Alfa Tz, quattro vite e un solo telaio: il “miracolo” dell’auto d’epoca

Se fosse un miracolo biblico, si chiamerebbe moltiplicazione “dei pani e dei telai”. Invece è l’argomento di un processo penale entrato ora nel vivo a Torino. Il caso riguarda un’Alfa Romeo Tz (carrozzata Tz2), un gioiello che, nei sogni dei collezionisti, dovrebbe essere unico quanto un Picasso. Eppure, ne sono spuntate quattro, tutte con la stessa identica carta d’identità: il telaio.
La vicenda nasce da un restauro ambizioso. Un signore, il primo imputato, avrebbe coordinato la ricostruzione di questa fenice d’acciaio. Il problema è che l’originale storica, sarebbe in realtà defunta in un incidente negli anni Cinquanta, durante una gara sul circuito di Le Mans. Ma evidentemente nel mondo delle auto d’epoca, la morte è solo un’opinione. Secondo la pm Valentina Sellaroli, l’uomo, potendo conoscere dell’esistenza «del disegno e del modello industriale, comunque del titolo di proprietà industriale della vettura e in particolare del suo telaio originale, lo contraffaceva». Nello specifico, dopo avere acquistato i pezzi dell’auto avrebbe apposto un telaio «non originale ma contraffatto», contestualmente avrebbe presentato una falsa denuncia di smarrimento del libretto così da poterla immatricolare, in maniera apparentemente corretta e cederla per la successiva rivendita a terzi. Pezzo dopo pezzo, secondo l’accusa, l’auto sarebbe stata «fatta apparire autentica». Per la procura, si è trattato di un’operazione di riciclaggio e contraffazione. L’accusa sostiene che sia stato apposto un telaio artatamente ribattuto per fingere una nobiltà che il metallo non aveva.
Entra qui in scena il secondo protagonista: il titolare di una concessionaria di auto d’epoca. Sarebbe lui, secono quanto gli viene contestato, ad avere ricevuto in consegna la vettura e ad averla venduta a un appassionato per 820mila euro «in parte pagato con bonifico e in parte tramite la permuta di altre tre automobili – riporta il capo d’imputazione – valore del tutto superiore a quello effettivo dell’auto in quanto irrimediabilmente contraffatta».
Nota bene: l’esemplare d’epoca autentico varrebbe 2 o 3 milioni di euro. La procura contesta la sproporzione del prezzo come prova del fatto che il venditore sapesse di non maneggiare l’originale.
Il castello di carte crolla quando l’ultimo acquirente, desideroso di sentire il rombo del motore su strada, prova a reimmatricolare il bolide. La motorizzazione risponde picche: «Spiacenti, questo numero di telaio è già impegnato». Anzi, è impegnato altre tre volte in giro per il mondo. Iniziano a fioccare querele da parte dell’ultimo compratore ma, successivamente, anche da parte di un altro collezionista che dice: «No, guardate che l’unica originale ce l’ho io». Apriti cielo.
Il tribunale è quindi affollato di esperti, periti grafologi e professionisti del foro, fra cui gli avvocati Fabio Ghiberti e Paolo Botasso per la difesa, mentre le parti offese sono assistite dal collega Giovanni Passero. Il dibattito si è fatto quasi filosofico. Gli appassionati dibattono delle auto come se fossero creature biologiche, cercando di capire quale sia il “pezzo di Dna” originale in un ammasso di bulloni, riferendosi alle votture come se fossero dei bambini con espressioni del tipo: «Quando la macchina esce dalla sua mamma». La questione, per la pm Sellaroli, non è tanto stabilire quale delle quattro auto sia la “vera eletta”, quanto accertare se ci siano stati artifizi e raggiri. Per farla semplice: comprendere se ci sono elementi sufficienti a stabilire la malafede da parte degli imputati nei confronti dell’acquirente, oppure no. L’esito è incerto e nulla è scontato.
Intanto, mentre i collezionisti si accapigliano per ottenere quel “bollo di autenticità” che sposta milioni di euro, il giudice ascolta tutti e dovrà decidere. Per ora, l’unica certezza è che l’Alfa Romeo Tz2 è l’auto – forse – più onnipresente della storia: un’auto capace di essere in quattro garage diversi contemporaneamente, mandando in tilt non solo la motorizzazione, ma anche il codice penale.
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