The Twilight Sad – It’s The Long Goodbye
C’è un momento preciso, in questo sesto capitolo dei The Twilight Sad, in cui capisci che non sei più un ascoltatore, ma un testimone. Con tutto il senso di scomodità che porta questa realizzazione.
Pensavamo che gli scozzesi avessero raggiunto il loro apice con la piena maturità di “Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave”. Invece, dopo l’ottimo “It Won/t Be Like This All the Time”, ecco un’opera ancora più intensa e infuocata del disco del 2019. Anche se il fuoco è in realtà interiore, le esplosioni si rivelano implosioni, le fiamme sono cerulee come fiamme d’oltretomba: è il disco in un certo senso più gotico del progetto The Twilight Sad, lì dove mostri e vampiri sono rappresentati dalla malattia delle membra e dalla depressione.

“It’s The Long Goodbye” non è un disco sul lutto, è il lutto stesso che prende forma, si siede accanto a te e rifiuta di andarsene. James Graham qui scrive per sottrazione, o meglio, per mutilazione. Le parole sono scaglie primitive, segni di un vetro che si è frantumato troppo vicino agli occhi per poterlo descrivere con distacco, residui di un linguaggio che regredisce verso il battito cardiaco di chi è in stato di shock. È il fallimento della retorica davanti alla verità nuda: quando il dolore toglie il fiato, non si scrivono più storie, si emettono segnali di soccorso. Non c’è poesia nel trauma, c’è solo la regressione di un figlio che cerca di negoziare con l’inevitabile attraverso i nomi elementari dei legami primordiali. Il decadimento della salute e la dipartita della madre di James costituiscono le tematiche tragiche che permeano questa traversata negli abissi del cuore.
In questo scenario di scarnificazione lirica e di bruciante visceralità, la band costruisce un’architettura sonora che asseconda questa sensazione di crollo perpetuo, portandosi alla massima carica espressiva e sonica attraverso le sferzate shoegaze di Andy MacFarlane: grumi di polvere rugginosa e nugoli elettrici, ululanti come sfrangiate sirene di allarmi (“Get Away From It All”, “Attempt A Crash Landing – Theme”, “Dead Flowers”), a volte attraversati dai synth come laser che lacerano il tessuto pulsante sulla superficie dei brani (“Designed To Lose”, “The Ceiling Underground”). Lo scopo è quello di cercare un contrasto tra suoni sporchissimi e adamantini, tra ombre industriali e chiarori spettrali, fino a lambire territori elettro-rock come accade nella galoppante abrasione sonora di “Waiting For the Phone Call”, o lande pseudo-folk da desolazione bellica evocato in “Back To Fourteen”, con un titolo che richiama l’album di esordio “Fourteen Autumns & Fifteen Winters”, come un ritorno irrisolto all’adolescenza. Il merito di questo muro sonoro così materico e funereo va alla coesione di una band che vede il nucleo base composto da James Graham e Andy MacFarlane espandersi grazie alle glaciali geometrie ritmiche di Johnny Scott e Alex Mackay, alle tessiture atmosferiche di Brendan Smith e alle incursioni del nume tutelare Robert Smith. Quest’ultimo, dopo un’amicizia consolidatasi negli ultimi dieci anni, trova qui una definitiva sintonia con l’universo del gruppo scozzese, lasciando la sua impronta tra le chitarre di “Waiting For the Phone Call”, le stratificazioni al Mellotron di “Dead Flowers” e quel basso a sei corde che scava nella carne viva di “Back to Fourteen”; d’altro canto, è “Inhospitable/Hospital” a configurarsi come la traccia più smaccatamente cureiana del lotto, pur mantenendo una sua nitida personalità.
Ci aspetteremmo un finale malinconico, a chiusura del disco. Invece “TV People Still Throwing TVs At People” proietta la catarsi nell’oscurità più totale in un trionfo di tenebra industriale e di convoluta nevrosi da stress post-traumatico. Nel primo brano dell’album (“Get Away From It All”) domina l’ossessione del restare: Graham infatti ripete “I didn’t leave you alone“, come se dovesse convincere prima di tutto se stesso di non aver commesso il peccato dell’abbandono. L’invocazione “Come back home” è il grido di chi nega la realtà, mentre il freddo diventa la metafora fisica della morte che avanza. In chiusura, la prospettiva è ribaltata: quella stessa persona che prima non voleva lasciare sola, ora è pregata di andarsene. Non è crudeltà, è il punto di rottura di chi ha guardato troppo a lungo qualcuno andarsene lentamente.
Nel brano che chiude la tracklist le schegge sono quindi diventate macerie calpestate e la differenza fondamentale sta nel passaggio dal possesso al permesso. L’amore si fa sottomissione in quel verso, “It’s okay ‘cause I love you / And I won’t change”, che appare come l’estrema evoluzione del “You’re my mother” iniziale: se lì l’identità serviva a trattenere, qui serve a lasciar andare, con Graham che sposta il baricentro dal proprio bisogno alla volontà dell’altro, arrivando a dire di amarlo abbastanza da lasciarlo sparire. Questa claustrofobia dell’incubo nell’incipit “I keep hiding in my nightmares” risponde specularmente al desiderio di fuga della prima traccia (“Let’s get away from it all”), ma se prima si sognava una fuga “con” l’altro, ora la fuga è “dall’altro” o “dentro di sé”, in un isolamento protettivo dove l’unico spazio sicuro è, paradossalmente, l’incubo. Il dubbio metafisico della trasformazione di “It’s okay you feel this way” in “Is it okay you feel this way?” segna il punto in cui l’analisi sulla visceralità tocca il vertice: non è solo stanchezza, è lo smarrimento di chi ha perso la bussola morale in una ripetizione ossessiva che suggerisce come, in realtà, non sia affatto okay, anche se non ci sono più parole per dirlo.
Il titolo della traccia suona acidamente sarcastico: una sensazione quasi in contrasto con l’alone insieme furioso e struggente che avvolge i brani del disco. Per i The Twilight Sad il riferimento alla televisione e alla cultura popolare evoca in qualche modo lo squallore suburbano o l’alienazione sociale. Inserire questo verso nel finale del disco significa dire che non c’è una “bolla” che ti protegge: anche nel momento del tuo addio più intimo, la stupidità e la violenza del mondo esterno (the TV people) continuano a bombardarti, rendendo impossibile una fine serena. È come se una violenta interferenza irrompesse nel mezzo di un momento sacro, rappresentando il rumore bianco del mondo esterno che invade il silenzio del dolore. Mentre Graham è immerso nel suo incubo personale e sta vivendo il vertice supremo del distacco, la realtà fuori continua a essere grottesca e assurda: i TV People che si lanciano televisori addosso incarnano un’umanità ridotta a intrattenimento becero e violenza mediatica senza senso, creando un contrasto brutale tra il dramma privato e l’irrilevanza di tutto il resto. Questa immagine suggerisce quasi un momento di dissociazione psichica, quella sproporzione alienante che si prova quando, nel bel mezzo di una tragedia intima, la mente scivola verso dettagli banali o scene di ordinaria follia urbana rese surreali dalle circolari meta-distorsioni semantiche di un contesto televisivo. È la riaffermazione di un nichilismo probabilmente molto scozzese. Eppure, in qualche modo, “It’s The Long Goodbye” ci restituisce una sensazione, obliqua e incredibile, di apoteosi musicale che redime e consola, nonostante tutto.
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