia De la Espriella, soprattutto se riusciranno a consolidare l’idea che un eventuale governo di Cepeda comporterebbe incertezza o debolezza nei confronti degli attori armati.

A questo quadro si aggiunge un elemento ulteriore che complica la lettura: la relazione, non automatica, tra la candidatura di Cepeda e l’eredità dell’attuale presidente Gustavo Petro. Petro, primo presidente di sinistra in oltre due secoli di storia repubblicana, ha segnato una svolta nella politica colombiana. Tuttavia la sua leadership, percepita talvolta come discontinua ed eccessivamente orientata agli scenari globali più che alla gestione interna, ha generato critiche anche all’interno del suo stesso spazio politico. A ciò si aggiunge il deterioramento del rapporto con la vicepresidente Francia Márquez, figura chiave dell’afrocolombianità e delle lotte contro il razzismo strutturale. Questa frattura riflette tensioni profonde sul futuro del progetto progressista e su chi ne rappresenta la direzione.

Cepeda non può essere letto come una semplice continuità del petrismo, piuttosto potrebbe rappresentare una rielaborazione del campo progressista: maggiore centralità dei diritti umani, della memoria e delle alleanze territoriali. Il comportamento degli elettori indecisi sarà, ancora una volta, determinante: in uno scenario segnato da polarizzazione e violenza, questi elettori tendono a orientarsi più su percezioni di sicurezza, stabilità e credibilità che su programmi dettagliati.

A un mese da quel voto, tra pronostici ed esplosivi, tra memoria e paura, la Colombia si interroga su che futuro vuole investire.


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