Lazio

Stranezze di (fuori) citta’, “la cascia americana”

Akid, giovane venditore ambulante somalo vende sulla spiaggia di Gianola i copri lettini coloratissimi. Passata la stagione estiva ritornerà nell’entroterra napoletano.

Akid ha studiato in Somalia, è colto e gentile ed è desideroso di conoscere le storie di immigrazione degli italiani. Per integrarsi in Italia ha bisogno di capire.

Akid, in casa a Santi Cosma e Damiano ho una “cascia americana” originale, in italiano cassapanca americana, che è stata la valigia  di un emigrante ventosaro dei primi anni del 1900.

La cassapanca era un tipico baule da viaggio utilizzato nei grandi flussi migratori italiani tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, dalle regioni del centro-sud dell’Italia verso le Americhe.

Per l’emigrante dell’epoca non era un semplice bagaglio, ma la custodia dell’intera sua vita. Conteneva abiti, coperte, corredo di casa, attrezzi da lavoro, ricordi di famiglia e riserve di cibo per la traversata oceanica.

​Era in legno resistente, rinforzato con angolari e fasce di cuoio, aveva maniglie laterali per il trasporto e una solida serratura a lucchetto per proteggere i beni durante i viaggi sulle navi. Rappresentava il cordone ombelicale con la terra d’origine ed era da auspicio per la nuova vita oltreoceano.

Arrivati a destinazione l’emigrante continuava ad utilizzarla in casa come cassapanca per conservare la biancheria.

A casa quando la guardo immagino un contadino dell’Italia meridionale, la sua partenza che coincideva con il distacco dalla sua terra, dalla sua famiglia e dal borgo dove era nato.

Per trasportarla la legava con corde di canapa sopra le sue spalle.  Al suo interno racchiudeva tutta la propria vita, un paio di calzoni di ricambio, una camicia buona per la domenica, formaggio stagionato, pane duro, qualche panno di lino ricamato dalla madre e la documentazione di viaggio per la compagnia di navigazione.

La traversata dell’oceano in piroscafo rappresentava un’esperienza di pura privazione. Gli emigranti erano alloggiati in terza classe, nei ponti inferiori o nelle stive adattate a dormitori collettivi.
Centinaia di passeggeri condividevano spazi ristretti, odore di salsedine, carbone e fumo.

Durante le settimane di navigazione nell’Atlantico, la cassa americana fungeva da sedile, da tavolo per consumare il pranzo o la cena, serviva anche da cassaforte personale.

Arrivati a Ellis Island, tra la confusione delle visite mediche e gli interrogatori degli ispettori dell’immigrazione, la cassa era l’unico ancoraggio materiale con la patria, identificata da un cartellino di cartone legato al manico con il nome scritto a matita copiativa.

Dopo tredici anni di duro lavoro, il nostro contadino emigrante ha dovuto forzatamente rimettere piede su un piroscafo diretto in Italia.

Il contadino italiano aveva il volto segnato dalla fatica, era offeso per la spia ricevuta, ma era anche abbronzato dal sole d’America.

Accanto a lui c’era sempre la cassa in legno, ora sbiadita, che  portava i timbri a inchiostro dei porti americani, le etichette delle compagnie di spedizione e i segni dei mille spostamenti.
Il suo contenuto era cambiato, al posto dei panni logori della partenza c’era qualche dollaro risparmiato.

Al momento dello sbarco al porto di arrivo, il rientro nel paese natio offriva una sensazione agrodolce. La cassa veniva caricata su un carretto trainato da un asino direzione il borgo in cui era nato.

Il paesaggio rurale era rimasto identico, ma l’emigrante vi faceva ritorno da “americano”, capace ora di riscattare, forse, la terra della famiglia o costruire una nuova casa in pietra, proprio grazie ai frutti racchiusi in quel grande baule di legno.

Akid, dopo aver ascoltato con attenzione il mio racconto, nel suo italiano incerto mi ha spiegato «se l’emigrante italiano portava con sé la “cascia” come simbolo di una vita da ricostruire lentamente al di là dell’oceano, noi migranti contemporanei portiamo nella tasca lo schermo luminoso, il nostro filo invisibile che ci tiene ancorati a chi è rimasto nel nostro paese.

Lo smartphone è la nostra “cascia” e contiene documenti digitali, contatti, denaro e memorie.

Noi comunichiamo via WhatsApp, chattini e videochiamate, e manteniamo un cordone ombelicale costante con la nostra terra d’origine.

La nostra traversata delle rotte clandestine del deserto e del Mediterraneo e’ stata fatta su mezzi di fortuna, gestite da trafficanti.

L’accoglienza e il pregiudizio verso il contadino del sud pontino è identico a ciè che anche noi riceviamo, le persone sembra siano sempre le stesse. Viviamo nei sobborghi o nei centri di accoglienza.

Il nostro ritorno a casa è impossibile …per le condizioni economiche, politiche o belliche del nostro paese di partenza e dalla rigidità dei visti.»

Akid mi ha salutato alla fine della nostra chiacchierata, con  “Nabadgelyo“, pronunciato nabad-ghel-yo, che significa “vai con la pace” “arrivederci“.

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