Medici di base, quanti ne mancano nelle Marche. «Ma aumentano gli specializzandi». Ecco qual è la provincia maglia nera
ANCONA «Quello che sta succedendo nella sanità territoriale è un vero cortocircuito». Questo è il coro unanime che si alza dai rappresentanti dei sindacati dei medici di base delle Marche. Una categoria sempre meno numerosa, è vero, ma che non ci sta ad accollarsi tutte le colpe dei pronto soccorso pieni di questi giorni. «L’intera filiera assistenziale è stata risucchiata in un circolo vizioso, ma noi facciamo il possibile – spiega Paolo Misericordia, segretario regionale della Fimmg Marche – siamo pochi, gli studi sono pieni, ogni giorno rispondiamo a un numero incalcolabile di mail, whatsapp, telefonate. In questi giorni, poi, con la mole di pazienti influenzati che c’è in giro, ogni ambito è sotto pressione».

Le cifre
A ciò si aggiunge il fatto che, sul territorio, i medici di famiglia sono sempre meno. Secondo i dati rilasciati dai sindacati, in regione c’è una carenza di circa 238 professionisti. Maglia nera per Macerata, dove mancano all’appello circa 70 professionisti. Subito dopo viene Ancona, con 58 carenze. Nel Pesarese servirebbero, invece, 52 medici in più, 31 a Fermo e 27 ad Ascoli. In totale, oggi a esercitare ci sono circa 900 dottori. Si aggiunga il fatto che, quest’anno, al corso di formazione in medicina generale si sono iscritti meno candidati dei posti messi a bando. I posti, che beneficiavano di borse aggiuntive finanziate dalla Regione con fondi Pnrr, erano circa 160.
Nel dettaglio
I giovani marchigiani interessati a diventare medico di famiglia, però, sono stati solo 82. Ora, a frequentare quel corso, sono rimasti in 48 e i sindacati lo avevano già anticipato «Un 20 o 30% di loro, inoltre, abbandonerà il percorso durante i tre anni», avevano evidenziato. Su questo è arrivata la replica del neo assessore alla Sanità della Regione, Paolo Calcinaro: «Ci sono meno iscritti dei posti messi a bando, è vero. Quest’anno, e finalmente direi, osserviamo un aumento di studenti interessati alla specializzazione. Pian piano sta aumentando il numero di coloro che si iscrivono, anche se la cifra rimane al di sotto del numero di borse di studio disponibili. Siamo speranzosi». «I giovani questo lavoro non vogliono più farlo», è più pungente il dottor Fabrizio Valeri, presidente della sezione marchigiana del sindacato Snami. «Siamo stritolati dalla burocrazia e c’è poca chiarezza su quello che il sistema di aspetta da noi», spiega il sindacalista. In questo periodo si sta infatti passando al “ruolo unico”, in vigore dal 1° gennaio 2025. Ciò comporta che tutti coloro che entreranno in servizio rimarranno liberi professionisti, ma dovranno prestare servizi aggiuntivi (come guardia medica o nelle case di comunità), oltre a quelli in studio. «Un sistema svantaggioso per i colleghi più giovani, che avranno obblighi da dipendenti rimanendo liberi professionisti. Chi è già in servizio potrà decidere se aderirvi o meno, invece loro saranno obbligati», sottolinea Valeri. Sembra spuntare, tuttavia, un modo per rafforzare il filtro della medicina territoriale e attutire l’ondata di arrivi al pronto soccorso. «Si tratta degli ambulatori per la gestione dei bisogni non differibili, che saranno inseriti all’interno delle nuove case di comunità», dice, con speranza il dottor Misericordia. Si tratta di strutture, frequentate da medici di base e infermieri, che saranno destinate ad accogliere e risolvere bisogni che i pazienti non possono rimandare e per cui altrimenti si recherebbero in pronto soccorso. «Sono più attrezzate e ci permetteranno di far accedere i nostri pazienti a prestazioni specialistiche negli ospedali di riferimento, tramite un’impegnativa», spiega.
Le liste d’attesa
Al momento, l’impegnativa del medico di base ha una durata di soli tre giorni. «Successivamente, per poter far fare degli accertamenti al paziente, devo spedirlo al pronto soccorso», ammette sempre Misericordia. «L’emergenza-urgenza è sotto pressione per un numero enorme di motivi- chiosa Calcinaro – Tra questi c’è il tema delle liste d’attesa. Le persone, al pronto soccorso, cercano risposte rapide. Gli ambulatori per bisogni non differibili possono essere una soluzione, certo. Dovremo essere noi, come istituzione, ad andare casa per casa per portare la gente a conoscenza di questa possibilità. Spesso i miei coetanei vanno al pronto soccorso anche per un piccolo taglio, c’è tanto lavoro da fare».




