Usa-Iran tra escalation e negoziati Giallo. Ghalibaf: “Lascia i colloqui”
Donald Trump ribadisce la volontà di arrivare ad un accordo «duraturo» con l’Iran, e il capo del Pentagono afferma che Teheran ha «la possibilità di fare una buona intesa», ma avverte allo stesso tempo che se questo non avverrà, l’esercito americano è pronto a colpire di nuovo. «Abbiamo tutto il tempo del mondo, come ha detto il presidente», spiega Pete Hegseth, dopo che l’inquilino della Casa Bianca ha evidenziato che «siamo stati in Vietnam per 18 anni, in Iraq per anni. Siamo in Iran da sole sei settimane. Non mettetemi fretta». Ma allo stesso tempo il tycoon aggiunge che «non voglio fissare scadenze precise, ma la cosa si risolverà piuttosto velocemente, riapriremo lo Stretto di Hormuz». E secondo Cnn, manda gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner in Pakistan per un secondo round di colloqui. Due fonti di Islamabad, inoltre, rivelano che pure il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi, terrà colloqui bilaterali in Pakistan e discuterà la sua posizione sulla proposta di colloqui con gli Stati Uniti, che verrà poi presentata a Washington. Il capo delle forze armate pakistane, Asim Munir, ha infatti trasmesso all’Iran nuovi piani per le trattative, che ora sono al vaglio.
E nel frattempo, secondo Iran International, il presidente del Parlamento
di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, capo dei negoziatori, si è dimesso per i disaccordi interni. Ghalibaf è stato criticato per aver tentato di includere la questione nucleare nei negoziati, e ora potrebbe sostituirlo Saeed Jalili, rappresentante ultraintegralista della Guida Suprema presso il consiglio supremo di sicurezza nazionale. Stando a diverse fonti informate citate dalla Cnn, comunque, i funzionari militari statunitensi stanno elaborando opzioni per colpire le capacità iraniane a Hormuz nel caso in cui l’attuale cessate il fuoco dovesse fallire. Tra i vari obiettivi presi in considerazione figurano attacchi mirati in particolare alle capacità iraniane intorno allo Stretto, al Golfo Persico meridionale e al Golfo di Oman. Le fonti parlano di potenziali raid contro piccole imbarcazioni d’attacco veloci, navi posamine e altre risorse asimmetriche che hanno permesso a Teheran di bloccare efficacemente queste rotte marittime strategiche e di utilizzarle come strumento di pressione.
Sebbene l’esercito americano abbia preso di mira la Marina iraniana, gran parte del primo mese di bombardamenti si è concentrata a colpire più in profondità all’interno del Paese. I nuovi piani prevedono invece – dicono le fonti – una campagna di bombardamenti più incentrata intorno alle vie navigabili strategiche.
Mentre valutazioni interne del dipartimento della Difesa, confermate anche da fonti del Congresso al New York Times, rivelano che le scorte di missili statunitensi e di armi si sono notevolmente ridotte a causa dell’Operazione Epic Fury: gli Usa avrebbero consumato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio, 1.000 missili da crociera Tomahawk (circa 10 volte il numero che acquistano attualmente ogni anno), e 1.200 missili intercettori Patriot, ognuno dei quali costa oltre 4 milioni di dollari.
Hegseth, da parte sua, afferma che il blocco dei porti iraniani da parte della marina Usa, iniziato il 13 aprile, proseguirà «per tutto il tempo necessario», mentre il regime ha posto la revoca come condizione per la ripresa dei colloqui.
Trump, intanto, proroga per 90 giorni la sospensione di una legge marittima che limita il trasporto di petrolio all’interno degli Usa, nel tentativo di arginare l’aumento dei
prezzi. A confermarlo è la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Il Jones Act del 1920 impone che le spedizioni nazionali utilizzino navi costruite in Usa, di proprietà americana e con equipaggio a stelle e strisce.
Source link




