«Tornerai in Tunisia nella bara»

FABRIANO – «Se mi denunci, ti mando in Tunisia in una tomba»; «meglio ucciderti che andare in carcere»; «se non torni a casa, ti ammazzo». Sono solo alcune delle frasi riportate in aula da una 34enne tunisina, parte civile nel processo incardinato contro l’ormai ex cognato e i suoi tre figliastri, tutti accusati di maltrattamenti in famiglia per gli episodi avvenuti tra il 2020 e l’estate del 2023, quando la donna era scappata da casa, a Fabriano, dopo l’ennesima minaccia subita.
Il dibattimento
Il processo è entrato nel vivo ieri mattina con il giudice Giulia Casiello, che ha ascoltato la testimonianza della vittima, assistita dall’avvocato Alessandro Calogiuri. Con affianco l’interprete, ha ripercorso gli anni difficili vissuti tra le mura domestiche, costretta a subire – in particolar modo – le angherie di uno dei tre figli del marito, un 32enne, ridimensionando anche la posizione dell’ex cognato. «Nel 2020 (quando era da poco arrivata in Italia, ndr) avevo il desiderio di imparare la lingua italiana, ma non mi è stato permesso. Cosi come mi è stato negato di uscire di casa, se non accompagnata, o di cercarmi un lavoro. La risposta a qualsiasi cosa chiedevo era la violenza» ha detto la 34enne, che aveva denunciato i maltrattamenti ai carabinieri. «Cagnolina, serva, tu non puoi stare qui» sarebbero stati gli insulti quotidiani pronunciati nei suoi confronti. La donna sarebbe stata accusata si essersi sposata con il 64enne (la sua posizione si è fermata all’udienza preliminare, perché irreperibile) solo per questioni economiche. Di qui, la ferocia contro di lei e la costrizione a portare il burka. «Dicevano che lo avevo sposato solo per arrivare in Italia e che volevo figli per rubare soldi alla loro famiglia. Non avevo neanche la possibilità di andarmi a fare visitare da una dottoressa» ha riferito la 34enne. Una sera sarebbe pure stata minacciata con il coltello. «Io non potevo neanche parlare. Quando ho visto la lama, sono corsa in camera mia e mi sono barricata, rimanendoci fino alla mattina successiva». Alla scoperta della grave malattia del 64enne, gli imputati avrebbero preteso che lui e la donna tornassero in Tunisia, comprando loro pure degli biglietti aerei. A salvarla sarebbe stato proprio l’ex cognato. «Mi disse: fuggi, fuggi, sennò ti fanno del male». Allora, la 34enne era corsa alla stazione per prendere un treno: «Non sapevo neanche dove andare, mi sono ritrovata a Milano. Per tre giorni ho dormito per strada». Poi, l’aiuto di un’associazione e la denuncia ai carabinieri. Gli imputati, che respingono le accuse, sono difesi dall’avvocato Ruggero Benvenuto. Devono ancora essere sentiti.




