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una serata tra bellezza e caos

“Roma è, da sola, tante cose e quelle cose sono circondate da una calma così profonda, da una maestosità così tranquilla e serena che è impossibile immaginarne, al primo colpo d’occhio, il prodigioso insieme e l’inesauribile ricchezza”: questa frase di Charles Gonoud tratta dalla sezione italiana delle sue Memorie di un artista, pubblicate postume nel 1896, mostra immediatamente cristalline alcuni dei suoi doni artistici distintivi, tra cui la capacità di cogliere con sensibilità poetica i dettagli rivelatori all’interno di una visione profonda, colma di meraviglia. Frase opportuna da porre in calce alla prima rappresentazione romana del Roméo et Juliette (1867) al Teatro dell’Opera, benché nella contemporaneità il perenne splendore del Genius Loci sia, in superficie, immersa in un caos infernale, più che in una calma profonda.

Gonoud, in quest’opera, trova il felice equilibrio tra compiacimento melodico popolare e la ricerca delle “suture più delicate dei sentimenti”, per citare un verso memorabile di Pasolini.

Rispetto all’altro grande pilastro della sua opera, il Faust di otto anni prima, si nota un passaggio maturo e consapevole dalla grand opéra al drame lyrique, in cui si depongono la tentazione spettacolare e il registro più moraleggiante a favore di un maggiore raccoglimento emotivo, una più commossa adesione al movimento interiore dei personaggi. L’opera segue con lealtà narrativa il dramma shakespeariano, ma intuitivamente declina nel formato lirico la trama, sfrondandone le risonanze socio-politiche (rispetto ad esempio a I Capuleti e i Montecchi di Bellini, di quasi quarant’anni prima), enfatizzando il dissidio intimo degli amanti come cuore tragico della vicenda. Ciò non si deve, chiaramente, solo alle scelte librettistiche. rispettose dell’originale ma nette nella direzione narrativa, di Jules Barbier e Michel Carré, ma soprattutto alla travolgente ed elegante vivacità emotiva del compositore.

Nel primo primo atto la musica esprime una meravigliosa vivacità festosa, con un’eleganza quasi pagana, in cui si attinge ai valzer da fiera e al canto popolare per rendere l’esplosione, incosciente e vertiginosa, del giovane incanto; nel secondo il presagio ineluttabile del tragico destino è anticipato dalla solennità grave, progressivamente sempre più cupamente ieratica della partitura (proprio a Roma Gonoud scoprì il fascino della musica sacra).

Parliamo dell’esecuzione romana: plauso convinto alla regia di Luca De Fusco, nel suo debutto lirico al Costanzi, in grado di dispiegare con sobria eleganza una sottile intelligenza drammaturgica: la tragedia è mostrato con spunti moderni, ma senza forzature concettuali, con un garbo scenico che lascia il potere della musica indurre il pubblico alla commozione estetica. Nell’esecuzione che ho avuto il piacere di vedere il tenore coreano Duke Kim, con il suo timbro esaltato in pianissimi sospesi, è emerso in “Ah! lève-toi, soleil!”, reso con stile fluido, mentre il soprano Vannina Santoni ha affrontato in maniera agile il sognante valzer “Je veux vivre” con fraseggio seducente, culminando nel “Sommeil” (Atto IV) con un pianissimo etereo. Il duetto del balcone “Ô nuit divine” è stato interpretato con un interplay vocale calibrato, ispirando commozione senza indulgere in eccessi patetici.

Negli altri ruoli, si distinguono la possente profondità del Frère Laurent di Nicolas Courjal, il brillante Mercutio di Mihai Damian, l’autorevole Capulet di Christian Senn, la materna Gertrude di Géraldine Chauvet, l’agile vivacità di Aya Wakizono in Stéphano, la cui provocatoria indole è il casus belli (letteralmente) della svolta tragica.
La guida orchestrale esperta di Daniel Oren è stata ben elogiata Francesco Giudiceandrea su GBopera nell’“equilibrio tra la dimensione intimistica e potenza del dramma, varietà e finezza di accenti e complessivo equilibrio formale”.
Sempre potente la resa del coro guidato da Ciro Visco.

Aggiornamento sull’incoscienza umana: al consueto campionato internazionale di tossitori seriali nei momenti clou e di maldestre cadute di cellulari sul pavimento, si è aggiunta la nota surreale del pianto di un neonato e, al momento degli applausi, le urla scomposte di giovani neofiti strappati alla Curva Sud. L’anno dopo di Roméo et Juliette Gonoud mise in musica Le Vin des amants di Charles Baudelaire, ma a me tutto ciò ha fatto identificare con un altro verso de Les Fleurs du Mal: quello della dedica Au Lecteur, in cui si descrive l’Ennui, il “mostro raffinato” che sogna patiboli.

Foto: Fabrizio Sansoni


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