Calabria

Operazione Libeccio, Dda Catanzaro: l’organizzazione era diretta da detenuti


«Quella di oggi è un’operazione che si ricollega ad altre operazioni sulla ultrattività del ‘Locale’ di Isola Capo Rizzuto che si caratterizza per estorsioni, disponibilità di armi e i classici indici rivelatori di una cosca, come la ‘bacinella’ o cassa comune. Ma la caratteristica principale di questa organizzazione è il fatto che era diretta e organizzata da detenuti e da detenuti in regime di alta sicurezza: questo è un campanello di allarme». Lo ha detto il procuratore della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, nel corso della conferenza stampa sull’operazione «Libeccio» condotta questa mattina dai carabinieri contro il «Locale» di ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto (Crotone), con l’esecuzione di 19 misure cautelari.

La falla nel regime di alta sicurezza

Come ha spiegato ancora il procuratore Curcio «i vertici del ‘Locale’ di Isola Capo Rizzuto interloquivano all’interno e all’esterno delle carceri, e questo dato conferma che l’alta sicurezza attualmente è inadeguata a garantire la impermeabilità. Allora serve una profonda riflessione. Sappiamo che la questione è conosciuta a livello di ministero e amministrazione penitenziaria: auspichiamo che quanto prima ci sia un loro intervento concreto per ovviare a questa situazione che crea allarme».

Genesi dell’indagine e controllo del territorio

A sua volta il comandante dei carabinieri di Crotone, Raffaele Giovinazzo, ha evidenziato che l’indagine di oggi «nasce dal danneggiamento di un’impresa del settore elettrico che eseguiva un appalto dell’Enel. Abbiamo poi accertato la capacità del ‘Locale’ di Isola Capo Rizzuto, attraverso l’uso di cellulari in carcere, intervenire sui loro business anche dal carcere e anche per questioni meramente personali, e anche di intervenire nella fase di trasferimento da un carcere all’altro».

I nuovi assetti e le alleanze tra cosche

L’indagine – ha aggiunto il comandante Giovinazzo – ha definito assetto attuale del «Locale» di Isola Capo Rizzuto «dopo la pax mafiosa avvenuta dopo la guerra degli anni 2000, con la cosca Arena che si interseca con la cosca Manfredi e la cosca Gentile. Importanti, anche se non decisive a fini della riuscita dell’indagine, anche le dichiarazioni di 11 collaboratori di giustizia. Accertati inoltre i collegamenti tra le cosche di Isola e quelle del Reggino storicamente leader nel narcotraffico».

Il business del narcotraffico e la figura di Pasquale Manfredi

Dal vicecomandante del Ros dei carabinieri, Paolo Vincenzoni, arriva un messaggio importante: «La forza di attacco messa in campo stanotte dallo Stato e dai nostri uomini è stata imponente, era necessario dare un segnale e lo abbiamo fatto». Al centro dell’inchiesta – secondo quanto hanno riferito gli investigatori in conferenza stampa – la figura apicale del presunto boss, Pasquale Manfredi, che «aveva creato una vera impresa con la ricerca spasmodica di canali di approvvigionamento, ben 7. Tutto nasce – è stato detto nell’incontro con i giornalisti – dall’esigenza di soldi – almeno 10mila euro al mese – per le finalità della cosca, a partire dal sostegno alle famiglie dei detenuti. Anche per gli introiti del narcotraffico c’era una cassa comune, sempre gestita da Pasquale Manfredi, il 25% della quale andava al clan Gentile».

Estorsioni e sequestro di armi

Come illustrato questa mattina dai carabinieri, sono state accertate cinque estorsioni, «due degli imprenditori – hanno spiegato i carabinieri – hanno collaborato sporgendo denuncia, altri due imprenditori hanno invece collaborato ma non hanno denunciato”: c’è poi un caso emblematico, l’estorsione a un circo itinerante «con la richiesta di biglietti» mentre in generale – hanno osservato gli inquirenti – le estorsioni «venivano fatte anche con richieste di denaro per sostenere famiglie dei detenuti o con assunzioni nelle ditte vessate». Nel corso dell’operazione infine sono state sequestrate 6 armi pronte all’uso.


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