Cultura

Stardust – Fabrizio De André

Francesco De Gregori e Fabrizio De André: due personalità molto distanti, per certi versi agli antipodi, eppure unite da svariate affinità. Dalla predilezione per le storie di perdenti ed emarginati al disprezzo per i (pre)potenti della Terra fino alla comune passione per la canzone d’autore. Del resto, lo stesso De Gregori ammetterà più volte il suo debito nei confronti del cantautore genovese. “Fabrizio era la dimostrazione vivente che una canzone poteva, se lo voleva, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica: musicalissima sì, ma anche narrativa e, perché no?, politica. Lui è stato fondamentale all’inizio del mio lavoro. Mi ha fatto capire che la canzone, anche quando parla d’amore, può avere l’ambizione di raccontare la realtà in modo più profondo, di raccontare la sgradevolezza del mondo. Credo che non avrei fatto questo mestiere se non mi fossi imbattuto a dodici anni in canzoni come ‘Il testamento’ o ‘La guerra di Piero’”.

L’incontro al “Folkrosso”

È proprio con delle “grosse scimmiottature di De André” che De Gregori inizia a buttar giù canzoni sulle corde della sua chitarra. Ce n’è una, però, che, pur congegnata proprio invertendo gli accordi di un pezzo di De André, ha un suo fascino nitido e malinconico. Si chiama “Buonanotte Nina” ed è la lettera di addio di uno straccione alla bella e ricca innamorata. Una colonna sonora ideale per l’esordio nel tempio romano del Folkstudio, dove De Gregori avrebbe messo le tende per diversi anni. Poi, quando per imponderabili beghe economiche, il Folkstudio dovrà cambiare sede e al suo posto, accanto al Bar delle Rose, prenderà forma il “Folkrosso”, proprio qui De Gregori avrà modo di incontrare e conoscere De André, instaurando un’amicizia che avrebbe dato preziosi frutti negli anni a seguire. “Me lo presentò mio fratello (Luigi Grechi, ndr) e il primo incontro fu molto bello perché De Andrè aveva già sentito le mie canzoni, e gli erano piaciute molto, per cui mi considerava uno molto bravo e mi sentii incoraggiato – racconterà De Gregori – Questo successe all’epoca di ‘Theorius Campus’ (il disco con Antonello Venditti, ndr), però non facemmo discorsi di collaborazione, io gli spiegai un po’ la mia situazione, che non avevo avuto successo con quel disco, che mi sentivo fuori posto alla IT, e allora lui disse: ‘Ti prendo io con me, vieni a Milano, ti produco io’. Andò da Micocci (il boss della Rca, ndr) per chiedere quanto voleva per lasciarmi libero, ma non si misero d’accordo, credo che Micocci abbia chiesto una cifra assurda. Poi ci siamo sempre visti abbastanza raramente, però in maniera bella”.

Attraverso la sua poetica dei primi anni Settanta, il giovane De Gregori era stato uno dei primi cantautori italiani a spostare l’asse privilegiato dalla Francia degli chansonnier e dei troubadour provenzali all’America dei moderni folksinger e dei talkin’ blues. Con la stella polare di Bob Dylan a tracciare la via maestra. Una “cattiva strada” sulla quale il cantautore romano avrebbe condotto proprio il suo maestro Fabrizio De André.

L’invito in Sardegna

Nell’estate del 1974, Fabrizio De André, con quasi quindici anni di canzoni alle spalle, avverte un po’ di stanchezza. Non è convinto delle sue ultime produzioni e decide di rinfrescare la sua creatività alla fonte di quel giovane talento romano. Chiede così a Francesco De Gregori di scrivere insieme le canzoni del suo nuovo album, invitandolo nella sua dimora sarda dell’Agnata, in Gallura. “Belìn, perché non vieni da me? Devo scrivere e non c’ho idee!’. ‘Vengo di corsa’”, il dialogo tra i due.
Del resto, non era una novità la stima di De André per quel ragazzo irriverente, conosciuto una sera al Folkstudio, anzi Folkrosso, mentre faceva a pezzi “La guerra di Piero” in una delle sue parodie goliardiche dell’epoca. Un feeling nato a prima vista, insomma, che aveva portato De André a proporsi persino come produttore per l’esordio discografico di Francesco: “Se io sono il liceo, lui è l’università”, l’aveva presentato generosamente a Nanni Ricordi. “Secondo me – ipotizza De Gregori – mi invitò perché era curioso: gli piaceva vedere come scrivevano gli altri. E poi, stranamente, era anche un po’ insicuro. Di me gli interessava il versante angloamericano che lui non conosceva bene perché si era formato sugli chansonnier francesi. Con me, figuriamoci, si ubriacò di Dylan”.

