Piemonte

Tra scienza e salti nel fango, il fascino speciale dei perioftalmi


La narrazione è che l’epoca delle grandi esplorazioni sia finita, che le scoperte siano ormai finite e che non resti che sistemare qualche minimo dettaglio. Ovviamente non è così, nemmeno dietro l’angolo di casa, dove si scoprono nuove specie. Ovviamente se vai in luoghi iconici, non solo per il turismo tropicale, ma anche per i racconti degli esploratori naturalisti, le sorprese sono ancora più grandi. Per esempio, se ti rechi a Sumatra, tra le foreste pluviali (o quello che ne resta) e lagune di mangrovie e di acqua salmastra, dove la terra non si capisce bene dove finisca e dove il mare cominci…Beh, ti accorgi che non è affatto così.

Una terra incognita tropicale resta ancora oggi una delle frontiere della ricerca. Chi ci mette piede, volente o nolente, si riallaccia alla tradizione dei grandi naturalisti di un tempo: quelli col taccuino, il retino, magari una barba fluente e una testardaggine fuori dal comune, che tornavano a casa con animali che nessuno aveva mai visto. Penso per esempio a Alfred Russel Wallace, che ho voluto fortemente nelle sale espositive del MRSN (Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino), al suo amico e collega Charles Darwin, oppure a Odoardo Beccari e Luigi Maria D’Albertis.

Ed è in questo filone, che si colloca la conferenza di mercoledì 14 ottobre, alle ore 18.00 al MRSN, di Gianluca Polgar e Giuseppe Ripepi. In questo appuntamento si parla per l’appunto di perioftalmi, i saltafango, i “mudskippe” degli anglofoni. 

Animali improbabili, anzi quasi mitici

I perioftalmi, neanche a dirlo, sono pesci. Ma hanno un aspetto davvero anfibio, tanto che, per l’appunto, saltano nel fango delle mangrovie, appoggiandosi alle pinne pettorali che sembrano davvero delle zampe. Con occhi bulbosi, direi quasi camaleontici. Se un giorno qualcuno volesse poi stilare l’elenco delle chimere zoologiche, i perioftalmi e i generi affini (Boleophthalmus Periophthalmodon Periophthalmus Scartelaos) ci starebbero davvero benissimo. Magari accanto all’ornitorinco, all’echidna, ai gimnofioni, agli anfiossi, al celacanto.

Bestie che sembrano messe insieme in fretta, forse con pezzi avanzati da altri progetti, e che invece funzionano a meraviglia nel loro mondo naturale.. Pensateci un po’: un pesce che esce dall’acqua, respira aria portandosi dietro una riserva d’acqua nelle cavità branchiali, striscia sul fango con le pinne pettorali che sono quasi braccia, e guarda tutto con due occhi che spuntano come periscopi. Un pesce che pare essersi dimenticato di esserlo. Ma proprio per tutti questi motivi sono animali mitici.

Quasi la prova che l’evoluzione non è roba da fossili e da dispense, è ancora in corso, adesso, a ogni marea, su ogni lingua di fango tropicale. Un piede (anzi, una pinna) in mare e uno a riva: una delle grandi transizioni dei vertebrati, vista dal vivo.

Tutto è cominciato a Milano

Io devo dire che i perioftalmi li amo da sempre, e so pure da quando. Ero ragazzino negli anni ’70, e c’era quel fantasmagorico negozio di acquari, il Nuku-Nuku, in Piazza De Angeli a Milano. Per generazioni di acquariofili milanesi, e non, è stato un riferimento. Stava proprio lì, vicino agli accessi e ai sottopassi della metropolitana, fermata De Angeli, linea rossa. Risalivi dai corridoi, o ci scendevi, e te lo trovavi davanti, con le vetrine e le vasche illuminate. Difficile non fermarsi. Tutte le volte che mi trovavo ad andare a Milano visitavo, oltre al Museo di Storia Naturale, anche questo negozio, che era molto più grande e scenografico di quelli che c’erano all’epoca a Torino. Quella volta mi fermai, e davanti a un acquaterrario rimasi lì inchiodato. Pesci fuori dall’acqua, come se niente fosse. Se fossero Periophthalmus o Boleophthalmus, onestamente non lo so (più facile i secondi). A quell’età la sistematica era l’ultimo dei miei pensieri.

