Friuli Venezia Giulia

Un patto di acciaio: Turchia – Arabia saudita

13 agosto 2026 – ore 16:00 – Premessa – Mentre i media nazionali sembrano maggiormente impegnati a fornirci notizie dettagliate circa “tristi e squallide” vicissitudini interne, non dimenticando di garantirci preziose e puntuali informazioni meteo, confermandoci con novizia di particolari che ad agosto fa caldo, molto caldo; in Medio Oriente molte novità appaiono all’orizzonte creando non poche perplessità, sia nelle diverse cancellerie occidentali, sia ovviamente in Israele. Ankara appare come vedremo sempre più protagonista, emergendo quale potenza regionale in grado non solo di essere ponte privilegiato tra l’Occidente e l’Oriente, ma anche paese di riferimento sunnita in uno scacchiere, quello medio orientale, in continua fibrillazione.

Il protagonismo del ministro degli esteri turco Hakan Fidan appare proverbiale, esprimendo in misura plastica gli interessi strategici di Ankara che spaziano dall’Africa, con particolare riferimento alla Libia e alla Somalia, ai Balcani, all’intero Medio Oriente e all’Asia con dedicata attenzione rivolta al Pakistan, quest’ultimo, come ben sappiamo, dotato di armamento nucleare.

Dichiarazione congiunta rilasciata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica di Turchia, della Repubblica Araba d’Egitto, della Repubblica di Indonesia, del Regno Hascemita di Giordania, della Repubblica Islamica del Pakistan, dello Stato del Qatar, del Regno dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti sulle continue violazioni israeliane nella Striscia di Gaza, 6 agosto 2026

Questo duro documento, edito dal ministero degli Esteri di Ankara testimonia perfettamente il clima che stiamo vivendo in Medio Oriente e sembra voler indicare palesemente la volontà della Turchia di realizzare un asse composito medio orientale, coeso certamente nel perseguire la causa palestinese e decisamente in forte contrasto con Gerusalemme.

Questo estratto rappresenta inoltre il clima di tensione crescente tra Israele e Turchia con possibili accelerazioni nel breve-medio periodo. Leggiamo insieme: i Ministri degli Affari Esteri della Repubblica di Turchia, della Repubblica Araba d’Egitto, della Repubblica di Indonesia, del Regno Hascemita di Giordania, della Repubblica Islamica del Pakistan, dello Stato del Qatar, del Regno dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti esprimono la loro più ferma condanna e denuncia delle continue violazioni israeliane nella Striscia di Gaza, in particolare per quanto riguarda gli attacchi contro strutture sanitarie e infrastrutture mediche, le infrastrutture civili e la continua perdita di vite umane tra i civili, comprese donne e bambini, in grave violazione del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario.

I Ministri affermano che il protrarsi di tali violazioni costituisce una chiara violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale e del Piano globale per porre fine al conflitto di Gaza, mina gli sforzi internazionali e regionali volti all’attuazione della seconda fase del Piano, in particolare dopo l’annuncio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui le fazioni palestinesi hanno accettato la tabella di marcia, comprese le disposizioni relative al confinamento delle armi, e minaccia di far deragliare il processo politico, riaccendere il ciclo di escalation e aggravare ulteriormente la catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza.

I Ministri sottolineano che la protezione dei civili, la salvaguardia delle strutture mediche e del personaleche opera nei settori sanitario e umanitario, nonché la garanzia della consegna immediata, sicura e senza ostacoli di assistenza umanitaria, forniture mediche e aiuti di soccorso in tutta la Striscia di Gaza, costituiscono obblighi giuridici che non devono essere compromessi o ridotti in nessuna circostanza.

I Ministri affermano inoltre che le continue violazioni israeliane nella Striscia di Gaza non possono essere considerate isolatamente dagli attacchi perpetrati dai coloni nella Cisgiordania occupata, dall’espansione illegale degli insediamenti e dalle misure unilaterali volte a modificare lo status quo a Gerusalemme occupata. Nel loro insieme, tali pratiche costituiscono una politica sistematica volta a imporre un fatto compiuto con la forza, a minare le fondamenta della soluzione dei due Stati e a marginalizzare i legittimi diritti del popolo palestinese, in flagrante violazione del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite.

I Ministri rinnovano inoltre il loro appello alla comunità internazionale, in particolare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinché si assuma le proprie responsabilità legali e morali e adotti misure concrete ed efficaci per costringere Israele ad adempiere ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e affinché i responsabili di gravi violazioni siano chiamati a risponderne, in modo da contribuire alla protezione dei civili, preservare le prospettive di completamento dell’attuazione dell’accordo e raggiungere un cessate il fuoco permanente.

