Cultura

Apparat – A Hum of Maybe

Sarà anche vero che per superare un’impasse compositiva prima o poi comunque bisogna fare uscire qualcosa, come se il blocco dell’ispirazione non avesse un tempo infinito ma anzi si debba forzare l’ispirazione in qualche modo, magari accelerando i tempi solo per capire se ci sono parvenze di una qualche direzione, certo è che che con “Hum of Maybe”, Apparat dà la netta sensazione di non essere ancora uscito dal guado della sua comfort zone.

Credit: Max Zerrahn

Il che non è sinonimo di qualcosa di negativo, l’album si fa nella sua interezza apprezzare per la commistione elegante e di grande mestiere fra elettronica d’ambiente, intersezioni strumentali rock e armonie vocali che si inseguono, molto fluide, spesso con rimandi inevitabili ai Radiohead, però dando la sensazione che le canzoni non abbiano un percorso stabilito, ma si sviluppino intorno ad un suono e appunto come si diceva alle intersezioni, fra synth e effetti distorti che chiudono il cerchio.

Non si parla quindi di acque agitate, d’altra aperte un disco di transizione come classicamente è questo non potrebbe permetterselo, ma di gioco di lima su un “apparato” noto all’artista tedesco, i brani partono con un’atmosfera elettronica dove spesso quando presente il ritmo viene smussato, a volte di un dolente micidiale (“Enough for me”), poi entra la voce malinconica del leader, alla lunga stancante e monocorde, elargita solo per i fan accaniti, a volte accompagnato da ospiti illustri per poi giungere ad un climax sonoro che diventa struggente (la titletrack, brano migliore, ma altre situazioni) a volte spiazzante, insomma ripetitivo.

Aspettiamo il prossimo passo, privo di “forse”, ma con più certezze.


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