Sicilia

L’inchiesta sugli arbitri, Gervasoni si difende: «Non ero a quel Var»

Hanno letto e gli hanno fatto ascoltare un’intercettazione tra due persone, altri due arbitri pare, dalla quale, per l’accusa, risulta evidente che lui sarebbe «intervenuto» per fare pressione con una delle ormai note «bussate» sulla sala Var per far modificare una decisione presa sul campo. Ossia per far in modo che con la «on field review» si arrivasse a revocare in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 un rigore che era stato concesso agli emiliani. “Nessuna ingerenza da parte mia, semplicemente perché non ero lì», si è difeso, invece, Andrea Gervasoni, il supervisore Var che si è autosospeso cinque giorni fa dopo l’invito a comparire nell’inchiesta milanese sul sistema arbitrale.

E’ durato quattro ore, con molto tempo passato a vedere e ascoltare filmati e audio del centro che ha sede a Lissone, l’interrogatorio dell’arbitro 50enne che risponde di concorso in frode sportiva nell’indagine del pm Maurizio Ascione e del Nucleo operativo metropolitano della guardia di finanza. Fascicolo che vede almeno altri quattro iscritti, tra cui la presunta figura centrale per condizionamenti e designazioni pilotate, Gianluca Rocchi. L’ormai ex designatore arbitrale, pure lui convocato per oggi, aveva già fatto sapere che non si sarebbe presentato perché, come chiarito dal legale Antonio D’Avirro, non aveva senso un faccia a faccia col pm senza atti.

Quello tra Gervasoni e il pubblico ministero, invece, è andato anche oltre il perimetro dell’imputazione, l’unica a lui contestata per la partita di serie B dello scorso anno. Il magistrato, ad un certo punto, facendo riferimento a ciò che è uscito «sui giornali», ha fatto virare il verbale su Inter-Roma del 27 aprile 2025, quella della trattenuta su Bisseck in area e del rigore non dato ai nerazzurri, che persero la lotta per il titolo al fotofinish con il Napoli. Secondo indiscrezioni dei media, nell’audio (nella caserma della Gdf sono state ascoltate e viste le registrazioni di Open Var) mancherebbero tra i 50 e i 60 secondi rispetto all’originale della sala Var. Un ‘bucò nel quale ci sarebbe stato un intervento per mantenere ferma la decisione presa dall’arbitro. «Una manomissione la escludo al 100%», ha spiegato Gervasoni ai cronisti all’uscita, chiarendo di essersi «messo a disposizione del magistrato» e di aver «dato tutte le risposte che dovevo».

Per quel match di cartello della scorsa stagione non è nemmeno indagato e, difeso dall’avvocato Michele Ducci, ha voluto raccontare che in quel caso era sì aldilà del vetro, ma è stato semplicemente un «erroraccio del Var», non c’è stata «alcuna ingerenza». Ci fu un «briefing arbitrale» proprio su quel caso, che fu punito giustamente con «votazioni negative“ per i protagonisti. «Una decisione al Var viene presa in 10-15 secondi, non c’è tempo materiale perché qualcuno insista per far cambiare scelta», ha detto il difensore.

Non era proprio presente, invece, secondo la sua versione documentata con «planimetrie», per Salernitana-Modena, perché fino a luglio dello scorso anno c’era un solo supervisore per la B e per la A e «si sacrificava la prima per seguire ovviamente la seconda e io anche quel giorno – ha detto – ero nella palazzina» della serie A del centro di Lissone. Nessun intervento, dunque, per sollecitare l’addetto Luigi Nasca a richiamare l’arbitro Antonio Giua per rivedere il fischio precedente.

Intanto, non sembra vicina la chiusura di un’inchiesta in cui gli inquirenti hanno raccolto decine di testimonianze, diverse incentrate sul ribattezzato «sistema Rocchi», alcune anche su sospette designazioni pilotate: le due contestate all’ex fischietto di Firenze, facendo riferimento ad una presunta «combine» a San Siro per scelte «gradite» all’Inter. Indagine che, tuttavia, allo stato pare lontana dall’essere una nuova “calciopoli» e sembra fotografare una lotta intestina nella classe arbitrale.


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