Stefano Rossi: “Perché condividere i voti online danneggia l’autostima dei figli”

Con la fine dell’anno scolastico, le bacheche dei social network si riempiono di un trend sempre più diffuso e altrettanto discusso: la pubblicazione da parte dei genitori delle pagelle e dei voti dei propri figli. In vari articoli abbiamo affrontato la questione: a sollevare una dura critica su questo fenomeno è anche lo scrittore ed esperto di educazione emotiva Stefano Rossi, che in un recente reel ha analizzato i danni invisibili di questa pratica, definendola una vera e propria forma di “pornografizzazione della vita” e un chiaro sintomo di immaturità emotiva da parte degli adulti.
Il fulcro della riflessione di Stefano Rossi riguarda l’impatto che l’esibizione pubblica ha sulla crescita emotiva dei ragazzi. Nel momento in cui la pagella viene data in pasto alla rete, il figlio cessa di essere un soggetto da proteggere e si trasforma in un oggetto di consumo emotivo.
Lo scrittore spiega che le conseguenze sulla costruzione dell’identità sono logoranti: il “figlio trofeo” interiorizza il messaggio che il proprio valore non risiede in ciò che è, ma unicamente nei risultati che ottiene. Svilupperà un’autostima fragilissima, legata esclusivamente alle “medaglie” che riuscirà a esibire. Schiacciato dal peso di dover compiacere le aspettative social dei genitori, il bambino o il ragazzo si bloccherà. Sentirà l’obbligo di essere perfetto a tutti i costi, rinunciando a esplorare e accettare se stesso, con i propri limiti e le proprie fragilità.
L’attacco simbolico alla comunità: la cultura della performance
Oltre al danno diretto sul minore, la pubblicazione dei voti online rappresenta, secondo Rossi, un attacco simbolico agli altri genitori e ai loro figli. Condividere un “10” o una sfilza di ottimi giudizi equivale a lanciare una sfida implicita alla comunità: “Il mio è migliore del tuo, hai visto?”.
Questo atteggiamento non fa altro che alimentare una cultura tossica della prestazione, dove la vita viene ridotta a una gara continua. Un concetto ampiamente condiviso anche dalla community nei commenti al video, dove molti utenti sottolineano come si stia nutrendo una pericolosa “società del fare per essere, dell’essere visti per contare”.
Dal primo mese alla Maturità: la spettacolarizzazione della normalità
Il dibattito generato dal reel evidenzia come la pagella sia solo l’ennesimo tassello di un’iper-esposizione mediatica che comincia fin dalla primissima infanzia. Molti commenti denunciano una partecipazione genitoriale ormai priva di confini: si comincia con i festeggiamenti social per il primo mese di vita, si passa ai “diplomi” della scuola dell’infanzia, fino ad arrivare a veri e propri dossier fotografici degni dei paparazzi.
Questa tendenza investe in pieno anche eventi successivi, come l’esame di Maturità, ormai circondato da una risonanza mediatica sproporzionata tra servizi televisivi, interviste e persino fotografi personali ingaggiati per immortalare l’uscita da scuola dopo la prima prova.
La critica finale nei commenti è netta: trasformare un iter normalissimo e naturale del percorso di crescita in un’impresa eroica e spettacolarizzata rischia di distorcere la percezione della realtà nei ragazzi. Prima di correggere gli studenti e pretendere da loro un approccio sano allo studio, l’impressione generale è che la vera “rieducazione” debba partire proprio dagli adulti. I figli non sono i loro voti, e proteggere la loro privacy e il loro diritto all’errore è il primo passo per una sana educazione emotiva.




