Stati Uniti, fallisce la compagnia low cost Spirit Airlines
“Spirit Airlines sta cessando tutte le sue attività”: con questa comunicazione sull’home page del sito web ufficiale, la compagnia low cost americana annuncia ai suoi passeggeri il fallimento. Non è proprio un fulmine a ciel sereno visto che erano risapute le difficoltà economiche in cui versava la compagnia ma la situazione è precipitata definitivamente negli ultimi giorni quando si sono arenate definitivamente le trattative tra Spirit Airlines e il governo statunitense per un potenziale finanziamento di salvataggio di 500 milioni di dollari.
La nota della compagnia
“È con grande rammarico che annunciamo che il 2 maggio 2026 Spirit Airlines ha avviato una graduale cessazione delle proprie attività, con effetto immediato. Ai nostri passeggeri: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, scrive l’ufficio stampa della compagnia. “Siamo orgogliosi dell’impatto che il nostro modello a bassissimo costo ha avuto sul settore negli ultimi 34 anni e speravamo di poter servire i nostri passeggeri ancora per molti anni a venire”.
Spirit ha iniziato la sua attività come compagnia di autotrasporti con sede nel Michigan, prima di dedicarsi al settore aeronautico e spiccare il volo negli anni ’80. La compagnia era diventata sinonimo dei suoi aerei giallo brillante e dei posti a sedere a prezzi stracciati.
Una crisi irreversibile
I media stranieri definiscono questa chiusura come “la prima vittima della guerra dell’Iran nel settore aereo”: la stessa Spirit ha recentemente sottolineato che l’impennata del prezzo del jet fuel, il carburante per gli aerei, ha avuto un impatto negativo sulle prospettive finanziarie. Nessuna compagnia aerea statunitense delle dimensioni di Spirit – che a un certo punto rappresentava il 5% dei voli negli Stati Uniti – è stata liquidata negli ultimi vent’anni. Spirit ha contribuito a mantenere basse le tariffe nei mercati in cui competeva con le principali compagnie aeree.
I numeri di Spirit
Secondo i dati della società di analisi aeronautica Cirium, Spirit aveva programmato 4.119 voli nazionali tra il 1° e il 15 maggio, offrendo 809.638 posti. Se è vero che la crisi delle compagnie aeree globali dovuta all’impennata dei prezzi del carburante è realtà da quando gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno interrotto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, Spirit faceva già fatica a realizzare profitti prima dello choc del carburante.
La low-cost ha costruito la sua “fama” e attrazione per i viaggiatori grazie a tariffe accessibili senza inserire rincari sul bagaglio registrato e l’assegnazione del posto. La domanda, però, è via via diminuita dopo la pandemia.
Spirit aveva raggiunto un accordo con i suoi creditori che le avrebbe permesso di uscire dalla seconda procedura fallimentare entro la fine della primavera o l’inizio dell’estate: tuttavia, l’impennata dei prezzi del carburante per aerei ha mandato a monte questi piani, stravolgendo le proiezioni dei costi di Spirit e complicando l’uscita dalla procedura fallimentare.
Secondo i dati di Cirium, a febbraio la compagnia aerea ha trasportato circa 1,7 milioni di passeggeri su voli nazionali statunitensi, con una quota di mercato del 3,9%, in calo rispetto al 5,1% dell’anno precedente.
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