Un pessimismo da celebrare: la nostra intervista ai sonici Sunflowers

Dal Portogallo con furore. Potremmo definire così i sonici e riverberati Sunflowers. La band, nata nel 2014 per volontà di Carlos de Jesus e Carolina Brandão (ai queli poi si è aggiunto Frederico Ferreira) ha decisamente reso vibranti, rabbiosi e intensi i propri suoni prima con “A Strange Feeling of Existential Angst” (2023) e ha continuato su questa strada, in modo ancora più prepotente, con il nuovo “You Have Fallen… Congratulations!“. Un fragore noise-punk è quello che ci colpisce in pieno volto ascoltando, infatti, l’ultima fatica dei portoghesi, che plasmano una materia sonica grezza e rabbiosa per sbattercela in faccia in modo provocatorio e ironico, ma non certo come punizione, anzi, come elemento di vanto e di riscatto: la dimostrazione di essere vivi in un mondo in rovina e alla deriva. Il terzetto è come posseduto dal fuoco sacro dell’irrequietezza e non si ferma praticamente mai, incalzandoci e stordendoci con un garage rock bruciante e ossessivo, imbastardito da psichedelia delirante, riverberi e feedback, ma senza che la luce melodica si spenga mai.
Un disco che ci ha colpito e ben impressionato e quindi la chiacchierata con la band (che tra l’altro sarà anche in Italia, a marzo, per ben 4 date) era doverosa.
Carlos, chitarra e voce, ha risposto con piacere e dovizia di particolari alle nostre domande.
(L’intervista, nella sua forma originale, è contenuta su Rockerilla 543 di novembre 2025)
Cominciamo con la vostra nuova etichetta discografica, la leggendaria Fuzz Club. Come siete finiti a firmare con loro?
Negli ultimi anni, alcune persone con cui lavoriamo, che sono anche nostre amiche, ci hanno detto che avremmo dovuto inviare il nostro materiale alla Fuzz Club. Eravamo abbastanza soddisfatti delle nostre precedenti etichette, quindi non abbiamo mai contattato nessuno. Credo sia stato il nostro agente europeo a convincerci a inviare il materiale. È un’etichetta davvero interessante e devo dire che sono rimasto un po’ sorpreso dal loro interesse, pensavo fossimo un po’ troppo “eccentrici” per loro (soprattutto questa raccolta di canzoni), ma sono contento che gli sia piaciuta abbastanza da investire su di noi. Spero che tutti i coinvolti siano contenti che abbia funzionato.
Il precedente “A Strange Feeling of Existential Angst”, aveva seguito il periodo del Covid. Ricordo che in Italia vedevamo spesso post sui social media che dicevano “questo ci renderà persone migliori”: non è andata esattamente così. A due anni dall’uscita di quell’album, le cose non sono migliorate. Forse questo nuovo disco è una nuova istantanea di ciò che stiamo vivendo? Cosa hanno in comune e cosa differenzia i due lavori?
Beh, “A Strange Feeling of Existential Angst” è stata una risposta diretta alla crisi che abbiamo attraversato durante il Covid. Riflette tutti i dubbi che avevamo su questo progetto, su noi stessi e sul mondo in cui viviamo. Non siamo persone molto ottimiste…semplicemente non siamo quel tipo di persone. Ammiro molto chi lo è, però, perché quel tipo di personalità è per lo più imperterrita da ciò che la circonda. Penso che la differenza principale sia che è la risposta alle confusioni, ai traumi e ai sentimenti dell’era Covid, mentre “You Have Fallen… Congratulations!” è più una riflessione sulle conseguenze di quell’era e sul cambiamento del nostro punto di vista. Siamo ancora pessimisti, ma ora celebriamo quel pessimismo invece di lasciare che definisca la nostra esperienza o la nostra vita. Il mondo fa schifo, certo, ma siamo ancora qui e dobbiamo ancora viverci, quindi perché non lottare per cambiarlo in qualcosa di cui siamo orgogliosi di far parte?
Più ascolto il nuovo album, più trovo che ci sia una scintilla assolutamente primordiale in esso, libera, senza schemi o imposizioni. È stato questo il vostro approccio alle registrazioni?
Beh, sì e no, haha. Non stavamo trattando queste registrazioni come qualcosa di ponderato o rifinito, non stavamo pensando di registrare un album da vendere commercialmente. Stavamo solo registrando dei demo delle nuove idee che avevamo e improvvisando. Alla fine di una settimana di lavoro, abbiamo riascoltato quello che avevamo fatto e abbiamo pensato: “Sì, c’è qualcosa di interessante“, quindi abbiamo deciso di costruire su quelle basi che avevamo appena gettato. Ecco perché alcune canzoni hanno delle cose strane, finali strani e tutto il resto. L’intro di “March of the Drones”, per esempio, è stata creata perché una notte stavo suonando da solo con i suoni del sintetizzatore e ho sentito le campane della chiesa del villaggio in lontananza, mentre il finale di Workworkwork ha Carolina che chiede “estava a gravar?“, che in portoghese significa “stava registrando?“. Non stavamo pensando a un prodotto finito, stavamo suonando e registrando d’istinto, quindi immagino che sia da lì che provenga la scintilla primordiale.
Sai, ascoltando l’album, mi vengono in mente molti riferimenti che vanno dagli Helmet ai Therapy? Ma posso dirti che ho sentito anche una band che adoro, i Jon Spencer Blues Explosion? C’è stato qualcosa che avete ascoltato che potrebbe avervi influenzato, anche inconsciamente?