I Ministri ribadiscono inoltre il loro categorico rifiuto di qualsiasi tentativo di annettere i Territori Palestinesi Occupati, di imporre la sovranità israeliana su di essi o di espropriare con la forza il fraterno popolo palestinese. Affermano che l’unica via per raggiungere una pace giusta e globale è l’avvio di un serio processo politico che porti all’attuazione della soluzione dei due Stati, compresa la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano secondo i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale.

https://www.mfa.gov.tr/joint-statement-on-the-ongoing-israeli-violations-in-the-gaza-strip–6-august-2026.en.mfa

Arabia Saudita, Pakistan e Turchia firmano un accordo di difesa nel mezzo delle tensioni regionali

Il 7 agosto u.s. tutte le principali testate medio orientali hanno riportato l’esito del vertice a Gedda, tra i leader di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendo sostanzialmente questa intesa come una comune volontà di ridisegnare gli equilibri di sicurezza tra i Paesi del Golfo, Mediterraneo orientale e Asia meridionale.

Proviamo a comprendere meglio il contenuto di questo accordo, denominato “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune”, perché introduce, in analogia al noto articolo 5 della NATO, una clausola di “difesa collettiva”, un principio mai applicato in precedenza nelle complesse “alleanze variabili mediorientali”: un attacco armato contro uno dei tre Paesi firmatari sarà considerato un attacco contro tutti.

Al vertice erano presenti il principe ereditario e primo ministro saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

La gran parte degli analisti internazionali concorda nell’affermare che questo “asse sunnita” potrebbe sicuramente riscrivere l’architettura di sicurezza regionale, anche se al momento non si conosce nulla circa le modalità e le strutture congiunte che dovrebbero rendere operativa questa intesa. In ogni caso, il segnale politico appare forte e sia Gerusalemme che Washington non possono certamente sottovalutare.

In tale contesto, infine, diversi analisti internazionali concordano nell’affermare che questo “asse sunnita” mirerebbe anche a limitare le possibili mire espansioniste iraniane che potrebbero emergere nel prossimo futuro al termine della crisi tra Teheran e Washington. Non dimentichiamoci, infatti, della “insofferenza” saudita nei confronti delle milizie sciite Hothi yemenite, sostenute dall’Iran, sfociata anche recentemente in raid aerei sauditi in Yemen e attacchi missilistici yemeniti contro petroliere saudite operanti nel Mar Rosso.

In tale contesto, inoltre, merita ricordare che il 21 giugno 2026 si era svolto a Il Cairo il quarto incontro consultivo tra i ministri degli Esteri della Repubblica di Turchia, della Repubblica Araba d’Egitto, della Repubblica Islamica del Pakistan e del Regno dell’Arabia Saudita. In tale occasione i quattro leader avevano ribadito testualmente: “la centralità della causa palestinese per il raggiungimento della pace, della sicurezza e della stabilità in Medio Oriente”; sottolineando che la causa palestinese rimaneva al centro degli sforzi volti a conseguire una pace giusta, globale e duratura nella regione.

In tale quadro d’insieme merita evidenziare inoltre che grazie ai rapporti privilegiati con USA e Russia, la Turchia potrebbe rappresentare l’unico mediatore credibile per avviare la fine del conflitto in Ucraina.

https://www.mfa.gov.tr/joint-statement-of-the-r4-following-the-fourth-consultative-meeting-of-the-foreign-ministers-21- june-2026.en.mfa

Il patto di difesa saudita con Turchia e Pakistan rappresenta un verdetto sull’affidabilità delle garanzie di sicurezza statunitensi

Laura Hood, giornalista e vicedirettore di The Conversation UK ci offre una lettura globale decisamente interessante, affermando che l’accordo tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita si potrebbe configurare anche come un verdetto sull’affidabilità americana nella martoriata regione medio orientale.

Desidero proporvi alcuni stralci di questa analisi, che mi trova allineato, perché riesce a delineare alcuni fattori politico- diplomatici e di Difesa assolutamente impensabili fino a pochi anni orsono. L’accordo inoltre mina il Patto d’Abramo, determinando una seria preoccupazione in Israele e rappresenta sicuramente anche un freno alle possibili mire espansionistiche iraniane.

Leggiamo insieme: “Sulla carta, la combinazione è formidabile. La Turchia schiera il secondo esercito più grande della NATO e un’industria dei droni che ha rivoluzionato i moderni campi di battaglia. L’Arabia Saudita apporta le più ingenti riserve di capitale del Golfo. Il Pakistan contribuisce con un esercito numeroso e con una lunga esperienza di combattimento, oltre all’unico arsenale nucleare del mondo musulmano. Gli analisti sottolineano la reale complementarità delle risorse: la tecnologia turca, che scarseggia di mercati, la manodopera pakistana, che non trova i finanziamenti necessari, e la ricchezza saudita, che a sua volta scarseggia di manodopera.

Questo patto non è nato dal nulla. Estende un accordo saudita-pakistano del settembre 2025, firmato pochi giorni dopo l’attacco israeliano contro obiettivi di Hamas a Doha, in Qatar, ed è stato reso ancora più urgente dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scoppiata il 28 febbraio e che ha portato a una serie di attacchi contro i paesi del Golfo.

