Cultura

The Boxer Rebellion – The Second I’m Asleep

Esattamente otto anni dividono il nuovo disco dei Boxer Rebellion dal precedente “Ghost Alive”. Quasi un decennio nel corso del quale il mondo è cambiato in maniera radicale, schiacciato sotto il peso di una quantità spropositata di eventi sciagurati che ci hanno lasciati con migliaia di incertezze e timori. Peccherò di pessimismo, ma bisogna proprio dirlo: oggi tutto è infinitamente peggiore rispetto al 2018.

Credit: Press

Sarà per lo zeitgeist di questa epoca infelice, sarà per il silenzio artistico prolungato, ma anche il sound della band anglo-americana sembra aver seguito una china discendente. Senza ombra di dubbio si è molto annacquato rispetto agli esordi dei primi anni 2000, nei quali i Boxer Rebellion dimostrarono una grinta che oggi pare totalmente sparita nei quaranta minuti di “The Second I’m Asleep”.

Un album maturo, riflessivo, elegante nei suoni e pacato nei toni. Ma anche alquanto noioso e privo di guizzi. Le dieci tracce della scaletta restano ristrette nel recinto di un indie rock di maniera, per molti aspetti suggestivo ma fin troppo patinato, mentre il gruppo prova a seguire modelli super-mainstream (The Killers su tutti) senza mai raggiungere la verve necessaria a far scattare la scintilla e mantenere accesa l’attenzione dell’ascoltatore.

È un album molto “americano” nelle atmosfere e nelle sonorità: in più frangenti, come nel caso delle vivaci e ritmate “Flowers In The Water” e “Last Of A Dying Breed”, si avvertono richiami ai Future Islands. Quando le dinamiche calano e i Boxer Rebellion decidono di abbandonarsi alla dolcezza, come avviene in “Hidden Meanings” e “Storm Chaser”, si insinuano sfumature folk/acustiche che potrebbero far drizzare le antenne ai fan dei National.

L’album in larga parte predilige il lato più solare della morbidezza, senza però mai negarsi discrete dosi di malinconia come appare evidente nell’incalzante “This House” e nelle placide “Don’t Leave Yet” e “Perception”, che provano a ricalcare la lezione degli U2 senza neanche sfiorare i medesimi livelli di pathos.

“The Second I’m Asleep” è un disco perlopiù asfittico ma non scevro di colori: la band non suona né pigra né svogliata ma sembra quasi essersi arroccata in un’idea di indie rock a modino, innocua, che non ha nulla di nuovo e offre pochi margini di manovra. L’impressione generale è di essere al cospetto di tanti piccoli sottofondi ideali per reel e stories di booktoker hipster che si sparano le pose con tazze di tè e libri insulsi.

La band comunque sa riempire bene i suoi spazi e riserva il meglio per il finale, con due fra le tante (troppe?) canzoni soft che compongono “The Second I’m Asleep”: “Second Guess”, caratterizzata da suggestive atmosfere notturne che l’avvicinano al trip hop, e “Your Side Of Town”, una bella piano ballad tanto semplice quanto gradevole.


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