Vivere San Luca oltre lo stigma
Il racconto di trenta giorni a San Luca, vivere un mese nel paese segnato da storie di ’ndrangheta che però è anche, e soprattutto, altro
Per trenta giorni ho vissuto a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, per cercare di capire che cosa significhi abitare un luogo che da decenni viene raccontato soprattutto attraverso la ’ndrangheta. Sono arrivata con una domanda che partiva dalla criminalità organizzata e sono ripartita con una consapevolezza più ampia: per capire davvero un paese così bisogna prima di tutto imparare a viverlo, ascoltarlo e guardarlo oltre la reputazione che gli altri gli hanno costruito intorno.
San Luca è certamente un luogo segnato da una storia mafiosa dolorosa e documentata. È il paese dei sequestri di persona, delle faide, della strage di Duisburg, delle famiglie apicali di ’ndrangheta e delle reti criminali che negli anni hanno raggiunto luoghi ben oltre la Calabria. Ma San Luca è anche e soprattutto altro. È un paese di persone che lavorano, crescono figli, vanno in chiesa, emigrano, studiano, tornano, aprono negozi, si incontrano nei bar, si aiutano e cercano, semplicemente, di vivere.
È questa la prima cosa che ho imparato: San Luca è un paese reale prima ancora di essere un simbolo per il narratore o la narratrice di turno.
E forse proprio la quotidianità è ciò che più facilmente scompare quando un luogo viene raccontato sempre attraverso la cronaca.
Sono entrata nei bar, nelle case, nelle botteghe. Ho parlato con persone che mi hanno raccontato il lavoro, la famiglia, la fede, le partenze, i ritorni, le indagini, le cicliche perquisizioni, i figli, i pregiudizi e il futuro. Ho ascoltato soprattutto storie. E tante di queste storie cominciavano molto prima della ’ndrangheta o avevano poco a che fare con essa.
Cominciavano, per esempio, dai traumi dei disastri ambientali.
Le alluvioni del 1951 e del 1972-73 appartengono ancora alla memoria del paese. Case perdute, terre abbandonate, famiglie costrette a spostarsi. E poi le partenze: verso il Nord Italia, l’Australia, la Germania, il Belgio e tanti altri luoghi. Ma accanto alla memoria delle perdite c’è anche quella dei legami. Chi è partito non ha necessariamente smesso di appartenere a San Luca. Ha continuato a tornare, a telefonare, a partecipare ai matrimoni e ai funerali, a mantenere rapporti con chi è rimasto.
È diventato, San Luca, quello che seguendo l’antropologo Vito Teti possiamo chiamare un “paese doppio”: di chi resta e di chi parte, due comunità lontane ma continuamente collegate.
Questa dimensione della vita di San Luca dovrebbe colpire molto, perché mostra che le reti familiari e di paese non sono soltanto ciò che spesso viene raccontato dall’esterno: non sono automaticamente ’ndrangheta, o strumentali ad essa, non sono automaticamente controllo, non sono automaticamente illegalità.
Sono soprattutto appartenenza.
Una telefonata, un caffè, una visita, una persona che ti presenta qualcuno, una porta che si apre o una sedia di plastica bianca che mi è stata messa davanti per sedermi la sera con le signore davanti casa. Sono gesti semplici, ma costruiscono una comunità. E infatti l’ospitalità è forse uno degli aspetti che più mi hanno fatto vedere San Luca in modo diverso.
Ho incontrato persone che, pur sapendo perfettamente perché ero lì e che cosa cercavo di studiare, hanno scelto di raccontarsi. Mi hanno offerto un caffè o una birra, mi hanno fatto domande, hanno voluto sapere che cosa pensassi del paese. In un luogo abituato a essere osservato e giudicato dall’esterno, aprire la porta a una forestiera può diventare un gesto importante. San Luca mi ha accolta. Persino i bambini hanno preso a salutarmi per strada con un gioioso “Ciao prof!”; e le bambine mi salutavano con “Ciao Quella di TikTok” (a causa di una campagna social abbastanza aggressiva messa su per questa ricerca) regalandomi persino delle caramelle comprate appositamente per me.
In un paese che ha un tasso di natalità in crescita e in controtendenza alla media nazionale, bambini e bambine dovrebbero essere al centro di ogni programmazione futura e invece spesso sono solo lì a ereditare storie del passato.
Essere ospitali, qui a San Luca, significa anche dire: guardateci prima di giudicarci. Non siamo soltanto i cognomi che avete letto sui giornali. Non siamo soltanto i processi, le fai-de, i sequestri. Siamo anche le persone che vi fanno entrare in casa e vi regalano pomodori, fiori di zucca, melanzane, fichi. Siamo i bambini curiosi e le bambini dolcissime.
Questa ospitalità non va però romanticizzata. San Luca non è un paese perfetto, e le relazioni possono diventare anche obblighi, pressioni, forme di controllo. Ma proprio questa ambivalenza rende il paese interessante. La stessa rete che può diventare una risorsa criminale può essere anche una rete di cura.
A San Luca ho incontrato un desiderio di futuro che non coincide affatto con l’immagine di un paese immobile. Ho incontrato donne che vogliono per i propri figli possibilità diverse da quelle che hanno avuto loro. Giovani che vorrebbero poter restare senza rinunciare alle proprie ambizioni. Persone che sono partite e che pensano di tornare. Altre che non vogliono tornare, ma continuano a sentirsi parte di San Luca.
