Cultura

Twenty One Pilots – biografia, recensioni, streaming, discografia, foto :: OndaRock

Il duo statunitense dei Twenty One Pilots rappresenta una nuova idea di pop, capace di unire mondi musicali profondamente diversi in un linguaggio adatto a un pubblico vasto e internazionale. Fondendo un numero impressionante di sound differenti, dal pop al reggae, dal rock elettronico all’emo, hanno raccontato le insicurezze e le ansie dei millennials in una serie di album ambiziosi, costellati di singoli di enorme successo. Tutto questo sfruttando i mezzi tecnologici e produttivi degli anni Dieci, talmente potenti da rendere sufficiente un duo di polistrumentisti creativi per brani ambiziosi e ibridi sempre diversi. Un ruolo altrettanto cruciale è la resa di questa musica live, contesto in cui i Twenty One Pilots si distinguono per show spettacolari, arricchiti di costumi, effetti pirotecnici e acrobazie. Questo, insieme a un immaginario denso di simboli e di elementi narrativi, praticamente una mitologia interna a un universo di loro invenzione, li ha resi una delle band più famose del mondo, praticando una musica pop che comunque risulta difficile da incasellare nei grandi trend del periodo. Non è un caso che la “Skeleton Clique” sia una delle fanbase più affezionate e agguerrite degli ultimi decenni.

Dagli esordi ancora un po’ ingenui, come un trio, al grande successo di metà anni Dieci, fino alla celebrità mondiale degli anni Venti, i Twenty One Pilots sono i paladini di un nuovo pop mondiale multiforme e contaminato. Un modello che si può accostare superficialmente ad altre band ma che, forse, non è ancora stato eguagliato.

Il duo come trio: dagli inizi fino all’esordio omonimo.

La storia dei Twenty One Pilots inizia a Columbus, in Ohio, nel 2009. Tyler Joseph e Nick Thomas si conoscono fin da bambini. Il primo inizia a fare musica con una vecchia tastiera, con l’amico che dà una mano come chitarrista. Ai tempi dell’università Tyler Joseph conosce il batterista Chris Salih, che ha uno studio di registrazione casalingo, e decidono di fondare una band.

In questa prima fase, il progetto è a tutti gli effetti un gruppo tradizionale e non ha ancora le sembianze dell’agile e simbiotico duo che conquisterà le classifiche mondiali. I tre ragazzi, con Nick Thomas impegnato al basso, raccontano in modo un po’ ingenuo e teatrale la provincia americana.

Lo stesso nome della band viene scelto da Tyler Joseph dopo aver studiato il dramma teatrale “All My Sons” di Arthur Miller, una storia in cui un imprenditore prende la tragica decisione di spedire parti di aeroplani difettose durante la Seconda guerra mondiale, causando la morte di ventuno piloti. Questa forte impronta morale ed esistenziale diventa la stella polare della loro scrittura, primo elemento narrativo forte e drammatico di tanti altri che verranno.

Suonano ovunque, assorbendo da sottoculture diverse un senso sempre più ampio della performance. Per attirare l’attenzione di pubblici anche ostili o disinteressati, iniziano a indossare costumi e fare acrobazie sul palco.

Alla fine del 2009, il trio pubblica in modo del tutto indipendente l’album d’esordio omonimo, Twenty One Pilots, che mostra i tratti di un’ingenuità affascinante ma già densa di intuizioni. È un disco dominato dal pianoforte di Tyler Joseph, dove la struttura delle canzoni devia costantemente dai canoni della forma-pop classica per abbracciare atmosfere teatrali, quasi barocche, ereditate dall’indie-rock più emotivo che suggerisce accostamenti persino ai Muse, soprattutto in “Friend Please”, e alla pomposità dei Queen. Fin dall’apertura di “Implicit Demand For Proof” emergono le tematiche cardine del gruppo: il dubbio religioso, l’angoscia esistenziale e la ricerca di un senso nel dolore.

La versatilità del sound si palesa in tracce schizofreniche come “Fall Away” e “The Pantaloon”, dove tastiere giocattolo e ritmiche incalzanti sorreggono filastrocche fanciullesche. Tyler Joseph è anche un cantante versatile, che può cantare un pop struggente ma anche sfoggiare agili versi rap, come in “Addict With A Pen” e “Taxi Cab”, due tra i brani più amati della loro prima produzione, in cui il pianoforte si intreccia a una narrazione fortemente metaforica e confessionale. La produzione ancora artigianale depotenzia il tutto ma l’articolata “March To The Sea” è già notevole, a guardare oltre i suoi limiti: ha l’epica di un tormento adolescenziale, la travolgente potenza dei testi emo, la coralità di un inno da concerti negli stadi.

C’è anche un momento più rock come “Johnny Boy” o le chitarre acustiche di “Oh Ms. Believer”, brani che contribuiscono a mostrare la palette stilistica già vasta del trio. La conclusiva “Isle Of Flightless Birds” anticipa il più dinamico mix di stili che li renderà famosi a livello mondiale, mettendo in fila rap emotivo, ballata pianistica e ritmo in levare. Col senno di poi, Twenty One Pilots è poco più che un inizio, che mostra più l’ambizione di Tyler Joseph che la sua maturità come compositore e musicista. Un punto di partenza, da cui inizia un viaggio tra i più incredibili del pop del periodo.

L’arrivo di Josh Dun e Regional At Best.

Il 2011 è l’anno della svolta per i Twenty One Pilots, quello ridefinisce per sempre la struttura e il destino della band. Nel giro di pochi mesi, anche a causa dei ritmi insostenibili dei tour autogestiti, sia il batterista Chris Salih che il bassista Nick Thomas decidono di lasciare il progetto. Subentra il nuovo batterista Josh Dun, la band si ricostituisce come un atipico duo. Questa nuova formula viene testata subito nel luglio dello stesso anno con la pubblicazione indipendente del loro secondo lavoro, Regional At Best, prodotto quasi esclusivamente da Tyler Joseph.

Rispetto all’esordio omonimo, il pianoforte cede spesso il passo a sintetizzatori moderni, drum machine e ritmiche decisamente più dinamiche, merito dell’approccio decisamente più muscolare di Josh Dun. L’apertura è affidata alla dirompente “Guns For Hands”, un brano (fin troppo?) vivace che nasconde un testo drammatico sul suicidio giovanile e sull’autolesionismo. Dopo tre minuti, diventa un reggae elettronico.

La versatilità che li renderà riconoscibili è già evidente in “Holding On To You”, elaborato incrocio di pop-rap-rock elettronico, e nelle atmosfere sincopate e ansiogene di “Ode To Sleep”, un elaborato pop-rap elettronico, gotico e festoso a secondo dei momenti.

Tyler Joseph urla con intensità emo in alcuni momenti particolarmente intensi di “Slowtown”, impreziosita da intrecci melodici dolcissimi: un altro tassello che amplia le possibilità dei Twenty One Pilots. “Car Radio” unisce la techno alla batteria rock di Josh Dun, “Lovely” usa massicciamente l’Auto-Tune in un contesto da discoteca e, all’opposto, “House Of Gold” prova un folk-pop per ukulele.

Regional At Best è un’opera di transizione esuberante e un po’ ingenua: un mix di idee non sempre organizzate in brani che funzionano complessivamente. Qua e là, però, in una scaletta fin troppo lunga si scorge una grande potenzialità commerciale. Sarà proprio questa a suscitare l’interesse delle major, pronte a contendersi un bizzarro duo che sembra fare di tutto per non farsi appiccicare un’etichetta di genere.

L’esordio su major e i primi successi.

Vince la Atlantic, che li mette sotto contratto con la sussidiaria Fueled By Ramen. Lo stesso Tyler Joseph parla del terzo album, Vessel, come un sostanziale esordio. Sei dei brani inclusi in questo primo album su major, pubblicato nel 2013, provengono dall’album precedente, reso peraltro difficile da reperire anche online nel frattempo. Per la precisione, si tratta di nuove registrazioni di “Guns For Hands”, “Holding On To You”, “Ode To Sleep”, “House Of Gold”, “Car Radio” e “Trees”: delle prime cinque abbiamo già detto; la sesta è un rock da ballare, o meglio da urlare in coro, buona soprattutto per i live.

