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Iran, Mojtaba Khamenei giura vendetta: «Lo stretto di Hormuz resta chiuso»

La linea dura dell’Iran nella guerra del Golfo viene confermata dal nuovo capo della teocrazia. «Non ci ritireremo mai e vendicheremo il sangue dei nostri martiri», è l’arringa di fuoco pronunciata da Mojtaba Khamenei nel suo primo discorso pubblico da Guida Suprema.

Due le traiettorie che le forze armate del regime dovranno continuare a seguire: la chiusura dello Stretto di Hormuz, per mettere «pressione» al nemico destabilizzando l’economia globale, e continuare a colpire le basi americane nella regione se i Paesi vicini non le chiuderanno.

Un messaggio dai toni niente affatto concilianti verso Israele e Stati Uniti, ma che nella sostanza ha tradito la profonda debolezza della leadership di Teheran: il 56enne Mojtaba, scampato alla morte ancora prima di succedere al padre, nel primo giorno del conflitto, è stato costretto a parlare al suo popolo tramite un messaggio letto dalla tv di Stato. L’erede di Ali Khamenei è ferito, non si sa quanto gravemente, e con ogni probabilità si trova a indirizzare il destino di un Paese sull’orlo del precipizio da un letto di ospedale.

L’ayatollah Mojtaba, quattro giorni dopo aver ottenuto l’investitura di capo politico e spirituale dell’Iran, ha fornito al Paese e al mondo la sua visione rispetto al conflitto aperto da Donald Trump e Benyamin Netanyahu. Le previsioni della vigilia sono state rispettate, perché il figlio di Khamenei era considerato un oltranzista, e per questo sponsorizzato dai Pasdaran, i veri custodi del regime.

«La leva del blocco di Hormuz deve essere assolutamente utilizzata», è stato uno dei punti chiave del suo messaggio, in riferimento allo stretto da cui transita un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare. Le forze armate di Teheran dall’inizio delle ostilità hanno dichiarato chiuso Hormuz, lanciando droni su petroliere e mercantili e facendo impennare il prezzo del barile. E adesso, «in risposta all’ordine del comandante in capo, infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore», ha dichiarato il capo della marina militare Alireza Tangsiri.

La strategia appare chiara: mettere di fronte Trump alle sue responsabilità di fronte alla comunità internazionale, nella misura in cui il tycoon ha più volte affermato che fermare «l’impero del male» sia più importante dei prezzi del greggio.
Khamenei, nella logica di una guerra di attrito, ha poi dato indicazioni di insistere con gli attacchi alle basi americane nella regione. Il suo appello è rivolto alle monarchie del Golfo: chiudete queste strutture perché «la pretesa dell’America di stabilire sicurezza e pace non è altro che una menzogna». Ai sovrani sunniti è stata anche tesa una mano, nella consapevolezza che l’Iran possa soccombere al crescente isolamento: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i vicini, siamo pronti a migliorarli».
Per il resto la retorica di Mojtaba si è sviluppata sulle stesse corde del padre. La «vendetta» ha «già preso forma concreta» e proseguirà «finché non sarà pienamente realizzata», ha avvertito l’ayatollah, evocando un non meglio precisato «risarcimento» che sarà chiesto al nemico. Altrimenti, «prenderemo le proprietà che riterremo necessarie o le distruggeremo».
La nuova Guida Suprema ha parlato poco della situazione interna alla Repubblica islamica, che è stata scossa per settimane da proteste di piazza contro il regime represse nel sangue. Solo un plauso alle «masse di persone che si sono radunate in magnifiche assemblee per riaffermare la propria fedeltà al sistema» e l’invocazione «dell’unità della nazione», trascurando «i punti di disaccordo».

Elogio del popolo che resiste, lotta senza quartiere contro il nemico, vittoria certa, teocrazia più salda che mai: la sintesi dell’Iran di Mojtaba è una serie di proclami altisonanti, che tuttavia rischiano di appare vuoti, perché enunciati da un anonimo speaker televisivo leggendo un testo. Trump, Netanyahu e gli altri leader mondiali non hanno visto il mullah in carne ed ossa, non hanno sentito la voce. Le sue condizioni di salute, e con lui quelle di tutto il regime, sono più che mai avvolte da incognite.


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