Tra Valgrande e Lago Maggiore, il Pizzo Pernice e il Balmit
Anche quest’anno per i collezionisti di cime, tempo permettendo, è giunto il momento di mettere da parte colline e montarozzi e di spingersi verso l’alto a caccia di nuove vette da conquistare. In questo articolo propongo un giro sopra Miazzina, nel Verbano. Dalla cappella Fina (quota 1.101 m.), con un itinerario su sentieri segnati, si possono raggiungere il Pizzo Pernice (1.506 m. di altezza, 105 m. di prominenza) e il Balmit (o monte Todano, altezza 1.667 m., prominenza 149 m.), due belle montagne affacciate sul Lago Maggiore. Si cammina per un tratto sul confine del Parco nazionale della Valgrande e poi si entra nell’area protetta, quindi vanno seguite alcune regole di comportamento come quella di tenere i cani al guinzaglio. Nella stagione di apertura si può usare come punto di appoggio lo storico rifugio di Pian Cavallone, gestito dal CAI Verbano.
La salita
La gita l’ho fatta a metà maggio, con la neve ormai sparita. In tutto sono circa 800 metri di dislivello positivo e un po’ più di 12 km di sviluppo. La cappella Fina si raggiunge con una stradina asfaltata che sale dal centro di Miazzina, che è a sua volta raggiungibile da Verbania. Vicino alla chiesetta ci sono un’area picnic, una fontana e vari posti auto. Si comincia la gita percorrendo lo sterrato in direzione di Pian Cavallone (bacheca informativa all’inizio della stradina, segnalazioni bianco/rosse). Raggiunta una seconda cappellina ho imboccato un ripido sentiero verso sinistra e sono arrivato a un colletto. Da lì, prendendo a sinistra, già che c’ero in pochi minuti sono salito alla Testa Cremisello
– 1.278 metri, solo 29 di prominenza – una montagna modesta ma dalla quale si ha già una bella vista sul lago e sulla valle Intrasca. Tornato al colletto ho proseguito in salita per un sentiero ripido ma evidente fino alla cima del Pizzo Pernice
. Sulla sommità il terreno è aperto ed erboso e il panorama davvero magnifico. Si vede bene la zona dei laghi, il Monte Rosa e altri quattromila svizzeri e, con un unico colpo d’occhio, si abbraccia tutta la Valgrande. Sempre su buon sentiero sono sceso verso nord-est al colle Magente
, un ampio valico sullo spartiacque tra Valgrande e valle Intrasca, e da lì sono risalito alla cappelletta di Pian Cavallone
. Il rifugio è a pochi minuti di cammino verso destra (in settimana a maggio è chiuso). Ho continuato in salita fino alla cima dei Balmit, segnata da una grossa croce che poggia su un basamento di mattoni ed è dedicata ai donatori di sangue. Alla base della croce c’è una cassettina metallica con dentro il libro di vetta
stampato dall’Assessorato alla Montagna della Regione Piemonte, dove chi vuole può lasciare traccia del suo passaggio ed eventuali considerazioni, dediche o invettive. La montagna è anche chiamata monte Todano, ma su questo la cartografia non è unanime. Prima di tornare indietro mi sono ancora spinto, seguendo un facile sentiero di cresta, fino al “Pizzo” (1.644 m., 24 di prominenza). Di per sé questa nuova cimetta non è che aggiunga molto alle precedenti, ma il colpo d’occhio su Intra e Pallanza, quasi millecinquecento metri più in basso, è davvero notevole. Per tornate alla cappella Fina dopo il colle Magente ho evitato la risalita al Pizzo Pernice e ho preso invece il sentiero più diretto, sulla sinistra, che è comunque vario e interessante. Il tempo era lievemente velato ma comunque piacevole. Rispetto ad altri luoghi del Piemonte, dove in settimana è difficile incontrare altri camminatori, sono stato stupito di trovare parecchi altri escursionisti, sia italiani che stranieri. La zona dei nostri laghi evidentemente è ancora in grado di attrarre turisti e viaggiatori amanti della natura e dell’attività all’aria aperta.
“Dei nostri sogni assurdi che si sono avverati”
(“Questo scontro tranquillo”, Le luci della centrale elettrica, 2014)
Paolo Cognetti nel romanzo “Le otto montagne” scrive che il padre del protagonista “aveva comprato una mappa che appese al muro con le puntine, e un pennarello con cui aveva intenzione di segnare i sentieri percorsi, come le conquiste dei generali”. Quando ero ragazzino (e cioè negli Anni Settanta) mi ricordo che per molti appassionati alpinisti o camminatori era proprio così. Progettavi la tua escursione guardando guide e mappe cartacee e magari, tornato a casa dopo la gita, con un pennarellino ti segnavi il percorso appena fatto. Poi se avevi delle foto le facevi stampare dal fotografo – o te le stampavi da te – e le mettevi in un album. Mi ricordo anche che avevo un sogno proibito: disporre di un qualcosa che mi facesse vedere a comando il percorso delle mie gite su una cartina a colori ingrandibile a volontà, e che addirittura ci piazzasse su le foto nel punto preciso in cui le avevo scattate. Avevo anche altri sogni proibiti, alcuni immorali e/o illegali, ma purtroppo o per fortuna ben pochi si sono avverati. Il sogno di cui sopra invece – come sappiamo – si è avverato alla grande. E anche praticamente gratis, a meno di non comprarsi la versione pro di una qualche app di geolocalizzazione. Per tornare a casa con la traccia .gpx dell’itinerario e tantissime foto (e magari anche video) nel cellulare non ci vuole granché. Ma questo è stato davvero un progresso rispetto ai tempi del papà di Cognetti? La mia risposta, forse banale e mainstream, è “tutto sommato si”. Sarà anche vero che tutta questa attenzione agli oggetti virtuali, come appunto le tracce .gpx, le foto digitali, la condivisione delle proprie gite sui social etc., rischia di distrarci dall’esperienza reale di una bella camminata in montagna. Ma comunque, anche con il telefonino in tasca, restano la fatica che fai in salita, il venticello gelido sulla maglietta sudata quando arrivi al colle, le chiacchiere con i compagni di gita o con chi incroci sul sentiero, il caldo del tè del thermos, il fresco della birretta a fine gita …. E mi pare che disporre con facilità di una ricca documentazione sulle nostre escursioni ci permetta, se ne abbiamo voglia, di approfondire la conoscenza dei territori che attraversiamo. Già solo scegliere la foto migliore per condividerla sulla storia Instagram aiuta a fare una sintesi dell’esperienza fatta. E poter vedere le tracce delle mie camminate in una certa zona, su questa magica cartina zoommabile che il progresso mi ha regalato, mi fa venire una voglia matta di programmarne di nuove. Conosco persone, anche sinceramente appassionate di montagna, che se gli chiedi che gite hanno fatto lo scorso anno non te lo sanno dire. Conservare la traccia digitale dei giri che ho fatto mi sembra che mi aiuti a ricordarmeli meglio e che me li faccia godere ancora di più.
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