Ricordo però che erano belli grossi, spavaldi, padroni del loro pezzetto di fango, mobili su un tronco di torbiera messo in orizzontale, con la pinna dorsale sempre in movimento, su e giù come una bandierina. Una vetrina in mezzo al viavai dei pendolari, e dentro un pezzo di mangrovia. Credo che la mia passione per i tropici sia (anche) cominciata da lì.

Poi, crescendo, i perioftalmi ho avuto la fortuna di vederli dove vivono davvero. In Madagascar, parecchie volte, soprattutto nelle mangrovie di Nosy Be: a bassa marea, in mezzo al fango e alle radici, ti fermi un attimo e te li ritrovi tutti intorno, che saltellano, si inseguono, ti guardano coi loro occhi da periscopio. Ma l’effetto è stato lo stesso di allora, la medesima meraviglia da ragazzino. Da allora, devo ammetterlo, mi è rimasto un sogno che non mi ha mai mollato: costruire un giorno una grande vasca per i perioftalmi. Con tanto fango, radici, un bel tratto di acqua salmastra e uno di terra emersa, dove possano fare quello che fanno loro, saltare, litigare, scavare tane, sfoggiare la dorsale. Un pezzetto di Sumatra, o di Nosy Be, in casa. Non l’ho ancora fatta, ma non ho smesso di pensarci. Sarà per quando andrò in pensione!

E già che sono in vena di confessioni, ne faccio una più grossa: faccio outing naturalistico. Sono un appassionato di natura in the wild, quella vera, con le zanzare, il fango e la pioggia torrenziale, ma anche, e senza vergogna, di natura domestica. Il fascino di una vasca ben fatta, di un acquaterrario che sta in piedi da solo, di un pezzetto di mondo ricostruito su una mensola. Non è una contraddizione, e del resto non sono il primo. Lorenz i suoi acquari li teneva eccome, e ci ha imparato più di un’idea su come si comportano i pesci. E Michele Lessona, che di acquari scrisse perfino un libro, intitolato proprio Gli Acquari. Naturalisti un po’ salgariani, in fondo: con un piede nella giungla vera e uno nella giungla immaginata, magari a due passi dal salotto.

Studio, passione, e qualche specie nuova

Ecco, per questo la conferenza di Polgar e Ripepi mi piace: mette insieme due cose che in zoologia sono sempre state vicine, anche se a volte ce ne dimentichiamo. Lo studio serio, il lavoro sul campo in quelle zone calde della biodiversità asiatica dove ogni tanto saltano fuori specie nuove e i confini tassonomici vanno ridisegnati. E poi la passione, quella di chi i saltafango li tiene anche in acquario, li guarda per ore, le tane a J o a U, i maschi che si sfidano con le dorsali spiegate.

Il naturalista di una volta queste distinzioni non le faceva, e forse nemmeno noi dovremmo. La curiosità del ragazzino davanti alla vetrina e quella del ricercatore nelle mangrovie di Sumatra sono la stessa curiosità.

E poi, non dimentichiamolo, quegli ambienti, fango, radici, maree, sono tra i più fragili che ci siano. Conoscerli è il primo passo per difenderli. Finché ci sarà qualcuno disposto a sporcarsi gli stivali in cerca di una specie nuova, la stagione dei grandi naturalisti non sarà finita.

 

Mercoledì 14 ottobre, ore 18.00 – Museo regionale di Scienze Naturali di Torino, via Accademia Albertina 15

Alla ricerca di un misterioso pesce anfibio nelle foreste di Sumatra, con Gianluca Polgar e Giuseppe Ripepi

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