“Un anno di scuola”: il distacco che resta
9 aprile 2026 – ore 17:00 – Sembra esserci un equivoco ricorrente quando si parla di adolescenza: si crede che basti nominarla per comprenderla, che sia un territorio già noto, già mappato. L’anno di scuola, presentato ieri alla prima regionale al Cinema Ambasciatori di Trieste, dimostra il contrario. Il film adotta una misura che non indulge, non consola, non semplifica. Il secondo film di Laura Samani, basato sul racconto di Giani Stuparich e scritto insieme a Elisa Dondi, ha ricevuto dalla critica una risposta che non si traduce in entusiasmo facile, ma in un riconoscimento della sua serietà. È un’opera personale e controllata, capace di mostrare autenticità senza scivolare nella nostalgia. Un elemento rilevante, in un panorama cinematografico che spesso trasforma l’adolescenza in un prodotto. La trama è essenziale, quasi un modello classico: Trieste, 2007. L’arrivo di Fred – interpretata da Stella Wendick – studentessa svedese, rompe l’equilibrio dei tre amici – Antero, Pasini e Mitis – interpretati da Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno – Amicizia e desiderio si intrecciano e si confondono. La regista non sembra interessata tanto al modo in cui la storia è raccontata, quanto a osservare come la trama si consuma.
La critica ha sottolineato come il film sia più un’osservazione che un racconto. Avvicina il pubblico ai personaggi senza giudicare, non vuole insegnare né offrire lezioni: propone uno sguardo. Uno sguardo che insiste sul distacco. Dopo la proiezione, parlando con la regista, emerge con chiarezza che il distacco non è una conseguenza, ma una condizione originaria. Crescere significa separarsi: dagli altri, dalle aspettative, da una certa idea di sé. Il film non spiega il distacco, lo mette in scena. La sequenza ambientata all’IRCCS Burlo Garofolo, subito dopo l’incidente al carnevale di Muggia, rappresenta il punto più alto e più crudele dell’intera costruzione. Un ragazzo è solo, una madre è ridotta a voce. La critica ha osservato che le assenze definiscono i personaggi più delle presenze: un’affermazione corretta, ma non sufficiente. L’assenza non definisce, schiaccia. La sequenza colpisce per la sua durezza. Anche la lingua partecipa a questa perdita. Alla domanda se la generazione del 2007 sia l’ultima a parlare davvero triestino, Samani risponde senza nostalgia: il triestino è una lingua viva e, come tutte le lingue, è destinato a cambiare. Resta però un dato evidente: oggi si parla molto meno triestino. Il film diventa così un documento involontario, una traccia sonora di una rarefazione in atto.
Trieste è il cuore del film: non una scenografia, ma un nervo che connette tutto. La critica ha evidenziato la scelta di mostrare la città nella sua quotidianità, lontano da una visione turistica e decorativa. Trieste appare com’è, senza filtri. Ci sono i rioni – Barcola, Roiano, San Vito, il Giardino Pubblico Muzio de Tommasini – che restituiscono una dimensione sociale al racconto. C’è la città vista dall’alto – Conconello, il Carso, la Val Rosandra – che introduce distanza e misura. C’è la città chiusa dell’Istituto Tecnico Industriale Galvani, dove tutto accade e nulla si risolve davvero. Questi tre livelli risultano fondamentali per la costruzione del film. Tre livelli, una sola direzione: non è possibile restare. La scelta del 2007 è stata letta come un tempo sospeso, una soglia tra due epoche: prima dell’iperconnessione e della costruzione digitale dell’identità. Le relazioni restano fisiche, immediate, spesso scomode, prive di filtri. Il film evita così il rischio della nostalgia: non idealizza, constata. Ed è proprio questo a renderlo più autentico.
Le musiche seguono la stessa logica, radicandosi nella scena alternativa italiana dei primi anni Duemila, con riferimenti ai Tre Allegri Ragazzi Morti, ai Prozac+ e a sonorità affini. La colonna sonora non è semplice accompagnamento, ma parte integrante del contesto. La fotografia di Inès Tabarin costruisce una palette riconoscibile: blu, verde, bianco e tonalità calde tendenti all’albicocca. La critica ha parlato di un’estetica coerente con la memoria: una definizione corretta, se non fraintesa. Il colore non serve ad abbellire, ma a trattenere qualcosa di più profondo. È un filtro per le emozioni, non per la vista. La sfida più complessa era far dialogare un testo di inizio Novecento con il 2007. Samani, che ha letto Stuparich al liceo e lo ha riscoperto durante il lockdown, evita la trappola di un aggiornamento esplicativo. Non aggiorna: sposta. Nel cambiamento conserva il nucleo, dimostrando che amicizia, desiderio e perdita non appartengono a un’epoca specifica. Il risultato presenta anche dei limiti. Alcuni passaggi restano fermi, come trattenuti. La critica più severa ha osservato che il film “tocca più di quanto colpisca”: un giudizio legittimo, che può essere letto anche come indizio di una scelta precisa, quella di non forzare mai l’emozione. Un anno di scuola non è un film generazionale, ma un racconto sulla fine delle illusioni generazionali. Rifiuta la semplificazione e, proprio per questo, riesce a esprimere qualcosa di più chiaro e meno consolatorio.
Articolo di Francesco Viviani
Un anno di scuola, viaggio nei rioni di Trieste dove l’adolescenza brucia davvero VIDEO-RACCONTO