I punti di forza dei brani già editi sono decisamente più apprezzabili in questa veste più professionale, in una scaletta meno dispersiva. Gli inediti hanno spesso una notevole immediatezza. Trovando un equilibrio tra eccentrico e memorizzabile, le varie “Semi-Automatic”, “Migraine”, “The Run And Go” e la più scatenata “Fake You Out” evitano molte delle ingenuità dei primi album, puntando in direzioni meno avventurose ma ugualmente variegate.

Nel tempo, ogni brano ha ottenuto almeno un disco d’oro in patria, superando la quota di due milioni di copie equivalenti vendute. La produzione di Greg Wells (che ha lavorato anche con Ariana Grande, Adele, John Legend, Taylor Swift e tanti altri) riesce a amalgamare la potenza ritmica di Josh Dun con l’istrionismo di Tyler Joseph, puntando su arrangiamenti stratificati che sembrano già pronti per concerti oceanici. Qua e là l’ombra del rap-rock e del crossover tra i due millenni riconduce a band di enorme successo di pubblico come i Linkin Park, ma è evidente che i Twenty One Pilots usano questa e altre ispirazioni per costruire imprevedibili miscele di orecchiabile e creativo.

Nuove superstar del pop: Blurryface.

Il tema del disagio psicologico, già al centro di molti dei loro brani anche se alle volte celato da arrangiamenti più luminosi, è fondamentale nel loro quarto album, Blurryface, del 2015. Durante il tour di Vessel i due hanno registrato delle bozze di nuovi brani con uno studio portatile. La produzione è questa volta divisa soprattutto tra Ricky Reed (Jason Derulo, Pitbull ecc.) e Mike Elizondo (50 Cent, Eminem, Linkin Park, Carrie Underwood, Fiona Apple, Mastodon, Ry Cooder ecc.). L’annuncio dell’album causa il crash del sito web della band a causa delle troppe richieste di preordine. Il lancio è accompagnato da una fitta sequenza di singoli e video di enorme successo distribuiti su YouTube e in radio tra marzo e maggio del 2015.

Blurryface ha debuttato al numero 1 della Billboard 200 con 147.000 copie nella prima settimana, un primato personale superato solo dai successivi Trench e Breach. È stato l’ottavo disco più venduto al mondo nel 2016, superando nel tempo i 6,5 milioni di copie totali a livello globale. A supporto di Blurryface la band ha intrapreso due enormi tour internazionali tra il 2015 e il 2017, per un totale di 236 concerti in tutto il mondo.

Il titolo del disco fa riferimento a Blurryface, un personaggio inventato da Tyler Joseph che incarna le insicurezze personali e collettive. Per rappresentarlo nei video e dal vivo, il cantante si dipinge le mani e il collo di nero così da immedesimarsi nel personaggio. La direzione visiva, curata da un team guidato da Brandon Rike, si distacca dal precedente Vessel e introduce il colore rosso come simbolo di passione, rabbia e violenza, mantenendo comunque la tipica apertura della band verso le libere interpretazioni del pubblico.

La potente apertura con “Heavydirtysoul”, una drum’n’bass fusa a moderno rock da stadio, anticipa uno dei singoli di maggiore di successo del decennio, “Stressed Out”. Costruita come una filastrocca sottilmente inquietante, il brano unisce ancora una volta pop, rap e rock spaziando il tutto con dettagli eccentrici nell’arrangiamento, soprattutto un synth spettrale e importanti riverberi. Canzone sulla fine della spensieratezza, centrata sul malessere psicologico, “Stressed Out” è il modello di un nuovo pop mondiale che racconta sentimenti trasversalmente condivisi da milioni di adolescenti e post-adolescenti.

