Su Prime Video, la serie animata segreta di David Lynch: i cartoni violenti ed escatologici del 2007
Quando pensiamo a David Lynch, ci vengono in mente gli incubi onirici di Eraserhead, le visioni disturbanti di Blue Velvet, i misteri irrisolti di Twin Peaks. Raramente associamo il maestro del cinema d’autore americano a cartoni animati rozzi, violenti e pieni di scoregge rumorose. Eppure, nel 2007, Lynch ha creato proprio questo: Dumbland, una serie di otto cortometraggi animati che rappresentano forse l’espressione più pura e meno filtrata del suo peculiare senso dell’umorismo. Dumbland, disponibile su Prime Video, è un progetto che molti fan del regista non hanno mai visto o di cui ignorano completamente l’esistenza. Originariamente trasmessa sul sito personale di Lynch, davidlynch.com, questa serie animata è un esperimento che sta da qualche parte tra l’arte concettuale e la demenzialità più assoluta. Ma dietro l’apparente semplicità tecnica e il contenuto apparentemente adolescenziale si nasconde qualcosa di profondamente lynchiano.
La trama, se così si può chiamare, ruota attorno alle disavventure domestiche di Randy, un tizio corpulento, mal curato, con tre denti in croce, una bocca lurida e una propensione alla violenza che farebbe impallidire molti villain cinematografici. Randy vive con sua moglie, in preda a un apparente esaurimento nervoso permanente che si manifesta attraverso un grido silenzioso continuo, e un figlio ridotto all’essenziale: un contorno con occhi, naso e bocca. Tutto qui. La famiglia americana vista attraverso uno specchio deformante e poi frantumato. Le attività di Randy sono invariabilmente strane, violente e profane. C’è molta flatulenza, molto rumore, molta aggressività gratuita. È difficile ridere di una scena del genere. Ed è esattamente questo il punto. Lynch ha sempre camminato su quella sottile linea di confine tra commedia e orrore, tra il grottesco e il sublime. Le sue opere più famose contengono tutte una vena comica distinta, seppur oscura. Dumbland porta questo aspetto all’estremo, spogliandolo di qualsiasi orpello narrativo o visivo che possa attutire l’impatto.
L’aspetto forse più sorprendente di Dumbland non è il contenuto, ma il processo di creazione. Lynch ha realizzato tutto da solo: animazione, doppiaggio di tutti i personaggi e colonna sonora. Ogni episodio di tre minuti gli richiedeva circa dieci giorni di lavoro. Facciamo due conti: ottanta giorni complessivi per creare otto cortometraggi che molti liquiderebbero come scherzi da ragazzini. Per un regista del suo calibro, che potrebbe teoricamente delegare qualsiasi compito tecnico a professionisti, questa scelta appare quasi ascetica. Le animazioni sono realizzate in Flash, software che all’epoca era lo standard per i contenuti web interattivi e animati. Lynch ha dichiarato di apprezzare la natura intuitiva e fai-da-te di questo strumento, che gli ha fatto riscoprire lo spirito dei suoi primi esperimenti con l’animazione quando era studente di cinema.
Ma c’è un dettaglio tecnico che rivela quanto Lynch abbia curato anche questo progetto apparentemente improvvisato: ha applicato un effetto chiamato “boil”, in cui ogni immagine statica viene disegnata più volte e sovrapposta, creando un movimento organico che imita l’animazione tradizionale disegnata a mano. Il risultato è l’opposto di ciò che Dumbland effettivamente è: un’animazione digitale che finge di essere analogica. I dialoghi sono scarni, come sempre in Lynch. Il suono ambientale è pesante, opprimente. C’è quel senso di inquietudine surreale che permea tutto il suo lavoro. I personaggi hanno motivazioni ambigue, quando ne hanno. Nonostante l’aspetto visivo suggerisca una commedia, gli eventi rappresentati sono genuinamente disturbanti. È Lynch puro, distillato nella sua forma più elementare e concentrata.
Qual è il valore artistico di Dumbland? È una domanda legittima. Si potrebbe liquidare il progetto come una curiosità minore nel catalogo di un autore maggiore. Oppure si può vederlo per quello che probabilmente è: la prova di un grande artista che si diverte, che crea qualcosa per il puro piacere di farlo, senza preoccuparsi della ricezione critica o commerciale. C’è qualcosa di liberatorio in questa incoscienza creativa, in questa capacità di essere smaccatamente stupidi senza perdere la propria identità artistica. Per chi ha appena faticato attraverso le tre ore criptiche di Inland Empire, Dumbland può sembrare un boccone più digeribile. O forse no. Forse è proprio l’opposto: la mancanza di filtri intellettuali rende queste animazioni ancora più difficili da processare. Non c’è la complessità narrativa che ci permette di razionalizzare l’assurdità. È solo Randy che scoreggia, urla e commette violenze gratuite in un mondo disegnato col mouse.
Dumbland non è per tutti. Non è nemmeno per la maggior parte dei fan di Lynch. Ma per chi riesce ad apprezzare l’umorismo nero portato ai suoi estremi logici, per chi capisce che a volte l’arte più sincera è anche la più rozza, questi otto cortometraggi rappresentano un documento prezioso. Mostrano un Lynch liberato dalle aspettative, dalle convenzioni produttive, persino dalle ambizioni narrative. È Lynch che gioca, e nel gioco rivela qualcosa di essenziale sul suo modo di vedere il mondo. La serie rimane uno dei progetti meno conosciuti del regista, sepolto negli archivi di internet come tanti altri esperimenti web dei primi anni 2000. Ma per chi ha la pazienza di cercarla e lo stomaco per digerirla, Dumbland offre uno sguardo unico su un artista che, anche quando crea contenuti apparentemente demenziali, non può fare a meno di essere profondamente, inconfondibilmente sé stesso.
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