Stefano, 66enne paralizzato da oltre trent’anni, è il secondo ligure a ricorrere al suicidio assistito

Genova. Stefano (nome di fantasia scelto a tutela della privacy) è la seconda persona in Liguria a ricorrere al suicidio assistito con il supporto dell’associazione Luca Coscioni. Rimasto paralizzato dopo un trauma cervicale subito oltre trent’anni fa, è morto a 66 anni dopo l’autosomministrazione di un farmaco per il fine vita fornito dal Servizio sanitario nazionale, con la relativa strumentazione prevista.
Nel corso degli anni le condizioni di Stefano erano progressivamente peggiorate a causa dell’allettamento forzato. Il 66enne seguiva una pesante terapia antalgica, aveva un catetere permanente, soffriva di grave insufficienza respiratoria con frequenti episodi di polmonite dovuti alla disfagia ed era totalmente dipendente dall’assistenza continuativa dei caregiver. L’uomo ha avvito il percorso per accedere al suicidio medicalmente sia in Svizzera sia in Italia, e dopo avere preso contatti con Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni ha deciso di proseguire solamente con la procedura italiana.
Per ottenere l’accesso al suicidio assistito (già riconosciuto dalla Corte costituzionale), Stefano ha dovuto attendere dieci mesi dalla richiesta presentata alla Asl nel giugno 2025 e ricorrere a due diffide legali, dalla richiesta presentata alla Asl il collegio legale dell’Associazione Luca Coscioni coordinato dall’avvocata Filomena Gallo. Dopo mesi di ritardi, una prima autorizzazione incompleta e ulteriori solleciti ha infine ricevuto il via libera definitivo.
“Alla fine di tutta questa lunghissima storia sono comunque ben felice di potermene andare nel mio letto a casa mia senza dovermi sorbire una trasferta quasi infinita fino in Svizzera – sono state le sue parole – Certo che se la Asl facesse subito le cose richieste per legge, si potrebbe evitare di attendere più di 10 mesi per riuscire nel proprio intento. Indubbiamente per una persona che era iperattiva prima dell’incidente che mi ha provocato questa frattura cervicale, essere bloccato in un letto con qualche ora ogni tanto in carrozzina è una cosa che non augurerei a nessuno dei miei nemici e questo, di base, è il motivo per cui ho deciso di porre fine a questa che non si può assolutamente definire vita. Solo l’idea di dover andare avanti ancora diversi anni è semplicemente deprimente e inaccettabile da parte mia e quindi ringrazio profondamente l’Associazione Luca Coscioni per tutto quello che ha fatto per me”.
Prima di lui, ad attivare la procedura era stato Silvano, 56enne genovese, affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni, morto lo scorso 26 febbraio.
“Ci uniamo al dolore di chi ha voluto bene a Stefano. Non deve più accadere che una persona debba aspettare così a lungo, vivendo sofferenze insopportabili, per vedere rispettato un proprio diritto – dicono Filomena Gallo e Marco Cappato – Le regole stabilite dalla Corte stanno iniziando a essere applicate, ma Regioni e aziende sanitarie devono organizzarsi per dare risposte rapide, senza lasciare ai pazienti e all’Associazione Luca Coscioni il peso di difendersi dai ritardi o di cercare medici disponibili. Per questo chiediamo anche alla Regione Liguria di approvare la proposta di legge regionale ‘Liberi subito’, per garantire tempi rapidi e modalità certe nell’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria”.
Stefano è la quindicesima persona in Italia ad avere completato la procedura prevista dalla Consulta con la sentenza 242/2019 sul caso “Cappato/Antoniani” con l’assistenza diretta del Servizio sanitario nazionale, l’undicesima assistita dall’Associazione Luca Coscioni. In assenza di medici della Asl disponibili a vigilare sulla procedura, è stato assistito dal dottor Mario Riccio, medico anestesista, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, che nel 2006 aveva assistito Piergiorgio Welby e poi alcuni pazienti che fino a oggi hanno avuto accesso al suicidio medicalmente assistito.