I wish I found some better sounds no one’s ever heard
I wish I had a better voice that sang some better words
I wish I found some chords in an order that is new
I wish I didn’t have to rhyme every time I sang
I was told, when I get older, all my fears would shrink
But now I’m insecure, and I care what people think

“Stressed Out” sarà pubblicata come quarto singolo di Blurryface, nel 2016. Il brano è entrato nella storia come la prima canzone rock a superare un miliardo di riproduzioni su Spotify (nel frattempo ha abbondante triplicato il traguardo) e ha conquistato la seconda posizione della Billboard Hot 100, bloccata in vetta solo da Justin Bieber. Oltre a dominare per ventitré settimane la classifica rock americana e a raggiungere il primo posto in Russia e Messico, il singolo è entrato nella top 5 di numerosi paesi, tra cui Canada, Francia e Germania. Certificato tredici volte disco di platino negli Stati Uniti, è stato il decimo singolo più venduto al mondo nel 2016 con quasi dieci milioni di copie equivalenti. Forbes l’ha definita un inno per i millennials.

Sorprendentemente, la successiva “Ride” è un’altra hit colossale, un reggae-rock elettronico e condito di rap e richiami dub che ha superato quota due miliardi di stream su Spotify. Anche questa, ovviamente, nasconde una certa inquietudine mentale:

I just wanna stay in the sun where I find
I know it’s hard sometimes
Pieces of peace in the sun’s peace of mind
I know it’s hard sometimes
Yeah, I think about the end just way too much
But it’s fun to fantasize

La produzione elettronica e maestosa di “Fairly Local”, a passo lento, e la più luminosa e energica
“Tear In My Heart” portano al reggae-rap elettronico con un pizzico di Skrillex di “Lane Boy”: è un susseguirsi di variazioni su idee pop, ora molto più centrate che su Vessel. Banalmente, questa volta le potenziali hit comprendono una buona parte della scaletta.
Questo non significa che l’album sia perfetto, ovviamente. “The Judge” è troppo zuccherosa, con il suo ritornello corale, e cozza con l’algida e digitale “Doubt”, un pezzo che ricorda il mainstream di qualche anno prima senza molta personalità. Ci pensa “Polarize” a fare di nuovo centro, con un ritornello ancora sul disagio dei coetanei. Persino il country-pop scatenato di “We Don’t Believe What’s On TV” sarebbe la svolta per altre popstar.
Anche l’ultima parte dell’album mostra un po’ di stanchezza, anche perché dopo i numerosi colpi di scena precedenti non è facile mantenere l’attenzione dell’ascoltatore. Anche la conclusiva “Goner”, triste ballata pianistica, non contribuisce granché finché non esplode in un emo assordante, urlato a squarciagola.

Blurryface trasforma una band promettente in superstar pop capaci di parlare a un pubblico trasversale, adolescenti e post-adolescenti che condividono i tormenti emotivo di Tyler Joseph. La creazione di Blurryface, un’estetica più caratterizzata, una manciata di singoli di successo e l’intensa attività dal vivo sono una miscela esplosiva. I Twenty One Pilots propongono un ibrido di molti stili per ascoltatori che non si riconoscono esclusivamente in nessun genere musicale o sottocultura. A tenerli insieme, invece, è un contraddittorio insieme di stati emotivi, dal malinconico all’ansioso, dal nostalgico all’angosciato passando per l’adrenalinico, il depresso, lo speranzoso. Visti dalla band, i millennials sono definiti dalle loro instabilità, indefinibili come la loro peculiare versione della musica pop.

Sempre nel 2016, la band indovina un altro successo clamoroso con “Heathens”, che fa parte della colonna sonora del film del “Suicide Squad”. Con oltre due miliardi di stream e oltre 40 dischi di platino e due di diamante (in Francia e Canada), si è imposta come un inno di chi soffre di disturbi mentali. Il pop-rap inquieto gira intorno a un ritornello iconico e peculiare:

All my friends are heathens, take it slow
Wait for them to ask you who you know
Please don’t make any sudden moves
You don’t know the half of the abuse

Una distopia pop: il concept album Trench.

