Società

Voti in caduta libera per il caldo: un giorno oltre i 30°C fa calare le performance nei test

L’Europa si conferma l’avamposto del riscaldamento globale, con un incremento di +2,5 °C negli ultimi cinque anni. L’Italia, in particolare, è tra le aree più esposte a ondate di calore sempre più frequenti e intense.

Ma c’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il futuro del paese: secondo le stime del think-tank Tortuga, servirebbero 1,3 miliardi di investimenti pubblici per dotare le scuole italiane di sistemi di climatizzazione adeguati. Una cifra importante, certo, ma che va messa in prospettiva con il costo dell’immobilismo.

Il paradosso italiano: 97% di riscaldamento, 10% di raffrescamento

La protezione dal freddo è disciplinata da tempo: due decreti ministeriali del 1975 impongono impianti di riscaldamento adeguati ove le condizioni climatiche lo richiedano. Il risultato? Il 97 per cento dei comuni è coperto da impianti di riscaldamento.

Per i mesi estivi, invece, l’allegato IV del decreto legislativo 81/2008 si limita a raccomandare temperature interne tra 24 e 27 gradi, senza alcun obbligo. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: appena il 10 per cento delle scuole è dotato di aria condizionata, e in alcune regioni come Umbria e Basilicata la percentuale scende addirittura sotto il 5%.

Una lacuna legislativa che in passato poteva essere trascurata, ma che oggi, con l’accelerazione del cambiamento climatico, si trasforma in un boomerang sulla qualità dell’istruzione e, di conseguenza, sul capitale umano del paese.

Un problema che ha un nome e un cognome: disuguaglianza

L’analisi condotta su oltre 3,4 milioni di studenti italiani, pubblicata da La Voce.info, ha dimostrato che le giornate di caldo accumulate nei mesi precedenti i test Invalsi si traducono in punteggi più bassi. L’effetto è circa quattro volte più ampio di quello rilevato nelle scuole statunitensi. Ma il dato più preoccupante è un altro: la riduzione del rendimento si concentra sugli studenti provenienti dai contesti più svantaggiati, amplificando il divario sociale già esistente.

Le ragioni sono intuitive ma spesso ignorate. Il caldo riduce la capacità di concentrazione durante le lezioni. Chi vive in abitazioni più vecchie, poco isolate e prive di impianti di climatizzazione resta esposto al caldo anche a casa, con minori possibilità di riposare e recuperare. Chi ha meno strumenti per ripararsi, in aula come nella propria abitazione, ne risente di più. Il caldo, insomma, non è democratico: colpisce prima e più forte chi è già in difficoltà.

Ripensare il calendario scolastico: una soluzione low-cost?

Di fronte a questi numeri, alcuni sindacati e associazioni studentesche hanno avanzato proposte alternative. Il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico, ha suggerito di spostare l’inizio delle lezioni di due-tre settimane, evitando così i picchi di calore di settembre. Il meteorologo Mario Giuliacci ha confermato che l’estate vera e propria si estende ormai fino a fine settembre, e ha messo in guardia dal rischio di togliere giorni a settembre per aggiungerli a giugno: giugno è peggio.

Bianca Piergentili, coordinatrice della Rete degli Studenti Medi del Lazio, ha aggiunto che si potrebbe “ripensare la classe come spazio fisico, con attività all’aperto, lezioni fuori dall’aula”. Soluzioni che hanno il pregio di essere immediatamente attuabili e a costo zero, ma che non risolvono il problema strutturale.

L’esempio tedesco e la strada italiana

In Germania esiste il concetto di Hitzefrei: in caso di temperature troppo alte (solitamente sopra i 25-27 gradi) all’interno dell’edificio scolastico, il preside può mandare tutti a casa. Alla luce del clima italiano, questa soluzione sarebbe alquanto drastica: significherebbe chiudere le scuole per gran parte di settembre e giugno. La risposta sta invece in un maggiore investimento in edilizia scolastica, troppo spesso dimenticata dai nostri politici.

Il governo ha stanziato 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2025 e 2026 per interventi indifferibili e urgenti di messa in sicurezza. Una cifra che, per quanto apprezzabile, è ancora lontana dai 1,3 miliardi stimati dal think-tank Tortuga.

Il costo dell’immobilismo

Ogni anno che passa senza un intervento strutturale è un anno di apprendimento perduto per milioni di studenti. E non si tratta solo di voti più bassi: come ha sottolineato il coordinamento nazionale docenti della disciplina dei Diritti Umani, “il diritto allo studio e il diritto al lavoro in un ambiente salubre e dignitoso sono principi fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione”.

Il caldo non è più una scusa: è un fattore oggettivo di disuguaglianza educativa. E l’Italia, che pure è il paese europeo con il tasso di dispersione scolastica più alto, non può permettersi di ignorarlo. Come ha ricordato La Voce.info, la protezione dal freddo esiste ed è efficace. Quella dal caldo è ancora un’emergenza senza risposta. Il tempo per decidere, però, sta finendo.


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