Sono contento quando la gente ci fa questi riferimenti, perché così ho scoperto un sacco di nuove band! Non credo di aver mai ascoltato i Therapy?, e l’unica canzone degli Helmet che conosco era nella colonna sonora di GTA San Andreas…non ricordo il nome però. Conosco i Jon Spencer Blues Explosion, ma non li ho ascoltati molto dopo il periodo in cui eravamo un duo garage rock (2014-2018). Tuttavia, è probabile che siano stati una nostra fonte di ispirazione. O forse siamo stati influenzati da band che a loro volta sono state influenzate da loro, cosa piuttosto normale al giorno d’oggi. Fin dai nostri esordi, siamo stati paragonati a decine di band diverse (immagino che sia così per la maggior parte dei gruppi), quindi, dopo il nostro album “Endless Voyage” (2020), ho cercato di non ascoltare musica mentre scrivo o registro. Naturalmente, le influenze sono influenze e rimangono inconsciamente impresse in una persona. Ma il bello di una band è che tre persone con le loro influenze uniche si uniscono per creare qualcosa di nuovo, sperando di fondere il tutto in qualcosa di unico.
La cosa che mi fa impazzire è che anche in mezzo al rumore, al frastuono e al feedback, i vostri ritornelli, urlati come slogan, ti entrano in testa: non è un urlo per far vincere la voce più forte, ma sembra più una dichiarazione di “presenza”: la mia voce si sente perché io sono qui, urlare è forse l’unica cosa che mi resta. Cosa ne pensi?
Sì, penso che tu abbia centrato il punto. Per noi, urlare non è tanto una questione di volume o di cercare di superare qualcuno, è più una questione di urgenza. È come dire: questo è importante per me in questo momento e ho bisogno di dirlo ad alta voce. Nessuno di noi è tecnicamente un “cantante” nel senso tradizionale del termine, quindi urlare diventa il nostro modo di metterci nella musica senza fingere di essere qualcosa che non siamo. Mi piace anche l’idea che sia una dichiarazione di presenza, perché è esattamente quello che si prova nella sala prove o sul palco. Non si tratta tanto di essere la voce più forte, quanto di ritagliarsi uno spazio in cui le nostre voci esistono, anche se solo per un momento. Mi dispiace se qualcuno non è d’accordo con me, ma qui sono io quello con il microfono. Quindi sì, forse è una dichiarazione, non solo di rumore, ma di essere vivi al suo interno.
“Workworkwork” è devastante per le mie orecchie: ascoltarla in cuffia è davvero inquietante con tutti questi suoni e il mantra ossessivo. È una delle mie canzoni preferite, ma anche una delle più difficili. Non sei d’accordo?
Sì, doveva esserlo, haha. La canzone racchiude in due minuti e mezzo la natura ciclica e sovraelaborata del burnout moderno. È pensata per sembrare caotica e stressante, confusa e disorientante, fa parte della Sunflowers Experience™. Abbiamo fatto di tutto per renderla tagliente, quasi abrasiva, perché era quello che richiedeva il tema. Non è una canzone “confortevole”, ma non doveva esserlo. È più come tenere uno specchio davanti a quanto possa essere estenuante la vita, dove la ripetizione e la pressione ti entrano nella testa fino a diventare insopportabili. Se ascoltarla è devastante, allora probabilmente abbiamo fatto bene il nostro lavoro.
Non mi aspettavo che il titolo fosse “diviso” in due brani separati, con approcci sonori diametralmente opposti. Come è nata questa idea?
Usiamo molto il feedback, quindi mi è sembrato abbastanza naturale includerlo nell’album. L’idea di trasformarlo in un brano separato è stata principalmente mia, volevo sovrapporre strati di feedback per creare questa sensazione ronzante che è allo stesso tempo aspra e melodica, soprattutto sapendo che “Congratulations!” sarebbe venuta subito dopo. L’altra parte riguardava il gioco di opposizioni, proprio come nel titolo. “You Have Fallen” ha quella pesantezza, come se fosse game over, ma poi “Congratulations!” ribalta completamente la situazione, trasformando il momento in qualcosa di esaltante, in un modo folle e festoso. Dividere il titolo in due brani ci ha permesso di sottolineare questa dualità: la tensione e il rilascio, la bruttezza e la gioia, la caduta e la celebrazione, il crollo e la liberazione.
Immagino che queste canzoni saranno fantastiche dal vivo. Avete già iniziato a suonarle dal vivo?
L’unica che non abbiamo ancora suonato dal vivo è “March of the Drones”. Le altre sono state inserite e tolte dalla nostra scaletta dall’inizio dell’anno, il che è abbastanza normale per noi; ci piace suonare le canzoni nuove e inedite in anticipo per capire come reagisce il pubblico. Sono state accolte molto bene, anche prima che annunciassimo ufficialmente l’album o pubblicassimo i singoli. “Workworkwork” fa sempre scatenare il pubblico, “Corpse Light” e “Chameleon Kid” sembrano già essere le preferite dai fan, e la tensione prima del ritornello di “Therapist’s Special” è davvero palpabile dal vivo. È stato molto incoraggiante vedere le
persone entrare subito in sintonia con le canzoni, e speriamo che ce ne saranno ancora di più che canteranno insieme a noi una volta uscito l’album. E all’inizio del 2026 partiremo per un tour europeo e passeremo sicuramente dall’Italia! Quindi speriamo di poterci incontrare, urlare insieme e divertirci prima della (imminente) catastrofe nucleare.




