Ride Lonesome: La cavalcata solitaria di Sir Hansen :: Le Recensioni di OndaRock
Molto probabilmente non era tutto pianificato, quando Beck nell’ormai lontano 2002 pubblicava “Sea Change”, la sua prima apertura al cantautorato in senso ortodosso, certo sospesa nella produzione postmoderna di Nigel Godrich. Forse ci ha iniziato a pensare dodici anni dopo, nel 2014 di “Morning Phase”, secondo abbraccio al folk, questa volta con risvolti da camera. A una trilogia. Perché non può essere un caso che il terzo disco da cantautore di Beck, peraltro il più classico, come a voler portare a termine il travestimento del giocoliere in bardo, arrivi giusto altri dodici anni dopo.
Certo, neanche Beck avrebbe potuto prevedere temi, colori e toni di questo “Ride Lonesome”, segnato dal recente divorzio con la moglie Marissa Ribisi, la conseguente solitudine, la difficoltà di affrontarla e l’invecchiamento, osservato con occhi ormai cinquantaseienni. Nasce da questi spunti tradotti in immagini malinconiche, una cavalcata solitaria missata da Godrich, che fa librare chitarre acustiche country e folk in un canyon esistenziale e la voce di Beck, mai così in forma e lievemente screziata dagli anni che passano, tra polvere e memoria. La title track apre il disco e costruisce l’immaginario, la successiva “Run Away” lo arricchisce di arpa, pianoforte e bagliori di synth che ne fanno una ballata rivolta verso i sogni dei War On Drugs.
Venati da archi drammatici, interventi di pianoforte martellante e sensuali tocchi chitarristici à-la Chris Isaak, pezzi come “Disappearing Act”, “In The Night” e “Failed Words”rimuginano ancora sul tema dell’assenza e dell’isolamento tratteggiando la parte più notturna del disco; mentre la dilatatissima coda a base di slide guitar e armonica rende “If You Don’t Know What Love Is” uno dei momenti più magici del disco.
C’è della maniera a fare da capolino in canzoni che suonano meno necessarie o urgenti delle altre (“Slow Canyon”, “Bleed”), siamo insomma lontani dall’avvincente perfezione del capostipite “Sea Change”. Ad ogni modo, sarà l’età, ma Beck sembra molto più a suo agio in questa forma classica, piuttosto che negli esperimenti ad alto tasso sintetico di “Hyperspace” del 2019, che andavano alla grande per qualche canzone e decisamente peggio per un disco intero.
Forse è arrivato il momento di non aspettare altri dodici anni e vestire questi panni un po’ più spesso.
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19/09/2026
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