Trench (2018) rappresenta uno dei capitoli più ambiziosi e acclamati della loro discografia. Arrivato dopo tre anni di silenzio radiofonico e mediatico seguito al successo planetario di Blurryface, il disco è stato registrato in totale segretezza. Ad affiancare Joseph nella scrittura e nella produzione c’è Paul Meany, frontman dei Mutemath. Il risultato è quanto di più coeso e coerente abbiano mai pubblicato, senza comunque sacrificare del tutto l’ampio spettro del loro sound. L’ambizione è quella di scrivere un concept album che estenda l’universo narrativo della band.

Il fulcro di Trench è la sua complessa impalcatura concettuale e mitologica, ideata prima ancora della stesura dei brani. La narrazione ruota attorno a Dema, una città metaforica governata da nove cupi vescovi che praticano una religione chiamata Vialism. Il capo di questi leader spirituali è Nico, il cui nome completo è Nicolas Bourbaki, figura che si rivela essere la reale identità di Blurryface, la già conosciuta personificazione delle insicurezze del cantante. Contrapposto a Dema vi è il territorio selvaggio di Trench, all’interno del quale si muovono i Banditos, un gruppo di ribelli guidati dal protagonista Clancy, che tentano di liberare gli abitanti della città. I Banditos utilizzano come simbolo il colore giallo, l’unica tonalità che i vescovi non sono in grado di percepire. Questa ambiziosa struttura narrativa serve alla band per esplorare in modo profondo e viscerale i temi della depressione, della fede, del dubbio esistenziale e della salute mentale.

Al momento della sua uscita, Trench ha ottenuto un successo straordinario sul piano commerciale e buoni riscontri della critica. Ha debuttato al primo posto in sei nazioni e ha conquistato la seconda posizione nella Billboard 200 statunitense e nella classifica britannica, venendo bloccato in entrambi i casi solo dalla colonna sonora del film “A Star Is Born”. La stampa specializzata ha accolto l’album con recensioni positive, esaltandone la coesione. La complessa saga di Dema e Clancy introdotta in questo lavoro è diventata il filo conduttore dell’immaginario dei Twenty One Pilots, proseguendo all’interno dei successivi capitoli discografici.

La promozione del disco è stata orchestrata attraverso una celebre campagna di marketing virale iniziata nel 2017 e culminata nella scoperta da parte dei fan del sito web dmaorg.info, dove venivano periodicamente caricati i diari cifrati di Clancy. Per presentare il progetto dal vivo, la band ha intrapreso il monumentale “The Bandito Tour”, una tournée globale da oltre 100 tappe che ha tenuto il duo impegnato per oltre un anno tra arene e festival in tutto il mondo.

La tracklist riflette questo complesso progetto dalla forte componente narrativa. Il potentissimo mix di rap-metal e big beat di “Jumpsuit”, con lacerante urlo nel finale, è un’apertura che promette un album più instabile di quanto effettivamente sarà. Prevale invece uno svolgimento più piano nelle successive. Il pop-metal dei Linkin Park sembra invece il riferimento di “Levitate”, il pop-rap più o meno colorato di alternative il modello di “Morph”. Il pop-rock elettronico di “My Blood” e “Chlorine” è un insieme sofisticato di immediatezza e ricercatezza mainstream.

Il tema del suicidio è centrale in “Neon Gravestones”, un curioso rap-rock pianistico in sei ottavi. Il generale però le stravaganze si sono ridotte, integrate in brani che si caratterizzano per un ukulele qua (“The Hype”) e altre ibridazioni con il reggae là (“Nico And The Niners”). Ne guadagna il racconto orizzontale, particolarmente suggestivo nel minimalismo psichedelico di “Bandito”, una soffusa ballata che esplode in un più corposo canto tra cori e riverberi che rimanda agli Alt-J. La narrazione comunque non si conclude: “Leave The City” costruisce un crescendo emotivo in una ballata pianistica astratta che non esplode, suggerendo i futuri sviluppi dell’universo distopico raccontato dalla band.