Per decenni il Golfo Persico ha goduto della protezione americana. Ma la guerra con l’Iran ha riportato alla luce un interrogativo che la regione ha preferito non porsi: quanto è affidabile questa protezione quando le basi statunitensi sul suolo del Golfo non hanno risparmiato le installazioni saudite ed emiratine dal fuoco iraniano, e Washington ha mostrato evidenti esitazioni su come reagire?

Il Patto della Mecca è la risposta di Riyadh. Si tratta di una polizza assicurativa stipulata da governi che non desiderano più affidare la propria sicurezza a un unico garante. Tuttavia, i tre Stati non possono sostituire gli Stati Uniti , che rimangono centrali per la loro sicurezza – e i loro funzionari sottolineano che l’accordo non sostituisce alcun patto preesistente. Si tratta di diversificazione, non di divorzio.

Il costo più elevato per gli Stati Uniti si riscontra in termini di geopolitica regionale. L’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo per normalizzare le sue relazioni con Israele è stata la pietra angolare dei piani delle amministrazioni che si sono succedute nella regione. Legandosi ad Ankara e Islamabad, due capitali apertamente ostili a Israele, Riad alza il prezzo di qualsiasi passo verso la normalizzazione e la rende meno probabile, se non impossibile.

L’elemento di autolesionismo è eclatante. Dopo che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo a luglio per consentire al regno del Golfo di sviluppare un proprio programma nucleare civile, il presidente americano Donald Trump ha aggiunto una condizione che subordinava tale sviluppo all’adesione di Riad agli accordi . Come ha osservato un analista della difesa, ciò “ha fatto scattare l’allarme in tutto il Golfo”, poiché ha dimostrato che gli accordi sarebbero stati utilizzati da Washington per “scopi coercitivi”.

Quindi, una leva destinata ad avvicinare l’Arabia Saudita a Israele potrebbe invece averla spinta verso il Pakistan e la Turchia. E, come abbiamo visto, Israele interpreta l’accordo come un consolidamento profondamente preoccupante di un fronte ostile che ora ha una portata nucleare. Simbolismo prima della sostanza.

È importante mantenere le giuste proporzioni. Il testo firmato non prevede impegni militari specifici e non è chiaro fino a che punto obblighi qualcuno ad agire. Anche la storia suggerisce prudenza. Né l’accordo di confine firmato dall’Arabia Saudita con lo Yemen nel 2000, né il trattato bilaterale del 2025 con il Pakistan hanno portato a qualcosa di simile a una risposta ai sensi dell’articolo 5 della NATO, e nessuno dei due è mai stato invocato in tal senso.

L’interpretazione più eclatante del Patto della Mecca – un ombrello nucleare pakistano sul Golfo – è anche la meno significativa. La Turchia ospita già testate nucleari statunitensi, l’Arabia Saudita continua a perseguire la cooperazione nucleare civile con Washington e l’arsenale del Pakistan rimane concentrato sull’India. Pertanto, lo status nucleare del patto, come afferma un analista, ha un peso implicito piuttosto che una garanzia formale.

Per il Pakistan, il patto rappresenta al contempo un’opportunità e un rischio. Trasforma Islamabad da beneficiaria del sostegno del Golfo a fornitore di sicurezza di rilievo, con il prestigio industriale e diplomatico che ne consegue. Ma una clausola di difesa collettiva è tanto un obbligo quanto un vantaggio. Potrebbe trascinare uno Stato già impegnato su confini orientali e occidentali in lontane controversie del Golfo. E rischia di minare il ruolo di mediazione tra Washington e Teheran che Islamabad ha faticosamente costruito, come dimostra il memorandum d’intesa firmato a Versailles il 17 giugno, che ha quantomeno portato a una certa tregua nelle ostilità nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Teheran ha già liquidato l’accordo come una “sicurezza presa in prestito”, un’affermazione che ignora la propria dipendenza da gruppi per procura, sebbene alcune voci iraniane prudenti lo considerino un’Ittihad (unione) musulmana. Washington, tuttavia, non dovrebbe vederlo come un blocco anti-americano: è ciò che gli alleati formano quando smettono di dare per scontato l’arrivo del loro protettore. Gli Stati membri europei della NATO perseguono a pieno titolo lo stesso tipo di sicurezza all’interno delle proprie istituzioni.

Il Patto della Mecca non ha ancora messo alla prova la sua efficacia, e probabilmente rimarrà tale. Ma il suo messaggio è chiaro: l’era in cui una singola potenza esterna garantiva la sicurezza in Medio Oriente sta volgendo al termine, lasciando il posto a un ordine più complesso e basato sull’autodifesa. Washington può considerare il Patto come una sconfitta da recuperare, oppure come un monito da non sottovalutare.

Questa scelta determinerà quanto i suoi partner si allontaneranno. Rimanere all’interno dell’alleanza americana, assicurandosi al contempo una maggiore sicurezza altrove, è gestibile per gli Stati Uniti. Ciò che Washington dovrebbe temere è la potenziale fase successiva: partner che smettano del tutto di considerare gli Stati Uniti come il loro principale garante e che ricostruiscano la propria sicurezza attorno ad altre potenze”.

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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in AlbaniaKosovoGhanaSomaliaRuanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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