Insomma, il sodalizio tra Fabrizio De André e Francesco De Gregori non è il semplice tirocinio dell’allievo al fianco del maestro. Anzi, l’incontro-scontro tra due personalità così complesse sarà segnato da più di una difficoltà, anche se alla fine si troverà un modus operandi efficace. “È molto strano perché io non riesco a scrivere canzoni insieme a un altro, però con lui ci sono riuscito – rivelerà ancora De Gregori – Succedeva che io scrivevo mezza canzone, poi andavo a mangiare e lui rimaneva lì perché non aveva fame e poi lo trovavo che l’aveva finita, allora andava a mangiare lui, io ci mettevo la musica, poi tornava e la correggeva; poi succedeva che buttavamo via tutto e ne ricominciavamo un’altra”.

La collaborazione

Il primo tassello della collaborazione porta il nome di “Via della povertà” e non è altro che la rilettura a quattro mani della “Desolation Row” che chiudeva l’album “Highway 61 Revisited” (1965) di Bob Dylan. La versione italiana, che De André includerà in “Canzoni” (1974), è una ballatona altrettanto lunga, dilatata in quasi dieci minuti di musica. Una lunga teoria di personaggi e metafore, all’interno di un raffinato gioco di demitizzazioni e demistificazioni. “Marinai che affollano un salone di bellezza, un commissario cieco che predice la sfortuna, una Cenerentola non più ritrosa e fuggitiva ma spavalda ed energica come Bette Davis, un Romeo che viene scacciato mentre fa la sua dichiarazione d’amore, il Buon Samaritano che affila la pietà come se fosse un’arma e la indossa come una maschera di carnevale, Mister Hyde in lacrime vedendo la sua parte cosiddetta sana ‘che ride nello specchio’, un’Ofelia che si scopre zitella, un Albert Einstein ‘travestito da ubriacone’, il fantasma dell’opera ‘vestito in abiti da prete’, un Casanova che ‘sta per essere violentato’, il dio del mare che si diverte a far scendere negli abissi il Titanic mentre il sole si sta alzando: sono alcuni dei personaggi di un mondo carnevalizzato, maschere di un teatrino dell’assurdo forse, ma rivelatori di un modo d’essere degli uomini: ‘È gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri, non mi sembra che siano eroi”.

Ma “Via della povertà” è solo l’antipasto. Il piatto forte sarà servito sull’album successivo di De André, “Volume VIII”. Quattro canzoni nuove, frutto della lunga “session” in Sardegna, che De Gregori racconterà così: “Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti a una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire: ‘Adesso scriviamo questa canzone’. Semplicemente integravamo e correggevamo l’uno gli appunti dell’altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa. Le musiche ci venivano abbastanza facilmente – Fabrizio era un eccezionale musicista – e le registravamo su un piccolo registratore a pile”.

Da quella bizzarra session sarda, scaturiscono quattro pezzi: “La cattiva strada”, “Oceano”, “Canzone per l’estate”, che De Gregori riproporrà quasi trent’anni dopo su “Amore nel pomeriggio”, e la parabola politica di “Le storie di ieri”, inserita un anno dopo su “Rimmel”. “Si era innamorato di quella mia canzone”, rivelerà De Gregori a proposito di quest’ultima. Inserita inizialmente nel disco della “Pecora”, “Le storie di ieri” venne bloccata dalla Rca e riproposta solo un anno dopo, quando evidentemente – come avrebbe ironizzato De Gregori – “l’antifascismo era diventato più accettabile anche per i mass media”. Finirà nello stesso anno anche su “Volume VIII” di De André, in una versione pressoché identica all’originale. Con quel testo amaramente ironico, che smaschera i fascismi di ieri, ma soprattutto quelli di oggi, in doppiopetto:

E anche adesso è rimasta una scritta nera
sopra il muro davanti casa mia
dice che il movimento vincerà
i nuovi capi hanno facce serene
e cravatte intonate alla camicia

Nella versione originaria, al posto di “nuovi capi”, si faceva nome e cognome: Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale. De André sceglierà una via di mezzo: “Il gran capo”.

