Cultura

The Van Pelt – Remain Obscure

Secondo album post-reunion per i Van Pelt che, a distanza di tre anni dal precedente “Artisans & Merchants”, tornano in pista con un lavoro coeso e maturo, caratterizzato in larga parte da atmosfere oscure – quasi notturne – e da un sound dilatato e rarefatto, come fosse sospeso in un tempo perennemente indefinito.

Credit: Bandcamp

La band newyorchese sembra oggi più che mai lontana dalle antiche fiammate post-hardcore: “Remain Obscure” è un disco dalle forti influenze post-rock e post-punk, composto da undici tracce che si sviluppano seguendo le evoluzioni di un sound sfaccettato e avvolgente nel quale ogni minimo dettaglio ha una sua importanza.

I monologhi recitati con tono distaccato e profondo da Chris Leo, così come le sue melodie dai contorni spesso solo abbozzati, si distendono lungo tappeti sonori ricchi di arpeggi puliti, loop ipnotici e riff minimali. Un contesto simil-ambient, nonostante l’estetica rigorosamente lo-fi.

Le chitarre, cariche di eco e riverbero, creano ampi spazi vuoti che la sezione ritmica non riempie, ma lascia respirare nel nome di una lentezza che sa farsi evocativa. Ma non sempre si riesce a capire perché il gruppo abbia deciso di optare per tali livelli di ombrosità e pacatezza.

La verbosità alla base di “Remain Obscure” potrebbe annoiare chi non è abituato alla ricetta dei Van Pelt, da sempre interessati allo spoken word come strumento per dar risalto a testi scritti con un atipico approccio letterario.

Veri e propri racconti brevi per immortalare le debolezze e le contraddizioni alla base di un’epoca, la nostra, segnata dall’incomunicabilità, dal fallimento e dallo smarrimento. C’è infatti un sottile senso di amarezza e malinconia ad attraversare tutti i brani, fortemente legati tra loro nonostante gli imprevedibili cambi di stile e umore che rendono tanto variegata la proposta dei Van Pelt.

Si va da pezzi più quieti e tenebrosi, sempre molto raffinati (“Linens Should Be Freshly Pressed”, “Arid As The Aral”, “Rally Song For Marianne”) ad altri dove si ritrova l’energia e l’intensità dell’emo degli albori aggiornata alla sensibilità di un gruppo di ultracinquantenni (“Kris Is Riding Horses In Ojai”, “Frank’s Jukebox”).

Sicuramente si tratta di un disco difficile da assimilare, pensato in primis per un pubblico anglofono abitato a dare grande importanza alle parole. Per apprezzarlo davvero bisogna armarsi di un po’ di pazienza e dedicargli grande attenzione, godendosi le singole sfumature strumentali che lo compongono. 


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