Anche il lavoro, della cui assenza tutti si lamentano, assume un significato che va oltre lo stipendio. Significa possibilità di restare. Significa poter immaginare un futuro senza dover scegliere necessariamente tra il proprio paese e la propria vita. Ma significa soprattutto riconoscimento: essere considerati lavoratori, cittadine, persone capaci di costruire qualcosa. E non solo venire assistiti dallo Stato (con benefici o con lavori alla Forestale, che hanno, nel tempo, ammazzato produttività e artigianato).
San Luca non è fermo, sebbene a molti, anche alcuni sanluchesi, convenga che resti immobile. Sebbene, prima di questa ricerca, un collega mi abbia espresso un dubbio legittimo: “sei sicura che San Luca meriti di cambiare o voglia cambiare?”
San Luca è un paese attraversato da tensioni e contraddizioni, ma anche da spinte al cambiamento. Forse ciò che manca non è il desiderio di cambiare, ma la capacità di trasformare tale desiderio in una prospettiva collettiva.
Anche piccoli gesti raccontano questa trasformazione. In due bar del paese c’è un cartello che invita i clienti a non offrire consumazioni agli altri – Vietato offrire. Il caffè pagato è una istituzione da queste parti: crea gratitudine quanto obbligo reciproco. Può sembrare un dettaglio insignificante. E invece mi ha fatto pensare a quanto anche le abitudini possano cambiare.
Una comunità non è condannata a ripetere ogni gesto perché “si è sempre fatto così”. La cultura cambia anche attraverso piccoli interventi.
E forse il futuro di San Luca passa proprio da qui: dalla possibilità di conservare ciò che ha valore – la memoria, i legami, l’ospitalità, la solidarietà, la storia – distinguendolo da ciò che può essere diventato controllo o strumento di potere.
Per trenta giorni ho cercato di capire il paese narrato come culla della ’ndrangheta. Ho finito per confermare quanto sia importante non confondere la ’ndrangheta con San Luca o San Luca con la ’ndrangheta.
Questo non significa negare la storia mafiosa del paese. Significa, al contrario, comprenderla con maggiore precisione, significa distinguere chi appartiene a strutture criminali da chi vive dentro una rete di parentele. Significa non trasformare un cognome in una colpa, un indirizzo in un sospetto, una fragilità sociale in una prova di criminalità.
Una buona antimafia deve saper individuare il potere criminale senza criminalizzare la comunità. E la nostra antimafia non sempre lo ha fatto o lo sa fare. E la politica regionale deve saper costruire ciò che a San Luca le persone chiedono a gran voce: più lavoro, più servizi, istituzioni affidabili, cultura, possibilità per i giovani, autonomia per le donne e soprattutto la possibilità di essere giudicati per quello che si fa, non per quello che altri hanno fatto prima di noi.
Dopo trenta giorni non penso di poter dire di conoscere San Luca. Ma trenta giorni sono abbastanza per capire che un paese non può essere raccontato soltanto attraverso le sue ferite e che come sempre ogni cambiamento deve avvenire da dentro.
San Luca ha bisogno di avere il permesso di essere esattamente com’è per andare avanti: ricordare attivamente le alluvioni, imparare a parlare dei sequestri, delle faide e delle vittime della ’ndrangheta senza trasformare quella memoria in un destino.
I genitori devono sapere come spiegare il passato del passato ai propri figli: la memoria attiva coltiva identità collettiva. Il paese ha disperatamente bisogno di un’identità collettiva oltre lo stigma della ’ndrangheta. Il paese ha anche però diritto a ricordare la sua storia millenaria, Corrado Alvaro, le tradizioni popolari, la Madonna della Montagna che governa la valle di Polsi, il dialetto, senza vergogna, senza ostentazione di virtù ma anche senza pregiudizio esterno.
Perché una comunità può avere una storia mafiosa senza essere composta da mafiosi. Può avere bisogno dell’antimafia e, nello stesso tempo, avere bisogno di essere protetta dal-lo stigma. Può avere una storia popolare ricchissima ma non saperla raccontare.
La vera sfida dunque non è scegliere tra la lotta alla ’ndrangheta e la difesa di San Luca. È capire che una lotta alla ’ndrangheta efficace passa anche dalla capacità di non confondere vittimismo e vittimizzazione. Il primo, di cui i sanluchesi sono spesso tacciati, è la percezione di essere costantemente vittime, la seconda è il processo reale di marginalizzazione, stigma o abbandono che può produrre quella percezione. Per capire San Luca, dunque, non basta giudicare il vittimismo: bisogna interrogarsi sulle esperienze che lo hanno generato.
Per questo, vivere San Luca oltre lo stigma significa raccontare un paese intero, normale. Con le sue responsabilità e le sue ferite, le sue contraddizioni, la sua memoria e il suo desiderio di futuro. Un paese nel quale la paesanìa può essere cura come può diventare controllo, l’informalità può essere solidarietà come può anche diventare uno schermo, e la ’ndrangheta deve essere combattuta sì, ma con precisione e politiche sociali, mentre la giustizia deve imparare a vedere oltre il sospetto.
Perché alla fine la questione non è soltanto come San Luca viene visto. È chi ha il diritto di raccontare cos’è San Luca. E forse il primo passo per cambiare una storia è smettere di raccontarla come se fosse già stata scritta.
*Professoressa ordinaria
di Sociologia del Diritto e della Devianza
Università di Bologna
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