L’eredità di quell’incontro

Quella tra De André e De Gregori resterà anche, per certi versi, un’occasione mancata. L’incontro tra due pesi massimi del cantautorato italiano avrebbe potuto produrre molto di più. Ed è quasi paradossale che il capolavoro di quel disco, “Amico fragile”, porterà la firma del solo De André. Eppure quei soli quattro brani conteranno tanto per entrambi. Per De Gregori saranno il trampolino di lancio da cui spiccare il volo di “Rimmel”. Per De André saranno il primo passo verso quella “cattiva strada” dylaniana, imboccata proprio grazie ai suggerimenti dell’amico, svincolandosi da quei dogmi francesisti delle sue prime canzoni in cui rischiava di finire intrappolato. E alla fine non è azzardato sostenere che fu proprio il cantautore genovese a restare più influenzato da quell’incontro. Come ricorda Puny Rignon, moglie di De André all’epoca: “Fabrizio non si era accorto di cantare come Francesco. Gli feci un gran cazziatone (ride): ‘Bene! Ho lasciato un Fabrizio De André e mi ritrovo con due De Gregori’”.

Francesco De Gregori - Fabrizio De André

Ma – come detto – non si trattò di una convicenza semplice. Perché se De André era effettivamente “un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d’accordo” – come lo ritrae De Gregori – anche il giovane Principe aveva le sue asprezze. Così i due furono anche protagonisti di un clamoroso litigio in vacanza. “Alla fine degli anni Settanta con De André andammo a fare un viaggio in Canada – racconterà De Gregori – Mia moglie Chicca, io, Fabrizio e Dori Ghezzi che si erano appena messi insieme. Un po’ come io e Chicca, che ci eravamo appena fidanzati. Fabrizio soffriva molto di una cosa, che eravamo in Canada, eravamo a Toronto, e lì si parla inglese. Lui era convinto che si parlasse francese. Poi io guidavo la macchina, perché avevo la patente e lui no. E se bisognava chiedere un’indicazione, una cosa, al ristorante, per forza di cose la chiedevo io… Questa cosa gli provocò una specie di ingelosimento. Un giorno tornò in albergo e disse: ‘Guarda cosa mi sono comprato’. Tira fuori un Winchester con le pallottole. Io dico: sì, ma che ci devi fare, noi dobbiamo viaggiare. Poi lui voleva guidare la macchina, senza avere la patente. L’avevo noleggiata io, se per caso andava a sbattere… Insomma, alla fine litigammo. Ci separammo su un’isola, mandandoci a quel paese. Loro rimasero là e io proseguii con Chicca, prendendomi la macchina. Dopodiché non ci siamo più sentiti, fino a quando non l’hanno rilasciato, dopo il rapimento. Allora ci siamo riappacificati”.

Un rapporto burrascoso, ma vero, insomma. De Gregori è uno dei musicisti che si sono avvicinati di più all’universo artistico e umano di De André. Forse proprio per questo non ha voluto partecipare all’orgia dei revival fasulli e delle commemorazioni posticce, seguita alla sua morte. Al punto che si sono “dimenticati” di invitarlo al concerto tributo del 12 marzo 2000 al Teatro Carlo Felice di Genova, documentato poi in un doppio album (“Faber, Amico fragile”, 2003). Ma lui c’è rimasto male. E come dargli torto, quando si legge una tracklist con “La cattiva strada” affidata a Jovanotti anziché a lui, che oltre tutto ne era il co-autore… Resterà però a De Gregori il ricordo di quei “litri e litri di corallo” attraversati insieme all’amico fragile, per raggiungere insieme “un posto che si chiamasse arrivederci”.


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