Per molti Trench è l’album della maturità, il loro vertice. Sicuramente più compiuto come album, un formato di cui rispetta unitarietà e coerenza, registra però una perdita di imprevedibilità e vivace creatività. In nome del racconto si è ridotto il divertimento di essere trasportati di volta in volta in ibridi musicali profondamente differenti, pur se in un contesto sostanzialmente pop. Ne hanno guadagnato i testi, che uniscono la necessità di parlare a un grande pubblico con la volontà di affrontare il disagio psicoemotivo che accomuna il duo a tanti millennials. Trench ha il potere di cementare la fanbase, formalizzando una mitologia interna che diventa centrale anche per gli album e i tour successivi.

“Clancy Is Dead”: l’album della pandemia, Scaled And Icy.

Scaled and Icy (2021) è scritto e quasi interamente prodotto da Tyler Joseph nel suo studio casalingo durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia di COVID-19, mentre Josh Dun ha inciso le parti di batteria da remoto. Il titolo dell’opera è un gioco di parole basato sulla frase “scaled back and isolated” (ridimensionati e isolati), ma costituisce anche l’anagramma di “Clancy is dead”, un esplicito riferimento al protagonista del precedente Trench. Si introduce la figura di un drago azzurro di nome Trash, che per il frontman rappresenta l’immaginazione e l’ispirazione scaturite dal lavoro in spazi ristretti.

Dal punto di vista musicale, ci si distacca nettamente dalle atmosfere cupe di Trench e Blurryface per proporre sonorità nettamente più solari, ottimiste e pop. La musica diventa una via di fuga alla crisi sanitaria globale. Non mancano comunque riferimenti a disagio emotivo e psicologico nei testi.

La promozione è stata, come al solito, imponente e complessa. Per presentare i brani dal vivo, il duo ha intrapreso due differenti tournée: il “Takeover Tour” tra il 2021 e il 2022, caratterizzato da intere settimane di permanenza nelle singole città con show sia in piccoli club che in grandi arene, e il successivo “The Icy Tour” nell’autunno del 2022.

L’accoglienza della critica è stata tutto sommato buona, anche se l’album è assai meno ambizioso dei precedenti. Più breve, lineare e facile da assimilare, Scaled And Icy rischi più volte di trasformare i Twenty One Pilots in una versione più pensosa dei Maroon 5.

A partire dallo sciroppo di pop cameristico “Good Day” passando per le più elettroniche “Choker” e “The Outside”, la band ritrova occasionalmente elementi rock, come le chitarre di “Shy Away” e “Never Take It”. Senza gli aspetti più cupi, però, la loro musica diventa velocemente corriva e generica come in “Saturday” e “Formidable”. In un album minore come questo spiccano i due brani conclusivi: “No Chances”, un pop-rap-rock pieno di ombre e un coro lugubre; “Redecorate”, un pop-rap che bilancia il ritornello un po’ telefonato con il loro tipico alternarsi di stili differenti.

La saga continua: Clancy e Breach.

Clancy (2024), prodotto da Tyler Joseph insieme a Paul Meany, è stato concepito come un album visivo, con un videoclip ufficiale per ogni traccia ed è il primo di due capitoli volti a concludere la saga concettuale iniziata quasi dieci anni prima con Blurryface e proseguita in Trench. La trama riprende le vicende del protagonista Clancy, fuggito da Dema e dotato di un miracoloso potere, che fa ritorno nel territorio di Trench per tentare di liberare i suoi concittadini.

La promozione è stata anticipata da una massiccia campagna virale e propulsa da quattro singoli: “Overcompensate”, “Next Semester”, “Backslide” e “The Craving”. Il “Clancy World Tour” ha contato oltre 70 tappe tra l’agosto 2024 e il maggio 2025, più una parte dedicata ai soli Stati Uniti di ulteriori 23 tappe.

L’album ha riscosso una buona accoglienza da parte della critica. Il riscontro commerciale è stato imponente: Clancy ha debuttato al primo posto nelle classifiche di Australia, Germania e Scozia, al secondo posto nel Regno Unito dietro Taylor Swift e al terzo posto nella Billboard 200 statunitense, registrando la settimana di vendite più alta del 2024 per un album rock negli Stati Uniti.

