WEEKLY RADAR #89: TORTURETWINN | Indie For Bunnies

Attiviamo il radar e scandagliamo in profondità un universo musicale sommerso. Vi racconteremo una band o un artista “nascosto” che secondo noi merita il vostro ascolto. Noi mettiamo gli strumenti, voi orecchie e voglia di scoperta, che l’esplorazione abbia inizio (e mai una fine)…
Il primo gennaio 2021 esce “Coffin”, il singolo che inaugura il mondo di TORTURETWINN, musicista e produttore indipendente con base a Richmond, Virginia. È un debutto che profuma già di malinconia, un primo passo dentro un universo emotivo sospeso tra desiderio e vulnerabilità.
TortureTwinn (per comodità ora scritto in minuscolo) non è solo un nome d’arte: è l’alter ego emotivo di Andrew Devin Georgieff, musicista e produttore che ha scelto di trasformare la fragilità in identità sonora, costruendo brano dopo brano un immaginario fatto di ombre romantiche e confessioni sussurrate.
“Coffin” non è solo un debutto, è l’ingresso in scena di un’anima che non prova a nascondersi. Si apre con una chitarra limpida, quasi fragile, che prepara il terreno a una voce che entra e si confessa fin dal primo verso.
Il testo è cupo, attraversato da immagini che restano addosso come bruciature di sigaretta: “costole diventano una gabbia intorno al cuore” è una di quelle frasi che non si limitano a descrivere il dolore, ma lo rendono fisico, lo stringono fino a farlo sentire sotto pelle.
Non è chiaro a chi si rivolga davvero — un amore, un doppio, sé stesso — ma è proprio questa ambiguità a rendere il brano magnetico. Quando canta “io sono il gemello tormentato“, TortureTwinn sembra presentarsi senza filtri, come se stesse introducendo il personaggio che abiterà tutto il progetto: un’anima inquieta, consapevole delle proprie ferite, incapace (o forse non disposta) a liberarsene.
“Coffin” suona così come un primo capitolo, un ingresso in scena che incuriosisce e destabilizza allo stesso tempo. È malinconico ma non passivo: c’è tensione, c’è qualcosa che preme sotto la superficie. E quando si intravede all’orizzonte il titolo del brano successivo, “Dagger”, quella tensione sembra già trasformarsi in presagio.
Se “Coffin” è l’ingresso in scena, “Dagger” non rappresenta un cambio di direzione, ma un passo più a fondo nello stesso buio. Le coordinate restano simili: la chitarra conserva quella limpidezza malinconica, la voce continua a muoversi dentro una sofferenza trattenuta, mai teatrale. Non c’è uno strappo stilistico, ma un’intensificazione emotiva.
“Sarò il tuo pugnale nella notte” suona come una promessa ambigua, più vicina alla ferita che alla protezione. È un’immagine che conserva la stessa vulnerabilità di “Coffin”, ma la rende più affilata, più consapevole. E quando il sax entra nella seconda parte, non addolcisce il brano: diventa un grido, un’esasperazione sonora che amplifica quell’inquietudine già presente.
Anche il finale spiazza, con quell’accenno quasi country che sembra arrivare da un’altra stanza. È un dettaglio che allarga l’orizzonte, lasciando intravedere radici più terrene sotto l’estetica notturna.
Con “Saddening” si intravede il primo vero scarto. Il ritmo si fa più slanciato, la batteria e il basso prendono più spazio, e la voce si alza, quasi alla Robert Smith dei Cure, conferendo al brano una malinconia più esposta. Il testo racconta la fine di un amore con grande concretezza: lui soffre, lei sembra indifferente. È una sofferenza sbilanciata, intensa e quasi umiliante, meno simbolica ma non meno dolorosa.
La versione alternativa di “The Saddening”, rilasciata quasi due anni dopo, rallenta tutto, strappa via ogni forma di consapevolezza e lascia solo la tragedia emotiva. Frasi come “non vedrò mai più il tuo viso allo stesso modo” o “che spettacolo vedere la tristezza in me” acquisiscono un peso opprimente, trasformando la fine di un amore in un vero e proprio crollo interiore. Questo ritorno su una ferita già narrata suggerisce che, nel progetto, TortureTwinn non racconti solo storie singole, ma esplori schemi emotivi ciclici: il dolore si ripete, non si chiude mai del tutto.
“Watch You Die” introduce un’energia diversa: la chitarra trova qualche scala più orecchiabile e il ritmo si muove, pur restando immerso in un immaginario oscuro. La voce resta sofferente ma si fa più tagliente, mentre il testo narra un desiderio di vendetta — una fantasia violenta che non si realizza, un’ossessione proiettata sul vuoto.
Con” “KYTSG”, la tensione diventa quasi febbrile. L’accordo ossessivo di tre note accompagna tutto il brano, mentre un primo vero solo di chitarra libera l’energia trattenuta. Il testo rimane spettrale, quasi da racconto lovecraftiano: fame, sangue, fughe necessarie. La violenza è simbolica, un’esplorazione dell’ossessione e della dipendenza emotiva, non un atto reale.
Se i primi singoli avevano costruito un immaginario fatto di ferite aperte, sangue e ossessioni, con “Purgatory” qualcosa cambia sottilmente prospettiva. Non nel suono — ancora fedele alla grammatica di chitarre malinconiche e voce esposta — ma nel punto di vista. L’ingresso di una seconda voce trasforma il monologo in confronto. Il dolore non è più solo subito o immaginato: viene restituito, specchiato, accusato.
L’EP che segue approfondisce questa frattura interiore. “Help” è il momento più fragile dell’intero percorso: breve, spoglio, quasi sussurrato. Niente rabbia, niente minacce. Solo una richiesta nuda. Con “I Cannot Love” la confessione si fa più esplicita: il problema non è più solo l’altro, ma l’incapacità stessa di amare. È una presa di coscienza amara, che sposta il conflitto verso l’interno.
“The Coldening (Interlude)” sospende le parole, lasciando spazio a un paesaggio sintetico glaciale. È il silenzio dopo la confessione. E nel brano omonimo il raffreddamento diventa definitivo: non più sangue che cola, ma emozioni che si cristallizzano. Se prima il dolore era corporeo e viscerale, qui diventa distanza, gelo, incapacità di scaldare o essere scaldati.
Poi, a febbraio 2025, arriva “Sex Tape”. E sorprende. Le chitarre si fanno più piene, quasi jangle, il cantato più melodico, l’ascolto più fluido. Non è una rottura drastica, ma è un’apertura. Dopo una lunga immersione in un universo coerente e cupo, questo brano sembra allentare la tensione, dimostrando che il progetto non è intrappolato in un’unica tonalità emotiva. È un momento di respiro, forse necessario, che chiude simbolicamente la fase più “rossa” dell’immaginario di TortureTwinn.
Anche l’estetica visiva accompagna questa intensità. Le copertine dei singoli fino a “Sex Tape” non tradiscono i testi: il sangue è presenza costante, quasi un marchio identitario. Ma non è provocazione gratuita: in TortureTwinn il dolore non è metafora leggera, è corpo, materia che si vede, che macchia e che resta. Tra costole che diventano gabbie, lame nella notte e amori che seppelliscono, l’universo del progetto costruisce una coerenza rara: ogni brano è un frammento di una stessa anatomia emotiva.
Siamo a fine febbraio dello scorso anno, i tempi si fanno più vicini ed esce un nuovo EP
Con “Blood Love“, TortureTwinn porta l’ascoltatore in un universo dove il rosso del sangue diventa colore di relazione, desiderio e introspezione. L’EP apre con Red Light, dove il sangue non è più solo ferita, ma contatto e dipendenza emotiva: “Sto sanguinando amore / Non voglio che qualcun altro lo assorba“. La melodia è più orecchiabile, il ritmo più pieno, eppure la tensione emotiva resta palpabile.
“Deathly in Love” trasforma questa ossessione in struggimento lento e gotico, con un crescendo che ricorda gli Smiths: la voce ripete ossessivamente “Sono mortalmente innamorato di te / Sono in amore di sangue“, rivelando la dipendenza emotiva e la fragilità del rapporto.
Con “Sex Tape”, il progetto si apre a un suono più pieno e melodico, con chitarre jangle e cantato più diretto: il desiderio diventa fisico, l’intimità tangibile, ma la tensione non si allenta.
“Knife Play” mostra la versatilità di TortureTwinn: chitarra acustica ben strutturata, falsetti espressivi e una costruzione drammatica che trasforma il sangue in tensione psicologica, mentre i testi parlano di controllo emotivo e frustrazione in relazione.
“My Morning Blues” introduce leggerezza e quotidianità, con le tre note di chitarra accompagnate da piccoli dettagli ispirati ai Cure: la tensione è interna, ma il ritmo e la melodia rendono l’ascolto piacevole, offrendo un momento di respiro tra ossessione e conflitto.
“Pretty When You Cry” riprende atmosfere simili ma più cupo, con un solo di chitarra che amplifica la malinconia e il disincanto verso rapporti complessi: desiderio e distacco convivono, creando un brano emotivamente intenso ma melodicamente accessibile.
Infine, “Emily ft. Sculpture Club” chiude l’EP con un respiro meditativo: la tragedia personale diventa riflessione e accettazione, la batteria “reale” e le chitarre in stile Cure conferiscono dinamica e profondità. Il dolore diventa introspezione, il sangue metaforico si trasforma in memoria e ricerca di equilibrio: “Grant me God, serenity… courage… wisdom…“.
