Sardegna

Sant’Efisio senza buoi: ecco tutte le volte che il rito ha cambiato “forma” – Cagliaripad.it

Crediti foto: Rai Sardegna

Da oltre tre secoli, il 1° maggio a Cagliari non è semplicemente una festa: è lo scioglimento di un voto collettivo nato nel 1656, quando la città promise a Sant’Efisio una processione annuale fino a Nora in cambio della liberazione dalla peste. Da allora, guerre, rivoluzioni, calamità naturali e pandemie hanno costretto più volte il pellegrinaggio a reinventarsi. Ma mai a interrompersi davvero.

1794: la rivoluzione sospende il 1° maggio, ma non il voto

Il primo grande strappo arriva con i moti del 28 aprile 1794, il cosiddetto “dies de sa Sardigna”. Le sommosse popolari contro il governo piemontese sconvolgono Cagliari e rendono impossibile la partenza del simulacro nel giorno tradizionale. Per la prima volta il Santo non esce il 1° maggio. Eppure il Comune, custode del voto, non rinuncia: la festa viene recuperata il 1° giugno, appena le tensioni si placano. Un precedente fondamentale: la data può cambiare, il patto no. 

Inizio Ottocento: la natura impone deviazioni

Nei primi anni del XIX secolo, alluvioni e condizioni ambientali avverse costringono a modificare parte del tragitto verso Nora. La processione, pensata come percorso penitenziale e identitario, dimostra già allora una capacità di adattamento logistico pur di preservare il significato religioso: arrivare al luogo del martirio, comunque.

1917-1918: la Grande Guerra riduce, poi trasforma

Durante la Prima guerra mondiale, la festa subisce una delle sue più profonde trasformazioni moderne. Nel 1917 (spesso ricordato insieme agli anni bellici 1916-1918), la processione si svolge senza celebrazioni pubbliche e senza il consueto apparato festoso: troppi giovani sono al fronte. Nel 1918, però, arriva una delle immagini più potenti della memoria efisiana: non sono i buoi a trainare il cocchio, ma soldati reduci, sopravvissuti alla guerra, molti legati alla Brigata Sassari. È un gesto di ringraziamento e di rinascita civile, che trasforma il pellegrinaggio in simbolo di ritorno alla vita. 

1943: Sant’Efisio tra le macerie

L’edizione più drammatica resta quella del 1943. Due mesi dopo i devastanti bombardamenti alleati su Cagliari, la città è ferita, semidistrutta, spopolata. Eppure il voto viene mantenuto. Niente cocchio, niente sfarzo, niente folla: il simulacro attraversa una città devastata su un camioncino del latte, tra case crollate e strade sventrate. È forse l’immagine più iconica della festa: il Santo non come emblema di trionfo, ma come presenza di consolazione collettiva. La processione diventa una marcia di sopravvivenza civile e spirituale. 

2020-2021: la pandemia e il silenzio

Con il Covid, per la prima volta in 364 anni, Sant’Efisio viaggia quasi senza popolo. Nel 2020 e nel 2021 il simulacro raggiunge Nora su un mezzo motorizzato, senza corteo, senza traccas, senza abbracci.
La festa si riduce all’essenziale: partenza, messa, scioglimento del voto. Un rito svuotato della sua dimensione spettacolare ma non della sua funzione simbolica. In una Sardegna chiusa e ferita dalla pandemia, il pellegrinaggio diventa memoria storica di resilienza, richiamando esplicitamente il precedente del 1943. 

La costante nella storia: cambiare per restare fedeli

La storia di Sant’Efisio dimostra che la forza del rito non sta nell’immutabilità della forma, ma nella tenacia del significato.
Carri, buoi, camioncini, furgoni: cambia il mezzo, non il voto.

In questo senso, ogni “anomalia” del pellegrinaggio non rappresenta una frattura, ma una conferma: nei momenti di crisi più profonda, la Sardegna ha continuato a riconoscersi nel suo Santo guerriero, adattando la tradizione alle necessità del presente senza mai spezzarne il filo.

Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »