Veslemøy Narvesen – Letting All Light Through: Un sogno oltre i confini del jazz :: Le Recensioni di OndaRock
Acclamata dalla critica norvegese come talento emergente della scena jazz contemporanea, la batterista Veslemøy Narvesen si conferma artista dalle molteplici nuance musicali nonché poco incline ai confini di genere. Dopo aver abbracciato le gioie dell’improvvisazione nel primo album ”We Don’t Imagine Anymore”, Narvesen modifica le prospettive per un disco più ambizioso, che pesca nella nobile tradizione della musica classica – per le registrazioni è stata coinvolta la Norwegian Broadcasting Orchestra – ma anche in sognanti atmosfere chamber-pop. “Letting All Light Throught” è un disco da ascoltare con attenzione, a tal punto ricco di raffinate intuizioni armoniche e di articolati arrangiamenti da apparire sfuggente. Un album alternativo sia al jazz e alla musica classica, ma anche a quel pop che diventa canovaccio creativo sul quale adagiare colte citazioni con un’intensità che solo Susanne Sandfør ha in passato espresso con egual maestria.
Registrato negli studi del produttore Håkon Brunborg a Oslo, “Letting All Light Throught” è un disco che cattura suggestioni in bilico tra gelide notte invernali e fonti di luce, frutto della profonda alchimia tra Veslemøy e Håkon, ma anche del contributo di giovani musicisti emergenti della scena jazz e classica norvegese.
Le suggestive e fiabesche note di piano che aprono l’album e il surreale intreccio con il suono dell’arpa di “Prelude” dischiudono le porte a una sequenza di brani tanto elaborati quanto avvolgenti. L’elettronica si insinua evocando i Radiohead di “Kid A” nella agrodolce e disordinatamente pulsante “Mad Lovers”, mentre in “Forgive And Forget” la tensione cresce, con arpe, archi, pianoforte e drum machine che intonano una danza pagana, mentre il dialogo a due voci tra Veslemøy Narvesen e Bethany Forseth Reichberg sfiora suggestioni naif.
“Letting All Light Throught” è come un album di fotografie da sfogliare con cura. Un susseguirsi di eleganti istantanee dove alle ambiziose e colte trame jazz e neoclassiche dai ricorrenti cambi di tonalità di “Adore” si alternano pagine vezzose, nelle quali l’elettronica diventa fonte primaria di digressioni quasi prog-rock (“Hold Me Closer”), mentre le flebili melodie di “Best Of Our Lives” e le suggestioni dream-pop di “Rules” si incastrano in un puzzle d’insolita bellezza.
Ma la punta di diamante di un disco oltremodo coeso e solido è l’ancor più avventurosa “Treat Us Kinder”, dove trame rock-noise fanno a pugni con dissonanze chamber-pop e intermezzi neoclassical, il suono greve di batteria e chitarra elettrica è costantemente stemperato e distratto dal piano e da un violoncello che avoca a sé una sezione d’archi tesa come un brano hard-rock. L’effetto è straniante e intenso, sensazione costante all’interno di un disco che si candida tra le rivelazioni dell’anno.
15/03/2026