In sintesi, “Blood Love” racconta un arco emotivo completo: dal rosso sanguigno dell’ossessione e del desiderio, alla fragilità e alla confusione delle relazioni, fino a un finale di riflessione e accettazione. Un EP coerente e variegato, dove la sofferenza non è mai fine a sé stessa, ma sempre trasformata in suono e melodia, pronto a condurre l’ascoltatore verso il nuovo capitolo delle copertine grigie.
Con i sette singoli pubblicati tra il 2025 e l’inizio del 2026, TortureTwinn entra in una fase diversa. Le copertine cambiano colore, la produzione si fa più piena, la forma canzone più definita. Ma soprattutto cambia il fuoco emotivo: dal sangue alla dipendenza, dalla ferita alla memoria.
Il nuovo capitolo si apre con “Midnight Craving“, ed è qui che il dolore si trasforma apertamente in dipendenza.
Il ritornello — “I need you more than you need me” — è tra i più incisivi pubblicati finora: semplice, ripetuto, quasi ossessivo. Non è più una ferita da contemplare, ma un craving dichiarato.
La collaborazione con ViRG non addolcisce il brano: lo rende più ambiguo. Le sue parti — “I will cut you in half” — riportano l’immaginario della lama già presente in passato, ma ora condiviso. Non c’è più solo un’anima tormentata: c’è una relazione che si alimenta di squilibrio reciproco. Musicalmente la struttura è solida, più pop, più definita. È il momento in cui TortureTwinn dimostra di aver consolidato la forma canzone.
“Remember Me“ è forse il punto più alto di questa maturazione. Dedicata agli amici di Riffs and Recovery e ad Alex Goolsby, la canzone si muove tra riflessione sulla morte e bisogno di lasciare un segno.
Il ritornello — “How will you remember me?” — è diretto, quasi radiofonico, ma non perde profondità. È il brano più vicino a una dimensione mainstream, pur restando fedele a testi lontani dalle logiche pop convenzionali. Qui l’ossessione non è più amorosa, ma esistenziale.
Anche “Butterflies“ continua a orbitare attorno alla morte, ma con un tono più dichiarativo, quasi da manifesto. Il basso pulsante che apre e chiude il brano regge una struttura solida, mentre il testo assume un tono ribelle: “I’m a rebel with a cause”.
Non c’è più solo fragilità: c’è affermazione.
Con “Stay Hurt“, Benjamin Nelson degli Stare Away è la voce del brano, si torna al terreno conosciuto della separazione. Si rafforza quell’idea di specchio emotivo che attraversa tutta la discografia recente. Qui però si percepisce una certa stanchezza narrativa: il tema è lo stesso, il dolore è lo stesso, e l’intensità non aggiunge nuove sfumature.
“Keep You“ riporta energia: chitarre più distorte (pur senza diventare heavy), ritmo più sostenuto, ma ancora una volta il nucleo è la dipendenza. “I’ll keep you high” suona come promessa e minaccia insieme.
Con “Heater“, brevissimo ma efficace, troviamo un’apparente luce: una relazione che sembra ricambiata. Eppure il linguaggio resta quello della necessità assoluta — “I need your love like I need the air in my lungs”. Non è amore sereno, è bisogno vitale.
Il percorso trova una svolta decisiva con “The One That Got Away“.
Qui accade qualcosa di nuovo: il protagonista sceglie di andarsene. Non è più la vittima che implora, ma chi riconosce la tossicità del legame:
“I can’t protect your heart if I can’t protect myself”
“This is not love”Torturetwinn
È la frase più matura scritta finora. È la prima vera presa di distanza da quella dinamica di bisogno reciproco che aveva dominato brani come Midnight Craving.
Criticamente parlando, TortureTwinn mostra coerenza e riconoscibilità: la cifra stilistica è chiara e mai edulcorata. L’evoluzione musicale passa dalla chitarra scarna dei primi brani a strutture più complete, ritornelli orecchiabili e produzioni più ricche.
Tematicamente, però, la scrittura resta spesso intrappolata nel dolore, nella dipendenza e nella sofferenza: questo rende il progetto intenso ma, per chi non è immerso nell’universo dell’artista, talvolta ripetitivo. Gli ultimi brani introducono elementi di consapevolezza e distacco, segnando una maturazione narrativa e un uso più efficace della melodia.
Il passo successivo, inevitabile, sarebbe un album completo: un lavoro che sappia mettere ordine in anni di tormento emotivo e coagulare le numerose sfaccettature di TortureTwinn in un progetto coerente, capace di conciliare intensità, varietà musicale e crescita narrativa.
Listen & Follow
Torturetwinn: Bandcamp
Source link




