Lazio

“La Grazia” ritrovata di Paolo Sorrentino

LA GRAZIA ritrovata di Paolo Sorrentino, dopo la temporanea e tormentata discesa nel ridondante barocco partenopeo.
Ho assistito con soddisfazione e con particolare godimento di cinefilo all’ultimo di Sorrentino, La Grazia, presentato come film d’apertura, e subito dopo candidato al Leone d’oro, alla Mostra del cinema di Venezia, la scorsa estate.

Dichiaro immediatamente, a scanso di fraintendimenti, che si tratta di un ottimo film, da qualunque parte o sotto qualsivoglia profilo lo si osservi: regia, soggetto, sceneggiatura, ambientazione, fotografia e musica, senza tralasciare ovviamente l’interpretazione (un Toni Servillo gigantesco nella parte del protagonista, attorniato da bravissimi attori e soprattutto attrici), si fondono armonicamente nella produzione di un’autentica opera d’arte cinematografica.

Ci piace riconoscere che il regista napoletano, con La Grazia, si è tolto di dosso, fortunatamente e per la gioia dei suoi estimatori, quell’eccesso di “barocco partenopeo” nel quale era incappato nei suoi due precedenti film: intendo “È stata la mano di Dio”, ed il pirotecnico e fuorigrottiano “Parthenope”.

Tanto sovrabbondanti, ma carenti di sostanza e di storia le due pellicole testé citate, quanto sobrio, crepuscolare ed essenziale La Grazia. Sorrentino, con questo suo ultimo lavoro, si è come purificato, o per meglio dire disintossicato, dalle sbornie e dalle abbuffate “lucagiordanesche” che avevano generato il “sovrappeso” formalistico che, quasi in funzione di nemesi, lo aveva fuorviato dal suo abituale percorso di crescita professionale ed artistica. La Grazia, e chiedo venia per il facile calembour, fa riacquistare al suo autore quella “grazia” (cioè senso della misura, equilibrio, sintesi perfetta di contenuto e forma e pertanto armonia) che aveva smarrito nei suoi ultimi lavori.

La Grazia rimette Sorrentino su quel cammino che lo aveva condotto, or sono più di vent’anni, a generare quel capolavoro che ha per titolo “Le conseguenze dell’amore”, seguito subito dopo dall’eccellente “Il Divo”, dedicato alla mefistofelica figura di Giulio Andreotti, entrambi aventi come principale interprete un Toni Servillo non ancora “divizzato”. Al napoletano Sorrentino è bastato allontanarsi dall’amata Napoli per ritornare ad essere quel grande regista che ci aveva stupito e impressionato ai suoi lontani esordi.

Anche la storia narrata ne La Grazia costituisce, rispetto agli ultimi due film, una vera affascinante e struggente “storia”, nonostante l’esiguità temporale e la lentezza nelle quali si dipana: gli ultimi sei mesi del mandato, quale Presidente della Repubblica, di Mariano De Santis, celebre giurista napoletano (guarda caso!), ex democristiano abituato alle lunghe riflessioni e alle caute decisioni, vedovo inconsolabile da circa otto anni, chiamato a dover decidere su tre scottanti dossier sui quali esercitare competenze che, costituzionalmente, spettano esclusivamente al Presidente: la firma autorizzativa in calce ad un disegno di legge governativo sull’eutanasia, e due richieste di grazia relative a due ergastolani, un uomo e una donna, condannati per aver assassinato i rispettivi coniugi, per motivazioni molto distanti tra loro.

Tanto la firma sul disegno di legge, quanto le due firme sulle richieste di grazia, sono perorate e sollecitate dalla figlia del Presidente, Dorotea (nome quanto mai appropriato, quasi un omaggio alla maggiore e più influente corrente DC dei bei tempi della Prima Repubblica), la quale ha prima seguito la carriera paterna sul piano accademico, (interrompendola però all’atto dell’elezione di Mariano al Quirinale), ed ha poi affiancato il padre per tutto il suo mandato svolgendo il ruolo di super consulente giuridico.

Tra padre e figlia (interpretata da un’intensa e volitiva Anna Ferzetti) si sviluppa un rapporto dialettico di grande suggestione e complessità, un rapporto nel quale si intrecciano e confliggono tenerezze e rimpianti, asprezze e rimproveri, competizione e attenzione, parole pronunciate e silenzi densi di significato. Una storia privata e familiare che ha rischiato di rimanere soffocata dalla pesante coltre pubblica e istituzionale. Ma evitiamo di raccontare la trama del film che, sicuramente, appassionera’ qualunque spettatore vorrà recarsi al cinema (al cinema, sissignore!) a vederlo e a goderlo. Vorrei solo aggiungere che, nonostante sobrietà ed essenzialità formali, molti sono gli spunti di riflessione sull’attualità sociale e politica che il film propone, così come numerosi e coinvolgenti risultano i momenti di pura emozione e commozione.

Concludo con un ringraziamento al Sorrentino regista che, dopo averci lasciato l’amaro in bocca con le due “prove non riuscite” delle pellicole partenopee, ha ritrovato, nella e con La Grazia, quella fantastica vena creativa che sembrava essersi smarrita per strada.

https://www.cinecircoloromano.it/…/la-grazia-ritrovata…/

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