Stilisticamente, il riferimento principale è Trench, a cui si aggiungono elementi appartenenti soprattutto a Vessel. Si tratta del loro album più rock, con iniezioni importanti di pop-punk, ennesima aggiunta al loro ventaglio stilistico già molto ampio. “Overcompensate” è uno dei loro migliori ibridi, una miscela esplosiva di elettro-rock muscolare e mutante con un ritornello immediato. Come nei loro momenti più esplosivamente creativi, è un opener dove gli eventi musicali si susseguono senza sosta, un destino condiviso anche con “Vignette”
L’anima punk si unisce a quella pop per “Next Semester” e “Midwest Indigo” mentre “Backslide”, “Routines In The Night” e “At The Risk Of Feeling Dumb” tornano al più familiare insieme di pop, rap e rock. Qualcosa del luminoso Scaled And Icy è comunque rimasta, basta ascoltare “Oldies Station”, anche se a volte resa più complessa come nel pop psichedelico di “Lavish”.
Per chi già li conosce, le sorprese sono modeste, meno delle conferme. La conclusiva “Paladin Strait”, epica ed emotiva, costruisce un climax che conduce a una coda acustica e apre ad un nuovo capitolo del grande racconto distopico-fantastico dei Twenty One Pilots.

Breach (2025) è stato concepito come il capitolo finale e definitivo della saga, presentato con la solita grandeur promozionale e un apposito tour. Si presenta come un lavoro pop-rock eclettico, con nuovi innesti punk, metal e di nuovo pop digitale. L’album si distingue per i continui richiami sonori e testuali al passato della band.

L’accoglienza della critica è stata positiva, quella commerciale ottima: è il secondo lavoro del duo a debuttare in vetta alla Billboard 200 statunitense con 200 000 unità equivalenti e registrando la migliore settimana di vendite in vinile per un album rock dall’inizio delle rilevazioni storiche nel 1991. Il disco ha inoltre conquistato il primo posto in Scozia, Ungheria, Croazia e Paesi Bassi, debuttando al secondo posto in Australia e al quarto nel Regno Unito.

L’ambizione di questo capitolo finale è già evidente nell’iniziale “City Walls”, un pop sofisticato e ibrido dei loro migliori, con pause atmosferiche e fiammate che rimandano alle urla emotive di Chester Bennington dei Linkin Park. Il brano è accompagnato da un video di quasi dieci minuti. Invece di accontentarsi di brani lineari, anche le successive “Rawfear” e “Drum Show”, quest’ultima con un appeal pop-punk e un frangente metalcore, sfoggiano la capacità della band di spiazzare, fondere e ibridare.
In “The Contract” indovinano un ritornello che farebbe invidia a tante band di pop-rock alternativo, anche grazie al testo ancora una volta incentrato su problemi mentali ma anche la dolce malinconia “Cottonwood”, sognante e onirica, merita un posto nel pop da ricordare dell’anno. Con “Center Mass” sfogano l’emotività con sfuriate di matrice punk sul finale
La loro capacità di cambiare repentinamente è al centro di una gag autoironica tra il pensoso pop-rap elettronico di “One Way” e l’esplosione di pop digitale arcobaleno di “Days Lie Dormant”.
In chiusura, “Tally” esplode in un’altra potente miscela pop-rap-metal prima che “Intentions” usi gli ultimi minuti della saga per una riflessione dolorosa quanto vera:

You will fail most every day and every way
Did you learn a thing?

Ai Twenty One Pilots è da riconoscere l’ambizione di andare oltre le collezioni di canzoni pop, immaginando un mondo distopico e un racconto elaborato, alimentato anche dall’estetica della formazione: videoclip, live e materiale promozionale ampliano questa dimensione narrativa e rinforzano il senso di appartenenza della fanbase. In un mondo musicale che mastica e sputa nomi sempre nuovi a ritmo folle, hanno saputo imporsi come una presenza stabile, senza per questo aderire pedissequamente ai trend. Se tra gli anni Dieci e Venti il pop mondiale ha visto molta trap e reggaeton, loro hanno prediletto altri sound e soprattutto uno spirito eclettico, che dà ampio spazio alla contaminazione.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »