Lazio

Stranezze di (fuori) città, una “cannata” del secolo scorso in regalo

Ho ricevuto in regalo un’antica “cannata” nel rione “Cupa” di Santi Cosma e Damiano, Latina.

In una piccola casa venduta alla “Cupa” c’era un’antica “cannata” che il venditore e l’acquirente hanno regalata a me, non era di loro gradimento.

Ero intento ad ammirare la “cannata” centenaria, sorella di quella che ho sul muretto della cucina di Ventosa, e ho “sentito” ​l’eco dell’acqua e il passo della “pacchiana”.

Memoria della storia del sud pontino, dimenticata dai più.

Ho immaginato il gesto antico della “pacchiana”, fatto di equilibrio e fatica, che per secoli ha scandito il ritmo delle giornate a Santi Cosma e Damiano e Ventosa.

Un gesto che oggi appartiene ai ricordi o alle rievocazioni storiche, ma che un tempo rappresentava la linfa stessa della vita quotidiana, il viaggio verso una fonte di acqua con la “cannata” sulla testa.

La “cannata” di terracotta manteneva vive le case dei paesi.

​Nel sud pontino, prima dell’arrivo degli acquedotti moderni, l’acqua non era un bene da sprecare. La “cannata”, recipiente in terracotta con manici robusti e un becco stretto, era il “frigorifero” di quel tempo. La porosità dell’argilla manteneva il liquido fresco anche nelle calde giornate estive.

Ogni goccia di acqua portata a casa era il risultato della camminata della “pacchiana”, nemmeno un sorso doveva andare perduto. Ho pensato al lavoro duro della “pacchiana” a Santi Cosma e Damiano e a Ventosa nei decenni passati .

Ho pensato alle stradine di pietra dei paesi e agli abiti tradizionali della “pacchiana”, un abito composto da ampie gonne, grembiuli finemente ricamati e il caratteristico copricapo bianco.

Negli anni intorno al 1920 l’abito da “pacchiana” a Santi Cosma e Damiano, Minturno e Castelforte non era un costume da festa, ma il normale abito quotidiano delle donne da maritare e delle spose.


​Una gonna lunga e pesante (spesso in panno o lana rossa/scura) proteggeva dal freddo e dal lavoro nei campi. ​La curonella (o mantenella), il cercine di stoffa piegato sulla testa, serviva a bilanciare la cannata d’acqua o le ceste di legna e ortaggi. Camicia bianca ricamata con bustino e grembiule lavorato.

​Vestire da “pacchiana” rappresentava l’appartenenza fiera alla propria terra, l’eleganza nel lavoro duro e la preparazione al matrimonio.

​Prima di incamminarsi verso la fonte pubblica, la “pacchiana” arrotolava con maestria un panno di stoffa — la spina o la curonella — mettendolo sulla testa per formare un cuscinetto protettivo.
Sopra vi appoggiava la “cannata”, spesso riempita fino all’orlo.

Il tragitto verso la fonte era un dovere domestico, oltre che l’andare verso il centro della vita sociale. Presso l’acqua si incrociavano sguardi, si scambiavano notizie, si cantava e si condividevano le pene e le gioie della comunità.

La camminata della “pacchiana“, fiera ed eretta per bilanciare il peso del coccio, era l’icona di una forza silenziosa che mandava avanti le famiglie.

​Rievocare oggi la “cannata” e la “pacchiana” di Ventosa e Santi Cosma e Damiano significa restituire dignità a quelle radici contadine, ricordandoci che dietro un semplice gesto quotidiano si nascondeva un’intera cultura fatta di rispetto per le risorse e senso di appartenenza.

La “Cupa” nel secolo scorso era incastrata tra il paese e la campagna. La “Cupa” prendeva il nome dalla sua posizione infossata e ombrosa, tipica delle strade incassate tra le colline aurunche e la piana del Garigliano, ed era un piccolo rione rurale a vocazione spiccatamente agricola.

​Stradine di pietra calcare, case basse in muratura a secco con stalle al piano terra, cortili interni e vicoli dove la vita si svolgeva quasi interamente all’aperto.

​Fino al 1927 Santi Cosma e Damiano non faceva parte della provincia di Latina (che non esisteva ancora), ma della provincia di “Terra di Lavoro“, era amministrativamente e culturalmente campano-aurunca, prima del passaggio sotto il Lazio.

​Gli abitanti della “Cupa” vivevano di pastorizia, coltivazione di ulivi, grano, vite e fichi negli appezzamenti collinari.

Non c’era acqua corrente nelle case. Le giovani donne si recavano quotidianamente con la cannata sulla testa alle fontane o alle sorgenti termali di Suio per provvedere al fabbisogno domestico.

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