Società

Un impostore, una suora e una cassaforte. 50 anni fa l’esame di maturità venne rinviato per una telefonata: uno dei momenti più surreali della storia recente

La notizia esplose alle 22.30 del 30 giugno 1976, durante l’edizione straordinaria del Tg2. La giornalista Gabriella Martino lesse il comunicato con il volto teso: niente esame di maturità il primo luglio. Le prove di italiano slittavano al lunedì successivo. La matematica, per gli istituti magistrali e scientifici, sarebbe rimasta in calendario, ma con testi diversi.

Il motivo? Un anonimo, con una telefonata ben orchestrata, si era finto provveditore agli studi, aveva contattato la preside di un istituto magistrale di Vigevano, suor Delia Calvia, e l’aveva convinta ad aprire la cassaforte e a leggergli le tracce per un fittizio “controllo”. Dopo pochi secondi, l’uomo riattaccò. Lei, insospettita, diede l’allarme. Troppo tardi.

Da quel momento, il panico si propagò come un black-out. I centralini del provveditorato di Milano furono presi d’assalto, non solo da studenti e genitori, ma dagli stessi professori e presidenti di commissione, increduli di fronte a un fatto che aveva un solo, lontano precedente. Il provveditore agli studi, Vincenzo Tortoreto, che sapeva già dal pomeriggio ma aveva dovuto tacere, uscì allo scoperto poco dopo mezzanotte con una dichiarazione che fece discutere. “È una strana vicenda – disse – con risvolti politici. Qualcuno ha voluto mettere in crisi il sistema per trarne un vantaggio: il discredito della scuola e della sua organizzazione democratica”.

Tortoreto non usò mezzi termini. Come si legge sul Corriere della Sera dell’epoca, paragonò l’accaduto al black-out di New York, quando l’intera città rimase al buio. La scuola, secondo lui, era stata colpita nel suo punto debole. E chi aveva agito non lo aveva fatto per favorire gli studenti – i ragazzi, dopo tutto, sono i primi a voler conoscere le tracce per prepararsi – ma per colpire l’istituzione. Il sospetto di un sabotaggio politico aleggiò per giorni, senza che mai emerse un nome o una pista certa.

Il calendario, alla fine, resistette: il 2 luglio la prova scritta di matematica si tenne regolarmente, con i testi sostituiti per le magistrali. Ma per i diciottenni di quell’anno, il rinvio dell’italiano non fu solo un disagio logistico. Era il colpo di coda di un mese di giugno interamente dedicato agli ultimi ritocchi, alla tensione, al conto alla rovescia. E poi, all’improvviso, quel conto si azzerava e ricominciava.

Oggi, quell’episodio suona come un ammonimento. Non per la tecnica – i tempi erano altri, le cassaforti e le buste sigillate appartengono a un mondo che non c’è più – ma per il significato. La scuola, allora come oggi, è un sistema fragile perché è umano, fatto di fiducia, di regole che si reggono sulla buona fede di chi le applica. E quando quella fiducia si incrina, il danno non lo si misura solo in giorni di ritardo, ma nella percezione che niente è davvero al sicuro.

Nel luglio 1976, gli studenti tornarono in aula il lunedì successivo, con le tracce nuove e il cuore ancora in gola. L’impostore non fu mai identificato. Ma il suo scherzo – o il suo gesto politico, chissà – restò nella memoria collettiva come uno dei momenti più surreali della storia dell’istruzione. A cinquant’anni di distanza, la domanda che Tortoreto si pose quella notte risuona ancora: chi ha interesse a far credere che la scuola non funziona? E perché?


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »