Mattia Bellucci agli Internazionali di Roma: «Sinner, Nadal, la moda vintage». E le regole per non essere troppo severi con sé stessi
Pensare che il suo stile di gioco, in un’era dominata dal fattore potenza, trova nella varietà di colpi il suo punto di forza.
«A me questo piace molto. È chiaro che sia uno stile spesso rischioso, perché il tennis sta andando nella dedizione della velocità e per tenere certe variazioni devi necessariamente garantire un determinato livello di solidità. A me spetta quindi trovare l’equilibrio: so dove posso fare la differenza, ma allo stesso tempo scendere ad alcuni compromessi. Ci sono tante palle che devo salvare e tante altre che devo colpire più forte di come avrei fatto in passato. In quelle situazioni, da adolescente, la smorzata era il primo colpo a cui pensavo (ride, ndr)».
Ecco, appunto: da adolescente ha saltato il circuito Junior dando priorità alla scuola, ed è poi approdato nel 2018 direttamente nel circuito professionistico. È una scelta che rifarebbe?
«Se dicessi di sì, mentirei. Credo che se avessi intrapreso il percorso del professionismo prima e con più serietà, oggi sarei più avanti. Allo stesso tempo, però, sono certo che in quel caso, soprattutto nei primi due/tre anni di carriera, non avrei avuto gli stessi stimoli. Quella voglia di emergere, di evitare certi errori: ho capito che bisognava rigare dritto da subito, facendo tutto nella direzione della prestazione».
Immagino che le sia servita anche tanta forza mentale, oltre che atletica. Che è anche l’acronimo di ASICS: Anima Sana In Corpore Sano.
«Certo, benessere fisico e mentale vanno di pari passo, me ne rendo conto quotidianamente perché lavoro con uno psicologo sportivo. È un tema che qualcuno sottovaluta e invece, per usare il claim di ASICS, Sound mind, Sound Body: prendersi cura del proprio corpo è prendersi cura anche della propria mente, e viceversa. Stanno insieme».
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