José González – Against the Dying of the Light
Non so come spiegarlo in modo razionale, ma il ritorno di José González, appena varcata la soglia della primavera, è qualcosa di profondamente giusto. Così come assolutamente appropriato è “Against the Dying of the Light”, titolo del nuovo album dell’artista, che pare quasi un baluardo, pronto ad ergersi con fermezza e ariosità contro questi tempi bui e irragionevoli che ci attanagliano cuore e mente.

“A Perfect Storm” è la gemma che apre il disco. I giri di chitarra infuriano, i cambi di direzione non mancano e tendendo l’orecchio l’impressione è, in effetti, proprio quella di venir sballottati tra le corde dello strumento e la setosa voce di González che si fa monito: “Gambling with our common fate / To quench the thirst of a few / No time for the masses to be informed“. Una prima stoccata rispetto alle tematiche affrontate dal musicista nel nuovo lavoro, dunque, tra cui il rapporto tra l’essere umano, la natura e la tecnologia. La successiva “Etyd” è un breve abbraccio critico nella penombra. La voce dell’artista è ancora una volta una carezza, ma se si è una persona che presta molta attenzione alla parte testuale delle canzoni, come la sottoscritta, dietro la placidità della melodia si può leggere la denuncia di un voluto (e forse ricercato) stato di ignoranza o immobilismo, che a considerazione di González si può tollerare, forse, solo nell’infanzia: “To pretend that everything will be just fine / That any wicked problem will dissolve over time/ Makes the day-to-day so much easier/ Is fine if you’re a child or aim to remain as one“.
La title track “Against the Dying of the Light” è un richiamo che è quasi un manifesto d’intenti. Un’incitazione al non perdere di vista la propria natura umana e a celebrare la vita: “Disconnect from every algorithm / Let’s rebel against the replicators / Against the dying of the light / Celebrate the fucking fact that we’re alive”. Non a caso il fingerpicking su questo brano è enfatizzato in maniera quasi ruvida, come a voler far percepire maggiormente l’umanità del gesto. Stessa cosa vale per il percettibile sbattere del piede che mantiene il ritmo in sottofondo, trascendendo quasi l’ascolto dell’esecuzione del pezzo ed avvicinandoci alla parte tattile. Il brano, inoltre, funge da perfetto ponte per la seguente “For Every Dusk”, forse la mia canzone preferita dell’album. In quest’ultima, infatti, González continua a battere il piede contro una barriera percettibile, che è tanto materiale quanto metaforica, sospendendoci per 6:04 minuti e attingendo al pozzo melodico dei Tinariwen (dal primo ascolto inevitabile è stato fare un parallelismo con l’eco di “Walla Illa”, dal meraviglioso Tassili – 2011) per raccontarci a suo modo l’apatia.
Nel nuovo album González si cimenta a cantare in tre lingue e non sono estranei neanche i giochi di parole (vedi il brano “Sheet”) o l’utilizzo dello slang. Non è una scelta casuale, è un appunto ben assestato verso la metà del disco per ricordarci che non è tutto così tetro o apocalittico e che ogni singolo essere umano porta in sé un’unicità che va coltivata. Emblematico è il brano più breve e positivo dell’album, “Parajito”, con cui il musicista ci porta verso il sole tiepido, a fare giravolte in un giardino fiorito e profumato. Chitarra e voce s’intrecciano, regalandoci una melodia dolce e raggiante, che quasi ci fa dimenticare il lato d’ombra spaventoso che avvinghia il mondo e minaccia il senso stesso del nostro essere umani.
La chiusura viene affidata a “You & We”, altro personale brano preferito dell’album, e “Joy (Can’t Help But Sing)”, che riempiono il finale di bagliori, riportandoci ad una nota di speranza e costruttiva leggerezza: “You will see/ You and we/ With all of my heart I wish you well / With all of my soul / I wish you well“.
In “Against the Dying of the Light”, luce e oscurità non si affrontano, ma danzano assieme, umane e indivisibili, così come le tematiche affrontate dall’autore s’intrecciano indistricabilmente tra loro. Melodicamente, González ci culla dal bordo della sua chitarra ipnotica e lo fa placidamente per quasi tutta la durata dell’album. Ad un orecchio attento, però, i testi dei brani raccontano un altro lato della storia, una sottotrama più incrinata che svela il vero intento dell’artista. Se la musica è perlopiù piuma, un sottofondo perfetto per un bicchiere di vino a fine giornata, la lettura di un libro o una passeggiata in un pomeriggio molle, le parole delle nuove canzoni di González sono spesso lame insospettabili e multilingue, che affondano con suoni gentili, ma diretti. Il confezionamento funziona egregiamente ed usciamo dall’esperienza di ascolto, a mio avviso, così come ci vorrebbe il musicista: indignati, ma pieni di grazia.
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