Jerakarni, l’agghiacciante piano per più omicidi del clan Emanuele – Idà
Il piano feroce del clan Emanuele-Idà per gli omicidi dei i rivali Loielo. Le intercettazioni rivelano la fredda pianificazione di una strage
VIBO VALENTIA – L’operazione “Jerakarni” ha fatto luce su uno scenario criminale di estrema gravità, portando alla luce anche una serie di riunioni clandestine – intercettate dalle forze dell’ordine – che si sarebbero svolte tra settembre e ottobre del 2019 in una casa situata a Gerocarne. In quel contesto, alcuni componenti del gruppo Emanuele-Idà si incontravano con regolarità, soprattutto nelle ore serali e notturne, per pianificare azioni violente mirate contro il gruppo rivale dei Loielo, all’epoca già evidentemente indebolito.
LE RIUNIONI PER PIANIFICARE GLI OMICIDI
Secondo quanto emerso dalle indagini, tali incontri non erano solo momenti di confronto, ma vere e proprie sessioni operative in cui si studiavano nel dettaglio agguati omicidiari. Obiettivo principale di queste attività era l’eliminazione dei fratelli Walter e Alex Loielo, e di un loro parente, Vincenzo Loielo, ritenute figure centrali del gruppo contrapposto. Ancora più inquietante è il fatto che, nell’ambito di queste pianificazioni, sarebbe stata presa in considerazione anche una vittima innocente “di contorno”, individuata in un fratello minorenne dei sopracitati Walter e Alex, elemento che evidenzia il totale disprezzo per la vita umana.
Alle riunioni partecipavano stabilmente i cugini Marco e Michele Idà, quest’ultimo cl.97, Filippo Mazzotta, Domenico Zannino e Antonio Campisi, tutti successivamente indagati e arrestati nell’ambito dell’operazione. Durante questi incontri, oltre a discutere le strategie più efficaci per portare a termine i progetti omicidiari, i partecipanti si spingevano a valutare ulteriori possibili bersagli individuando persone ritenute vicine ai Loielo, come Alessandro Giovanni Nesci, detto Alex, e quindi da eliminare. Questa ricerca di ulteriori vittime, condotta con determinazione nonostante le difficoltà logistiche date dall’ormai irreperibilità sul territorio di persone come per esempio il Nesci, contribuisce a delineare un quadro di estrema pericolosità.
LE INTERCETTAZIONI E L’INCHIESTA
Le intercettazioni hanno inoltre evidenziato come il gruppo fosse già in possesso di tutti i mezzi necessari per compiere le azioni pianificate: armi, mezzi di trasporto, strumenti utili alla fuga e persino mezzi di protezione balistica. Un elemento che rafforza ulteriormente la concretezza del progetto criminale e la capacità operativa degli indagati.
L’inchiesta ha quindi messo in evidenza un livello di ferocia e determinazione particolarmente elevato. Non si trattava di reazioni estemporanee o di episodi isolati, ma di una pianificazione sistematica e fredda della violenza, in cui l’omicidio veniva considerato uno strumento ordinario di regolamento dei conti. La disponibilità a colpire anche soggetti estranei alle dinamiche criminali, come un minorenne, rappresenta uno degli aspetti più allarmanti dell’intera vicenda. I dialoghi tra i correi, captati in anni di intercettazioni, restituiscono una brutalità tale da incorrere anche nella difficoltà della stessa lettura.
L’OSSESSIONE PER IL PIANO OMICIDA
L’operazione “Jerakarni” ha dunque svelato non solo l’esistenza di un’organizzazione capace di strutturare azioni omicidiarie complesse, ma anche un contesto umano caratterizzato da una totale assenza di scrupoli, dove la vita era subordinata a logiche di potere e vendetta.
La paura di essere arrestati. Sempre nella “Casa di Gerocarne”, i due Idà Antonio Campisi, Domenico Zannino e Filippo Mazzotta si riunivano anche per discutere di un argomento che toglieva loro il sonno: i possibili arresti e le eventuali vie di fuga. Non solo, si discuteva anche sull’opera capillare – da questi posta in atto – di verifica, presso le caserme di Carabinieri e Polizia, acché non vi fossero fibrillazioni prodromiche all’esecuzione di eventuali operazioni.
Era diventata un’ossessione che li teneva svegli fino alle 3 di notte, orario che gli stessi indagati ritenevano plausibile per un eventuale blitz ed a ciò si aggiungeva l’altrettanta ossessiva necessità di presidiare il territorio a notte fonda per verificare eventuali movimenti sospetti delle forze dell’ordine (“Comunque prima che andiamo a coricarci andiamo a vedere […] Non la Dda… passiamo là fuori… vediamo se c’è movimento”).
Nel corso dei dialoghi, Zannino e Mazzotta, in ragione delle caratteristiche delle rispettive abitazioni, lasciavano intendere che sarebbe stato impossibile, per loro, in caso di arresto, darsi alla fuga. IN particolare Mazzotta affermava che “Se dovessi scendere… di buttarmi dal balcone di dietro per rompermi qualche gamba… mi butto”, e Zannino rispondeva: “Io… se mi butto di là”. Marco Idà non avrebbe invece avuto problemi a far perdere le proprie tracce (“Non è alto che tanto è […]) e Zannino confermava (“Tu poi scappare di là… Uhm… devi saltare sul tetto di (inc.le) […]) e Idà aggiungeva (“Davvero guarda che è facile… sai […] e se non prima vengono le tre… non prendo sonno”).
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